18 ottobre 2017

UNESCO? IO ESCO!

«UNESCO? Io esco!» ha tuonato Donald Trump. E giovedì mattina gli americani si sono svegliati con la notizia shock che l’amministrazione in carica stava ritirando l’adesione degli Stati Uniti all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO). That’s incredible!

La cosa è sembrata subito insolita perché l’UNESCO è un’organizzazione (apparentemente) inoffensiva: quale motivo, per sacrosanto che sia, spinge il Paese leader del mondo libero ad abbandonare un organismo dedito alla cultura e alla scienza?

La realtà è che Stati Uniti e UNESCO hanno rapporti tesi dal 2011. Si è detto che, al pari di quel che avviene in molte delle controversie USA-ONU, la causa vada ricercata tra le conseguenze del conflitto israelo-palestinese. Nell’ottobre 2011, difatti, l’UNESCO ha ammesso i territori palestinesi come stato membro indipendente chiamato Palestina. Negli USA esiste una legge che taglia i fondi federali a qualsiasi organizzazione che riconosca la Palestina indipendente. Ecco che viene fuori l’aspetto finanziario della vicenda. Gli Stati Uniti contribuiscono per il 22% (con circa 80 milioni di dollari) al bilancio annuo dell’UNESCO.

Nel 2013, dopo che gli Stati Uniti hanno saltato diversi round di pagamento della propria quota, l’UNESCO ha sospeso il diritto di voto degli USA all’interno dei suoi organi decisionali fondamentali. Quindi gli Stati Uniti non sono un vero membro UNESCO già da un po’. Trump sta solo rendendo il tutto ufficiale. «È come se una coppia che ha vissuto per anni separata, concludesse il divorzio definitivamente» afferma Richard Gowan, studioso di Nazioni Unite.

Celebre per la designazione dei siti del patrimonio mondiale, l’UNESCO sponsorizza anche una serie di attività culturali e intellettuali internazionali. «Molti lavori dell’UNESCO sono assolutamente inutili  ̶  sostiene Gowan  ̶ . Ma c’è anche tutta una serie di programmi validi su temi che vanno dall’istruzione alle allerte tsunami».

In realtà quello che l’UNESCO fa è davvero importante poiché l’organizzazione è letteralmente incaricata di aiutare i Paesi che escono da una guerra a trovare la pace. Questo rende l’UNESCO un luogo naturale per i Paesi che vogliono impegnarsi in grandi proteste emblematiche, ma senza provocare caos nel sistema internazionale.

È anche per questo che i palestinesi, frustrati dal fallimento dei negoziati per un accordo di pace con Israele, hanno spinto per essere riconosciuti come membro dell’UNESCO: era la sede più adatta in cui acquisire simbolicamente uno status simile a quello di Stato nella speranza di conquistare anche maggior potere negoziale in vista di un possibile accordo di pace. I palestinesi hanno ottenuto così la loro adesione nel 2011, con 107 voti favorevoli e 14 contrari (52 Stati si sono astenuti, tra questi l’Italia). Tuttavia, ciò non ha prodotto progressi dal punto di vista della risoluzione dell’annoso conflitto e le conseguenze del successivo venir meno degli aiuti americani sono state, per l’organismo con sede a Parigi, devastanti. Tanto che secondo i maggiori analisti internazionali, l’UNESCO si troverebbe in piena “crisi finanziaria”.

Si tratta di un deficit di bilancio decisamente grave che ha spinto l’UNESCO a tagliare diverse attività di educazione ambientale e di ricerca scientifica estremamente importanti. La decisione di Trump renderà questo tracollo definitivo?

In termini formali, c’è da dirlo, non cambierebbe nulla. Gli Stati Uniti diventeranno ciò che l’ONU chiama “Stato osservatore non membro”: sarà loro permesso inviare rappresentanti alle riunioni UNESCO, ma senza diritto di voto. L’organizzazione negli ultimi tempi pare, a dire il vero, essersi già adattata alla perdita dei fondi provenienti dal suo – ormai ex – membro chiave, per cui le conseguenze pratiche dovrebbero essere minime. È possibile, però, che il ritiro formale statunitense possa effettivamente rendere le cose ancora peggiori. Mentre gli Stati Uniti si allontanano dall’UNESCO, altri Paesi, che attualmente versano quote finanziarie cospicue, potrebbero seguire il loro esempio. Organizzazioni come l’UNESCO devono lottare tutto il tempo per far sì che gli Stati membri paghino regolarmente le proprie quote.

I Paesi non occidentali sono già un blocco molto potente all’interno dell’UNESCO e la loro influenza aumenterà ulteriormente dopo il ritiro americano. In definitiva, però, sembra improbabile che l’amministrazione Trump si preoccupi tanto di questo. L’ONU è eccezionalmente impopolare tra molti conservatori – sia a livello di élite che di base. Dall’inizio di quest’anno il governo ha effettuato tagli massicci ai finanziamenti statunitensi per le Nazioni Unite, senza avere immediatamente conseguenze tangibili per gli interessi del Paese. Un modo relativamente economico ed efficace, per Trump, di stigmatizzare i difetti percepiti dalla partecipazione americana al sistema delle organizzazioni internazionali.

Il fatto che il ritiro da un’organizzazione culturale sovranazionale possa macchiare ulteriormente l’immagine degli USA – nel momento in cui la popolarità di Washington è drammaticamente in caduta libera – non sembra preoccupare più di tanto. Trump sarà in grado di vendere la sua narrazione anche stavolta. E Paesi come la Cina non potranno che fregarsi le mani all’ennesimo segnale del disimpegno americano dal governo del pianeta.

Qualche ora dopo il clamoroso strappo a stelle e strisce, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affrontato la questione e, rallegrandosi per la «decisione coraggiosa» di Trump, ha annunciato di aver incaricato il ministero degli Esteri di cominciare a preparare anche il ritiro di Israele dall’UNESCO, organizzazione che il capo del governo di Gerusalemme non ha esitato a definire «Una piattaforma per decisioni fasulle, anti-israeliane e antisemite». Ci va giù duro anche Ron Prosor, ex ambasciatore israeliano all’ONU: «L’UNESCO è in ostaggio. Qualsiasi organizzazione delle Nazioni Unite ormai lo è. Ogni sua agenzia. Ci sono casi in cui ciò è particolarmente evidente – quando l’Arabia Saudita è nella commissione per i diritti della donna, o la Siria e l’Iran sono nel Consiglio dei diritti umani. Tutto ciò è sorprendente. Ma è nell’UNESCO che è iniziata la rapida radicalizzazione – e il momento in cui questo è avvenuto è chiaro. Da quando, cioè, l’organizzazione ha equiparato la Palestina a uno Stato. Poi sono seguite dichiarazioni insensate, come quella per cui il Monte del Tempio non sarebbe altro che il luogo su cui sorge una moschea, o che il popolo ebraico non avrebbe alcun legame con Gerusalemme…».

La questione, insomma, non è relativa solo al riconoscimento della Palestina. Ma riguarda anche strafalcioni colossali che un qualsiasi bambino al primo anno di catechismo potrebbe facilmente confutare. Ma perché l’UNESCO avrebbe avallato siffatte scempiaggini generando la crisi attuale? Prosor non ha dubbi: «Vedere che il principale candidato nelle imminenti elezioni per il direttore generale dell’UNESCO viene dal Qatar, un paese che sostiene il terrorismo, ha già acquistato la Coppa del Mondo e ora vuole prendersi la maggior organizzazione culturale del pianeta pone un problema di valori universali. Dopo tutto, per secoli l’Occidente ha imposto i suoi valori al mondo, ha conquistato il mondo, ora nuovi paesi si affacciano al mondo e dicono: siamo la maggioranza, l’Europa non conta più. Maggioranza numerica, demografica, economica che si ribella contro il colonialismo arrogante e il post colonialismo ancora più arrogante. Contro i saccheggiatori della storia. E Israele a volte è solo un danno collaterale di queste lotte».

Nel frattempo avviene qualcosa di incredibile: l’ex ministro della cultura francese, Audrey Azoulay viene eletta come nuovo direttore generale dell’UNESCO. Azoulay, di famiglia ebraica marocchina, figlia di un importante consigliere del re del Marocco per le questioni ebraiche, nonché membro del Centro Peres per la pace e dottore honoris causa dell’Università di Tel Aviv, è stata eletta per un mandato di quattro anni, battendo il candidato del Qatar, con 30 voti a 28. Al diplomatico di Doha sono mancati i voti decisivi delle petro-monarchie sunnite del Golfo, in primis l’Arabia Saudita, che dal 5 giugno hanno rotto ogni rapporto con l’Emirato. La nomina della Azoulay ha del clamoroso, era totalmente inaspettata e riapre decisamente i giochi.

Un’ebrea francese che chiede l’unità: il nuovo segretario generale dell’UNESCO giunge all’indomani dell’annuncio, da parte di Stati Uniti e Israele, di lasciare l’organizzazione. È un caso? C’è chi giura che sia un capolavoro della diplomazia francese. «Questo è un momento di crisi e penso che abbiamo bisogno, più che mai, di lavorare tutti insieme e dall’interno per sostenere, rafforzare e non abbandonare l’UNESCO» ha detto Azoulay.

Insomma, riuscirà Azoulay a cambiare realmente il rapporto dell’UNESCO con Israele? E un tale cambiamento sarà in grado di arginare il governo di Netanyahu, avvezzo ormai da tempo a continui scontri con l’ONU? E gli americani, decideranno di fermare la pericolosa – per gli equilibri mondiali – spending review internazionale, vero fiore all’occhiello della dottrina Trump? Lo scopriremo presto.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0