11 ottobre 2016

Un calcio a stereotipi e paure

Da alcuni giorni a questa parte, calcisticamente parlando, anche il Brasile ha la sua Corea, intendendo con questa locuzione – resa proverbiale da una leggendaria sconfitta dell’Italia a Inghilterra 1966 contro la Corea del Nord di Pak Doo-Ik – un ko imprevisto, all’interno di un Mondiale, contro un avversario indiscutibilmente sfavorito. Corea del Nord - Brasile, seconda giornata del gruppo C, lo scorso 4 ottobre si è chiusa con una impronosticabile vittoria per 1-0 da parte delle asiatiche. È accaduto appunto in un Mondiale, più precisamente quello femminile Under 17, cominciato lo scorso 30 settembre e che si chiuderà il prossimo 21 ottobre con la finale del torneo.

Non è tuttavia per quel risultato che la manifestazione attualmente in corso potrà essere considerata, in futuro, come una pietra miliare per il calcio internazionale. È piuttosto l’identità del Paese organizzatore a rendere il torneo altamente simbolico: la partita si è svolta infatti a Zarqa che, insieme alla capitale Amman e a Irbid, è una delle tre città della Giordania chiamata ad ospitare la prima competizione iridata targata Fifa in Medio Oriente, contestualmente anche il primo torneo mondiale femminile in un Paese a maggioranza musulmana. Proprio così: in un territorio dove oltre il 90% della popolazione è di religione musulmana sunnita, a poche centinaia di chilometri dalle aree al confine con Siria e Iraq presidiate da Daesh, in questi giorni di ottobre si sta disputando il Mondiale che, più di tanti altri, mette da parte gli stereotipi e le paure, per portare il seme di un cambiamento sociale nella condizione delle donne e dello sport femminile nell’intero mondo arabo.

È, se non altro, la speranza più volte ammessa da Samar Nassar, ex atleta oggi a capo del comitato organizzatore del Mondiale. Classe 1978, nata in Libano, Nassar è un’istituzione sportiva da quelle parti: come nuotatrice ha partecipato nel 2000 alle Olimpiadi di Sydney sotto la bandiera palestinese, quindi a quelle di Atene portando in vasca i colori della Giordania della quale, dopo il ritiro agonistico, è diventata capo delegazione ai Giochi di Londra 2012. Per lei, e per l’intera organizzazione, i primi dati dell’affluenza negli stadi sono incoraggianti: quasi 15 mila spettatori per la gara d’esordio della rappresentativa giordana contro la Spagna e una media di oltre 4 mila presenze sugli spalti per le partite della fase a gironi. Numeri che possono essere considerati significativi in assoluto per un Mondiale giovanile, ottimi perché si tratta calcio femminile, addirittura eccellenti considerando il contesto geopolitico.

Basterebbe pensare, per fare un paragone, che nella vicina Arabia Saudita di fatto alle donne non è consentito praticare sport in pubblico (sebbene la recente nomina della principessa Reema Bint Bandar alla vicepresidenza della sezione femminile dell’Autorità generale dello sport lasci immaginare qualche apertura), e nel non troppo lontano Iran ad esse è persino vietato assistere alle manifestazioni sportive.

Così, mentre i fotografi inviati sui campi immortalano i selfie dei padri con le figlie a fine partita, immagini che sono di per sé il racconto di una piccola rivoluzione culturale, fa effetto pensare che, anche solo quindici anni fa, una manifestazione come il Mondiale femminile Under 17 sarebbe stata impossibile da organizzare persino in Giordania. Del resto, sino al 2004 non esisteva un campionato femminile, tanto meno una nazionale e, in un clima ben più conservatore, quella relativa allo sport femminile non era nemmeno una vera e propria istanza, essendo l’agonismo un ambiente considerato maschile. D’altronde certe discipline, come appunto il calcio (peraltro considerato peccato nei regimi più integralisti), avevano l’insano potere di produrre uno stigma sulle donne che eventualmente vi si fossero avvicinate.

Ma c’è una figura di raccordo che lega il regno hashemita e il governo del calcio globale, una figura la cui passione calcistica e la cui opera hanno portato a risultati sorprendenti per un piccolo Paese qual è la Giordania: si tratta di Ali bin Al Hussein. 41 anni a dicembre, terzo figlio maschio del defunto re Hussein, studi negli Stati Uniti, proprio a Princeton ha intuito il potenziale del calcio femminile. Tornato in patria al termine della carriera universitaria, negli anni ha percorso un cursus honorum calcistico davvero notevole: presidente della federazione giordana nel 1999, co-fondatore nel 2001 della West Asian Football Federation, membro dell’esecutivo della confederazione calcistica asiatica (Afc) e, dal 2011 sino a pochi mesi fa, vicepresidente della Fifa. Già fedelissimo di Michel Platini, si era candidato poi, senza successo, alle elezioni vinte poi da Gianni Infantino: si devono alla sua opera di lobby nell’élite del pallone non solo la decisione di portare il Mondiale femminile Under 17 in Giordania, ma anche la possibilità per le calciatrici islamiche di giocare a capo coperto, indossando lo hijab, pratica sino al 2014 vietata dalla federazione internazionale e oggi sfruttata da diverse giovani giocatrici impegnate nel torneo iridato.

Una decisione che ha contribuito allo sviluppo recente del movimento nei Paesi arabi, e il torneo si sta rivelando un toccasana per l’immagine di una Fifa che cerca di rifarsi una verginità etica dopo essere stata travolta dagli scandali. Esattamente andando in questa direzione, a fine agosto, la Fifa aveva organizzato una serie di partitelle per far giocare circa 300 giovanissime rifugiate siriane del campo profughi di Zaatari, che ospita ben 90 mila persone (si calcola che, dall’inizio della crisi siriana, siano 1,4 milioni i rifugiati in Giordania, numeri imponenti per un Paese che ha 6,5 milioni di abitanti), dando la possibilità a bambine e ragazze di vivere una giornata diversa dalle altre. Dopo tutto, al di là del business e degli scandali, il calcio dovrebbe avere principalmente una funzione di inclusione sociale. E talvolta, come nel caso del Mondiale Under 17 in Giordania, accade davvero.

 


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