1 aprile 2021

UNASUR, in attesa della sua resurrezione

Il vento politico sta decisamente cambiando in Sud America e ora soffia da sud. Argentina, Bolivia, Ecuador si sono già lasciati alle spalle i governi di destra e speriamo che l’onda del cambiamento soffi in tutto un continente che, nel mezzo della peggiore pandemia degli ultimi decenni, non ha avuto un vero dialogo politico tra capi di Stato per affrontare insieme la grave crisi sanitaria ed economica che affligge la regione. Dei dodici Paesi che una volta facevano parte dell’Unione delle nazioni sudamericane o UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas), oggi ne rimangono solo quattro: Bolivia, Guyana, Suriname e Venezuela. Questo è il risultato del cambio di ciclo politico e dell’arrivo di governi conservatori e miopi sulle questioni internazionali. Gli altri otto, cioè Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Paraguay, Perù e Uruguay, hanno prima sospeso la loro partecipazione e poi, tra il 2018 e il 2020, cavalcando una retorica isolazionista estranea ai principi dell’integrazione e della solidarietà, si sono ritirati definitivamente dall’organizzazione.

Un giorno le vere ragioni di questo fuggi fuggi saranno svelate: capiremo come si è determinato il rovesciamento in Brasile della presidente Dilma Rousseff, nel 2016; le vere ragioni dell’arresto con l’accusa di corruzione del presidente Lula lo stesso anno ‒ che ha concluso il suo mandato con l’80% dei consensi ‒, per poi essere condannato nel 2017 a nove anni di prigione in quella che si è rivelata una montatura. Una situazione simile è stata vissuta dall’ex presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, che ha governato per due mandati consecutivi, 2007-17, con un alto tasso di sostegno popolare e ha finito per essere condannato per corruzione nel 2020 a otto anni di prigione in un processo fraudolento orchestrato dal suo successore. Una situazione dai tratti pressoché uguali si è verificata con il colpo di Stato contro Evo Morales in Bolivia nel 2019, o con l’interventismo di Colombia e Cile per rovesciare il governo di Nicolás Maduro in Venezuela, lo stesso anno. Un capitolo speciale meriterebbe la performance nel continente dell’attuale segretario generale dell’OSA (Organization of American States), Luis Almagro, il cui ruolo rimarrà senza dubbio nella pattumiera della storia. La sua performance è stata patetica; come ha sottolineato l’attuale ministro degli Esteri argentino Felipe Solá durante la sua recente visita a La Paz: «È una persona assolutamente immorale (che si è messa) agli ordini del più forte, agli ordini di Donald Trump».

Nella politica latinoamericana poche cose accadono per caso. Questa serie di colpi di Stato e condanne per corruzione, l’imprigionamento dei leader, l’arrivo della destra in quegli stessi Paesi e l’immediato abbandono di quella che era la principale forza di dialogo e integrazione politica, l’UNASUR, difficilmente possono essere accaduti per caso. La storia del XX secolo ci ha insegnato molto bene la forza, l’interventismo e il potere di Washington su ciò che ha sempre considerato parte dei suoi interessi strategici o cortile di casa, come l’America Latina, e le umiliazioni a cui sono stati sottoposti praticamente tutti i Paesi.

L’UNASUR è nato nel 2008, a Brasilia, come meccanismo di consultazione, accordo, integrazione e dialogo politico e come continuazione dei vertici sudamericani che erano iniziati a Cuzco, Perù, nel 2004. In realtà, si è trattato di un’iniziativa innescata dal Brasile in un momento di boom ed espansione della sua politica estera, favorita, come per tutta la regione, dagli alti prezzi delle commodities (materie prime). La mossa ha lasciato fuori il Messico, l’eterno rivale del Brasile nelle ambizioni geopolitiche sulla scena mondiale. Debolezza dell’organizzazione è stata quella di contare solo sull’affinità e la forza ideologica dei suoi leader e di non generare un quadro istituzionale forte che evitasse la paralisi in cui l’organizzazione è sprofondata per la mancanza di consenso nella successione dell’ultimo segretario generale, Ernesto Samper. Tuttavia, i Paesi latinoamericani, nonostante le loro differenze e rivalità, hanno sempre, in un modo o nell’altro, cercato l’unità; per identificarsi con interessi comuni, per superare le grandi barriere geografiche di giungle infinite, fiumi possenti e montagne che quasi toccano il cielo, per migliorare il commercio e superare interessi stranieri e oligarchie locali.

A dire il vero, le guerriglie e le rivoluzioni che il continente ha conosciuto hanno anche finito per alimentare la sfiducia dei ceti medi che ha cominciato a crescere dalla seconda metà del secolo scorso in America Latina. Il XX secolo è stato ricco di iniziative di integrazione e intriso dell’ottimismo dei suoi leader, che hanno però sempre finito per fallire per l’instabilità dei governi o per l’influenza degli Stati Uniti, ma più che altro per l’incapacità della politica di generare istituzioni, di rendere evidenti e mettere in prospettiva interessi nazionali permanenti. Questo è stato il grande merito dell’UNASUR, che è servito anche da stimolo per la nascita della Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC, Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños) creata nel 2010, che riunisce trentadue Paesi e dove né gli Stati Uniti né il Canada sono stati invitati a partecipare. Il Mercato comune del Sud, noto come MERCOSUR (Mercado Común del Sur), creato nel 1991 e che celebrerà trent’anni di esistenza, sembrava essere la via dell’integrazione economica, ma le asimmetrie delle loro economie, le crisi politiche interne e la mancanza di dialogo politico tra Argentina e Brasile lo tengono in stallo. Hanno negoziato un accordo di associazione con l’Unione Europea (UE) per 20 anni, senza risultati finora.

La storia dell’Europa ci insegna che tutti i processi d’integrazione subiscono crisi, progressi e battute d’arresto. Non c’è miglior esempio in questo dell’Unione Europea, che è nata per assicurare la pace dopo secoli di scontri e guerre tra i suoi popoli. Le due guerre mondiali iniziate proprio nel vecchio continente nel secolo scorso, con tutti gli orrori che hanno segnato quegli anni e la dignità della specie umana, sono state la base per la ricerca della comprensione. L’America Latina ha imparato qualcosa da quegli esempi e non dovrebbe lasciar morire i progetti UNASUR e MERCOSUR. Tutti gli errori che possono essere stati fatti nella loro realizzazione, molti dei quali come conseguenza di vecchi caudillismi, possono essere superati con volontà politica e visione. Si dovrebbe dare all’UNASUR la possibilità di non finire relegata nell’inventario delle iniziative integrazioniste fallite e riformulare il progetto secondo alcuni principi elementari: solo insieme possiamo far sentire la nostra voce nel concerto internazionale e solo insieme possiamo ottenere il rispetto della nostra sovranità e indipendenza.

 

L’UNASUR non può basarsi solo sulla fiducia politica o ideologica di leader transitori, ma deve basarsi su principi permanenti, modificando i suoi statuti, adattandosi ai nuovi tempi che viviamo e, soprattutto, generando una robusta struttura istituzionale che permanga al di là dei governi in carica. Proprio come lo spostamento a destra di quattro Paesi della regione ha portato alla paralisi e al successivo abbandono dell’organizzazione, la stessa cosa accadrà con il ProSur o Forum per il Progresso del Sud America, fondato nel 2019, trasformato in un’istanza virtuale dagli stessi Paesi che hanno abbandonato UNASUR. La sua data di scadenza si avvicina ogni giorno di più e si spera che rimanga nei libri, come nota a piè di pagina. Questo non significa che si debba creare un nuovo organismo regionale. Non deve succedere che ogni generazione di latinoamericani debba crescere ascoltando discorsi che promettono il raggiungimento del traguardo di una vera integrazione. Il recupero della regione richiederà probabilmente molti anni, con sfide comuni e maggiori per tutti. L’UNASUR ha 450 milioni di abitanti e 17,8 milioni di chilometri quadrati. Dobbiamo essere la forza integratrice di tutta la regione latinoamericana e sforzarci di sviluppare strategie che facilitino l’integrazione che ci permetterà di aumentare gli investimenti e il commercio intraregionale, che è oggi inferiore al 20%. Anche se può sembrare un sogno, dobbiamo cercare di andare avanti per sviluppare un grande mercato interno, la strada verso la vera indipendenza. Affrontare insieme le minacce del cambiamento climatico, assicurare la pace, proteggere i sistemi democratici e i diritti umani. Dialogo per approfondire gli accordi commerciali cercando di armonizzare le regole del commercio, affrontare i problemi della migrazione, la criminalità e il traffico di droga che si sta espandendo ogni anno, e le sfide all’occupazione presentate dalla quarta rivoluzione industriale guidata dalla tecnologia digitale, dalla robotizzazione e dall’elaborazione dei dati. Tutti questi temi avranno un grande impatto sulla produttività, sull’occupazione e naturalmente sull’educazione della prossima generazione. Queste e molte altre sono le sfide che dovremo affrontare e per le quali dobbiamo cercare di avere una visione comune per proteggere meglio i nostri interessi.

 

Immagine: La statua di Nestor Kirchner, primo segretario generale dell’UNASUR all’ingresso della sede a Quito, Ecuador (2016). Crediti: Matias Lynch / Shutterstock.com

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