29 novembre 2022

L’UE che guarda all’Asia centrale

L’Unione Europea (UE) sembra voler approfittare del raffreddamento nelle relazioni tra la Russia e i Paesi dell’Asia centrale con una serie di iniziative diplomatiche volte a proporre forme di cooperazione aggiornate in ambito regionale. Questa l’interpretazione che si può dare agli sforzi compiuti dalle autorità di Bruxelles nelle ultime settimane, con i recenti viaggi intrapresi dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel e successivamente dall’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Josep Borrell. A fine ottobre Michel si è recato ad Astana, in Kazakistan, per il primo summit con i leader dell’Asia centrale, a cui ha fatto seguito una visita in Uzbekistan. Borrell ha invece incontrato gli omologhi della regione a Samarcanda, il 17-18 novembre, mettendo in chiaro i vantaggi derivanti da una collaborazione approfondita con l’Unione Europea, in particolare in termini di «diversificazione delle opzioni politiche» dopo le tensioni che hanno attraversato lo spazio post-sovietico a seguito dell’invasione ucraina. I Paesi dell’Asia centrale, in particolare il Kazakistan, sembrano aver compreso i rischi di un rapporto troppo stretto con Mosca, oltre alla possibile minaccia proveniente dalla politica aggressiva del Cremlino.

 

In questa fase, l’Unione Europea può offrire un consolidamento degli accordi già esistenti relativi alle forniture di idrocarburi e terre rare, e al contempo instaurare un dialogo per riaffermare e tutelare la sovranità dei Paesi della regione. Strette tra i tradizionali rapporti di sudditanza con la Russia e le sirene di sviluppo che arrivano dalla Cina e dai progetti della Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative, BRI), le cancellerie centroasiatiche si vedono offrire da Bruxelles una “terza via”, che passa per il potenziamento delle infrastrutture, sia fisiche che digitali, e per il sostegno allo sviluppo sostenibile, oltre all’avanzamento degli scambi commerciali ed energetici. Le ambizioni europee sono sostenute dal programma Global Gateway, con cui l’UE intende stanziare 300 miliardi di euro entro il 2027 per promuovere investimenti infrastrutturali e di altro tipo in Asia, Africa e America Latina, in contrapposizione alla BRI di Pechino. Stringere legami più solidi con i Paesi occidentali rappresenta dunque un’assicurazione rispetto ai rischi di dipendenza dalla Russia e dalla Cina, sia a livello economico che politico. Effettuare uno “sganciamento” energetico e commerciale da Mosca è del resto un’esigenza comune per gli Stati membri dell’Unione Europea e quelli centroasiatici, seppur con tempistiche e capacità differenti. Nel corso della sua visita a Samarcanda, Borrell ha voluto ricordare come l’UE sia già il principale investitore nella regione dell’Asia centrale e il primo partner commerciale, rivendicando un ruolo fondamentale per il futuro delle economie locali.  Il capo della diplomazia comunitaria ha poi messo in evidenza come Bruxelles non pretenda alcuna «esclusività» nelle relazioni con i Paesi della regione, motivo per cui qualsiasi partenariato con l’UE non impedirà di perseguire progetti con altre nazioni. L’Unione Europea intende però presentarsi come un’alternativa anche in termini valoriali, “esportando” l’attenzione allo Stato di diritto presso regimi ancora molto indietro nel percorso verso il modello di una piena democrazia.

 

L’attivismo europeo fa da contraltare alla frattura sempre più evidente tra la Russia e le repubbliche dell’Asia centrale, a corollario di una dinamica di progressivo isolamento di Mosca sul piano internazionale. L’esempio più lampante in questo senso è dato dalla mancata partecipazione di Vladimir Putin al summit del G20 di Bali, in Indonesia, ma in ambito regionale non vanno sottovalutate le difficoltà riscontrate dal presidente russo in occasione del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Samarcanda a metà settembre, e al summit Russia-Asia centrale di Astana, il mese successivo. Nei due eventi in questione, i leader centroasiatici hanno manifestato in diversi modi il loro disagio per l’invasione dell’Ucraina e per la postura aggressiva della Russia, coerentemente con il rifiuto di riconoscere l’annessione dei territori ucraini occupati da parte di Mosca. Questo cambiamento di approccio verte su un maggiore potere contrattuale che le nazioni dell’Asia centrale possono vantare nei confronti della Russia: le sanzioni occidentali obbligano infatti le autorità di Mosca a spostare il proprio asse commerciale verso sud e verso oriente, rivolgendosi tra gli altri ai mercati degli “-stan”. A ciò si aggiunge il progetto del Middle Corridor, lanciato di recente da Kazakistan, Azerbaigian e Turchia come collegamento infrastrutturale verso l’Europa, che potrebbe consentire di evitare il transito sul territorio russo di merci e idrocarburi, facendo inoltre da ponte con la Cina. Sebbene si tratti di progetti di ampio respiro, in cui spesso non coincidono ambizioni e risultati, è evidente come le autorità UE abbiano provato a sfruttare la frattura tra Russia e Asia centrale, muovendosi con tempismo e decisione, un segnale interessante anche alla luce delle future evoluzioni geopolitiche tra Europa e Asia.

 

Immagine: Josep Borrell arriva a una riunione informale dei capi di Stato e di governo a Praga, Repubblica Ceca (7 ottobre 2022). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstyock.com

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