19 giugno 2022

Un mondo di democrazie in pericolo

La democrazia americana è anche nostra. E scriviamo americana in senso proprio, perché intendiamo riferirci a un intero continente di cui gli Stati Uniti costituiscono una parte, oggi meno egemone che mai. La democrazia – intesa come sistema di governo fondato sulla sovranità popolare di cittadini elettori, a cui spettano diritti di rappresentanza e di libertà, in primo luogo di espressione, nel rispetto delle minoranze – è oggi indebolita ovunque sia ancora presente, con scarsa consapevolezza dei suoi aventi diritto, anche a causa della reticenza mediatica e dei condizionamenti crescenti della e sulla rete Internet. È utile un esempio. I principali media, non soltanto italiani, hanno trascurato una notizia di rilevanza mondiale. Gli esponenti principali delle forze armate del Brasile, ove si svolgeranno elezioni presidenziali quest’autunno, hanno appena espresso la convinzione che esse non si svolgeranno regolarmente. Il presidente in carica Jair Bolsonaro – che nei sondaggi d’opinione risulta inferiore di oltre una ventina di punti rispetto al suo sfidante, Luiz Lula da Silva (già presidente, illegalmente detenuto per alcuni anni a seguito di accuse di corruzione rivelatesi false) – ha subito cavalcato questa delegittimazione preventiva di un sistema elettorale a cui deve la poltrona su cui è seduto da quattro anni, ipotizzando un meccanismo di controllo parallelo, gestito dagli stessi militari. Con ogni probabilità si tratta del preannuncio di un tentativo di golpe, nel caso di un esito favorevole allo sfidante, nel Paese dal corpo elettorale attivo più numeroso del mondo, dopo quello dell’India e degli Stati Uniti.

In India le elezioni hanno appena avuto luogo in forma regolare, anche se con un esito per altri versi inquietante, in quanto hanno confermato, a grande maggioranza, il governo di Modi, il quale persegue una politica che calpesta i diritti delle minoranze non indù – in primo luogo, quella musulmana – e, di conseguenza, il compromesso costituzionale su cui si fonda quella democrazia.

Altrettanto, se non più pericoloso, per il potere militare colà detenuto, è lo stato della democrazia negli Stati Uniti d’America. Come noto, è in corso un’indagine della Camera dei rappresentanti (ove, fino alle elezioni legislative di novembre, i Democratici detengono la maggioranza) su quanto avvenuto in occasione dell’insediamento della presidenza Biden, il 6 gennaio 2021. Da filmati e testimonianze raccolte – non esclusa quella del ministro della Giustizia dell’amministrazione Trump – l’assalto violento dei dimostranti, guidati da gruppi parafascisti, alla sede del Congresso non è stato soltanto ispirato, in parte aizzato, dal presidente uscente, ma ha avuto lo scopo di annullare e sovvertire l’esito elettorale che, secondo la procedura costituzionale, era in corso di definizione in quella sede. L’inchiesta in atto, forse destinata a sfociare nell’incriminazione di Donald Trump, potrebbe essere interpretata come un segno di buona salute democratica, se non fosse accompagnata da una molteplicità di elementi di fatto che ne rendono problematica la conclusione. In primo luogo la maggioranza dell’elettorato che ha dato il proprio voto a Trump – che, secondo i risultati ufficiali, ha conseguito il 46,8% dei voti contro il 51,7% che ha assicurato la vittoria di Biden – continua a essere convinta che l’esito sia stato contraffatto a favore del presidente in carica. In ciò incoraggiati da Fox News, la più seguita emittente televisiva del Paese, oltre che, sin dall’inizio – occorre non sottacerlo –, da regole e meccanismi elettorali così assurdamente variegati, Stato per Stato, addirittura contea per contea, da offrire un’aura di plausibilità anche a contestazioni palesemente strumentali. Colpisce altrettanto la scarsa attenzione che l’altra parte del Paese, quella democratica, sembra dedicare alla controversia in corso. Un’opinione pubblica trasversale è oggi maggiormente concentrata su temi quali l’inflazione, la sicurezza pubblica, l’immigrazione per gli effetti reali e percepiti sulle condizioni di vita di ciascun cittadino. I sondaggi di gradimento del presidente in carica, intorno al 30%, stanno a indicare il pericolo di una rielezione di un presidente ostile, quantomeno indifferente, ai valori costituzionali del suo Paese. È sempre più evidente, nella politica estera di Washington, la contraddizione tra i valori professati e il modo in cui vengono esportati manu militari in altri Paesi con effetti negativi, mentre permangono le ferite all’habeas corpus causate dalle amministrazioni precedenti di cui la permanenza del campo di concentramento di Guantanamo costituisce monumento eloquente. È comunque da registrare in senso positivo lo sviluppo di un’area progressista, all’interno del Partito democratico. 

Se la tensione contrapposta di schieramenti avversi a oggi tende a determinare una crescita della partecipazione al voto negli Stati Uniti, in Europa il principale sintomo di crisi della democrazia è, invece, costituito da un ormai perdurante calo delle percentuali di votanti. Le recentissime prove elettorali in Francia e in Italia ne costituiscono una drammatica manifestazione intimamente legata al discredito della classe politica, alimentata da un’attenzione mediatica che viene risparmiata ai dirigenti della finanza e dell’economia. Mentre negli Stati Uniti è presente una dialettica politica fin troppo aspra su temi percepiti come rilevanti nella vita dei cittadini – non di rado tali da evocare differenze e contrapposizioni di ordine economico e sociale – in Europa tali problematiche sembrano espulse dalle agende dei partiti, dal tramonto di Corbyn dal firmamento partitico britannico e con la sola eccezione dell’ascesa di Mélenchon nel corso delle elezioni presidenziali francesi. Ne consegue un indebolimento dei contropoteri parlamentare e giudiziario rispetto a un potere esecutivo comunque subalterno a quello finanziario che concentra nelle mani degli happy few una ricchezza crescente a spese di una maggioranza di cittadini, a sua volta crescente, ma sempre meno rappresentata nelle istituzioni.

Infine, la perdurante guerra in Ucraina, scatenata dalla Russia, preceduta dalla guerra civile nel Donbass, alimentata dal rilancio armato di un’Alleanza atlantica altrimenti obsoleta dopo la caduta del muro di Berlino, tende a una restaurazione di una guerra freddapapa Francesco la definisce una terza guerra mondiale – che, per sua natura, assimila le democrazie alle dittature avversarie (Russa, Bielorussia) o potenzialmente tali (Cina). Ne risulta un indebolimento di un percorso multipolare, ancora non governato, ma compatibile con un rafforzamento della legalità e dell’organizzazione internazionale, della libertà degli scambi e della salvaguardia dei sistemi democratici vigenti. Esso richiederebbe, inoltre, la convivenza pacifica con una dittatura in ascesa (la Cina) e una dittatura in declino (la Russia). Resterebbero da realizzare problematiche tappe intermedie quali l’incremento del processo d’integrazione europea, l’affrancamento iniziato dell’America Latina dall’egemonia statunitense, un ruolo sempre più attivo dell’Unione Africana, nell’immediato per far fronte alla carestia non soltanto in agguato. Con un’incombente crisi economica di cui s’ignorano l’entità, le articolazioni e le conseguenze politiche. Spes ultima dea.

 

Immagine: Vasilij V. Kandinskij, Improvvisazione n. 30 (Cannoni), 1913. Crediti: Art Institute Chicago

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