18 aprile 2020

USA, tra tracollo economico e crisi istituzionale

 

Gli americani che hanno fatto domanda di sussidio di disoccupazione nella settimana tra il 9 e il 16 aprile sono più di 5 milioni e 200mila: nel mese dell’emergenza, sono stati in tutto 22 milioni. Un numero impressionante e senza precedenti: alcuni economisti parlano di un tasso di disoccupazione che arriverà al 20%, mentre per certo si è sopra il 12%. Anche chi lavora guadagna meno, perché il numero di ore lavorate è sceso. E la verità è che i numeri reali sono anche peggiori: il CARES Act, la legge da duemila miliardi approvata dal Congresso, prevede aiuti anche per i lavoratori della gig economy, ma essi non hanno ancora potuto fare domanda. Non solo, i siti e la burocrazia statale che raccolgono le domande sono sopraffatti: c’è chi non è ancora riuscito a presentare la sua richiesta.

I dati sulla disoccupazione sono il portato di un'economia in frenata brusca. La produzione industriale statunitense ha registrato il calo mensile più grande dalla fine della Seconda guerra mondiale (-5,4%), mentre le vendite al dettaglio sono diminuite come mai accaduto dal 1992 (-8,7%), primo anno in cui questo tipo di dati sono stati raccolti. A New York l'indice che misura le attività produttive, l'Empire State manufacturing survey, è sceso a -78,2 (il minimo storico precedente era -34,3, raggiunto nel febbraio 2009 nel pieno della crisi finanziaria).

 

La fretta dell'amministrazione Trump di superare le misure restrittive e la chiusura della attività produttive si spiega soprattutto con i dati economici. Il presidente insiste da tre anni: "L'economia USA non è mai stata così forte e sana". Non è del tutto vero e, soprattutto, Trump ereditava 7 anni consecutivi di crescita. Comunque sia, quello era ed è il suo pass per tornare alla Casa Bianca nel gennaio 2021. Oggi quel messaggio appare complicato da due cose: il tracollo dell'economia e una gestione dell'emergenza Coronavirus che gli americani ritengono inadeguata – dopo un mese di numeri positivi per Trump, dai primi di aprile la media dei sondaggi sulla risposta dell'amministrazione all'epidemia è negativa.

 

Per questo il presidente cammina su un crinale stretto: quello della volontà di accelerare la ripartenza e quello di evitare il contraccolpo che una fretta eccessiva e un ritorno di fiamma dell'epidemia comporterebbero. Per questo, dopo aver sfiorato la crisi costituzionale sostenendo di avere tutta l'autorità per eliminare le misure di lockdown imposte dagli Stati, Trump ha deciso di lasciare ai governatori la scelta sul da farsi. Il presidente evita così di rimanere scottato ma sa al contempo che diversi Stati repubblicani non hanno conosciuto crisi da Coronavirus e che altri (la Florida ha già cominciato a riaprire le spiagge) prenderanno questa decisione. Potrà così dire “avevo ragione” se le cose andranno bene, e non assumersi responsabilità se le cose andranno male. Tra l'altro le aree colpite dal Coronavirus sono in larga prevalenza democratiche: William Frey della Brookings Institution ha fatto due conti e scoperto che nelle aree a forte incidenza del virus il voto è per il 57% democratico; in quelle a bassa incidenza il 54,4% è repubblicano. Insomma, nella scommessa di Trump c'è forse anche un calcolo di geografia elettorale.

 

Attenzione però, oltre ai pericoli di ripresa e diffusione dell'epidemia c'è anche il giudizio sull'amministrazione: se a New York o in Michigan le morti dovessero continuare ad aumentare il giudizio degli americani sull'amministrazione sarebbe negativo anche in Ohio o in Arizona. Questo Trump lo sa e per questo accusa il governatore di New York Cuomo (e anche la governatrice del Michigan, Whitmer) di non aver agito bene e aver così creato una crisi peggiore, di aver chiesto troppo al governo federale, di non aver ringraziato abbastanza. Per questo dopo aver ceduto il potere di decidere cosa fare ai governatori, si è lasciato andare a tre tweet nei quali ha semplicemente scritto "Liberate il Michigan", "Liberate la Virginia", "Liberate il Wisconsin". Non a caso tre swing states. La decisione resta al governatore, ma il presidente fomenta la rivolta e lo scontento per l'economia locale.

 

Alle accuse di Trump ha risposto il governatore Cuomo con un intervento durissimo. Dopo settimane in cui ha moderato i toni, la figura politica che più di tutte è stata nell'occhio del ciclone dell'epidemia si è sentita leggere un tweet del presidente che lo accusava di procurato allarme sull'assenza di respiratori e posti letto. "Il presidente sta guardando la televisione? Farebbe meglio ad andare a lavorare", ha esordito Cuomo, spiegando come l'allarme per la mancanza di posti in ospedale e respiratori si basava sulle proiezioni fatte dalla task force nominata da Trump. "Il presidente dice di non voler essere coinvolto nelle questioni relative ai test perché sono difficili da risolvere. Lo sappiamo, per questo abbiamo bisogno dell'aiuto federale nel mezzo di uno stato di crisi dichiarato dal governo federale".

 

A questo proposito è in corso un braccio di ferro sulla capacità dei singoli Stati di sottoporre la popolazione a test e di controllare le interazioni. Lo stesso problema che si pone in Italia e altrove, con la differenza che gli USA sono uno Stato federale e Washington sembra aver deciso di devolvere i poteri che più gli creano problemi. Per riaprire, dicono medici (e governatori) serve la capacità di dare alle comunità segnali di allarme tempestivo in caso di focolai, serve un ampliamento della capacità di effettuare test diagnostici e la capacità di tracciare i contatti dovrebbe essere rafforzata. Tutte cose su cui l'amministrazione non vuole prendere impegni - all'inizio dell'epidemia il vicepresidente Pence aveva promesso 27 milioni di test entro la fine di marzo; oggi siamo ancora sotto i 3,5 milioni. Il Texas e altri Stati hanno già annunciato una riduzione delle restrizioni. Quei governatori e il presidente devono sperare che la situazione non peggiori.

 

In questo contesto la campagna elettorale è bloccata. Per Trump questa ha preso la forma della comunicazione diretta durante la conferenza stampa quotidiana, momento in cui il presidente tende a individuare nemici (i media, la Cina, l'Organizzazione Mondiale per la Sanità, i governatori) e a ripetere che le cose vanno bene. Per Biden si tratta di comunicare quanto può, trasmettere un'idea di competenza e sobrietà che contrasti con l'immagine di Trump e cercare di fare notizia. Difficile. Il candidato democratico ci è riuscito presentando un suo piano per la riapertura con un editoriale sul New York Times e con i video di sostegno di Bernie Sanders, Barack Obama e Elizabeth Warren. Non chissà quale notizia, in un clima preoccupato, ma comunque abbastanza per ricordare alla gente angosciata di esistere.

 

I sondaggi nazionali non ci rivelano granché sulla dinamica di una campagna elettorale che starebbe per entrare nel vivo e che invece è congelata. Biden mantiene un certo vantaggio e, soprattutto alcuni sondaggi sui singoli Stati sono interessanti per i democratici. In Arizona - dove dal 1968 e con le sole eccezioni di Carter e del secondo mandato Clinton vincono i repubblicani - Biden ha un certo vantaggio, così come la candidata democratica al seggio di senatore. Lo stesso in Wisconsin e persino in Florida. Tutto può cambiare a causa dell'andamento dell'economia e di quello dell'epidemia. Biden ha l'enorme problema di portare a votare ispanici e giovani delusi dalla sconfitta del progressismo sanderista. Un sondaggio del Pew Research Center segnala il poco entusiasmo giovanile per il candidato democratico, che vince tra gli under 30 ma non con i margini necessari per contrastare il consenso repubblicano tra gli over 60. Anche in questo caso l'incognita Coronavirus, che colpisce più gli anziani, pesa: quanto e come saranno arrabbiati i pensionati bianchi con l'amministrazione? Tutto dipende dalla fase 2 e dalle prossime settimane. L'unica certezza è che la parte più malandata dell'economia non ripartirà di slancio. Milioni di senza lavoro non riprenderanno in fretta a consumare; anche chi guadagna e lavora aspetterà prima di affollare ristoranti, cinema, negozi e centri commerciali. E quelli sono i luoghi dove la recessione da Coronavirus si sente di più.

 

 

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Immagine: New York, Stati Uniti, 29 marzo 2020: Strade deserte durante la quarantena per il Coronavirus. Crediti: Photo Spirit / Shutterstock.com

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