25 gennaio 2021

Un nome, una storia. Lo stadio Agia Sofia di Atene

L’identità è nei simboli e i simboli assumono un valore ancora più significativo al mutare del contesto. Quando, la scorsa estate, a Istanbul risuonò l’eco internazionale della prima preghiera islamica pubblica nella monumentale ex chiesa di Santa Sofia – già a sua volta emblema delle divisioni interne al mondo cristiano – riconvertita in moschea, le mai sopite tensioni fra Grecia e Turchia ebbero l’ennesimo motivo per un innalzamento dei toni, appunto per il significato simbolico dell’iniziativa identitaria e politica portata a termine dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

Non avranno chiaramente la stessa eco né lo stesso spessore, in questo 2021, l’inaugurazione e l’apertura al pubblico, Covid-19 permettendo, di una nuova Agia Sofia – appunto Santa Sofia – ad Atene, anche perché non si tratterà di una chiesa, ma di uno stadio, quello della AEK, battezzato in questa maniera proprio in onore della ex chiesa per secoli fulcro della cristianità dell’Asia Minore. Ora, va segnalato che la scelta di chiamare così lo stadio, dal punto di vista cronologico, precede di alcuni anni l’iniziativa di Erdoğan: non si tratta pertanto di una reazione, tuttavia l’impianto oggi non è ancora ultimato (la costruzione è cominciata nel 2017 e, dopo vari ritardi, il termine dei lavori è previsto per la seconda metà del 2021), ma lo sarà in un contesto nel quale il valore tradizionale del nome finirà per suonare provocatorio. Peraltro già in alcuni elementi architettonici, come l’arco dell’ingresso principale, lo stadio – che sorge dalle ceneri del vecchio impianto, nel quartiere ateniese di Nea Filadelfia, periferia dell’Attica – dovrebbe richiamare proprio la chiesa, a riprova del senso di appartenenza percepito che legherà ulteriormente la AEK e i suoi tifosi ad una storia che ha origine proprio nel conflitto greco-turco.

AEK è l’acronimo di Athlītikī Enōsis Kōnstantinoupoleōs, vale a dire Unione sportiva di Costantinopoli, club che venne creato nel 1924. Né il nome né la data sono casuali, perché il processo di fondazione della società è immediatamente successivo la guerra greco-turca (1921-23), quando si stima che oltre un milione di Greci provenienti dalla penisola anatolica ripararono in Grecia. Nei nuovi sobborghi di Atene si stabilirono anche alcuni atleti che avevano fatto parte, a Istanbul, del Greek football team, noto poi anche come Pera Club: a loro si deve la scelta di proseguire l’esperienza sportiva con la nascita dell’AEK.

Non fu l’unica squadra creata ad Atene per iniziativa di rifugiati – Panionios e Apollōn Smyrnīs –, ma divenne ben presto quella più riconoscibile, tanto per i successi in campo quanto per la forza dell’identità rappresentata. Dalla scelta di utilizzare il nome di Costantinopoli ai simboli e ai colori inseriti nello stemma sociale (l’aquila bicipite e i colori giallo e nero, mutuati dalle insegne dei Paleologi, la dinastia bizantina che resse l’Impero romano d’Oriente nell’ultimo periodo della sua esistenza), l’identità dell’AEK segnalava una precisa tradizione storica e culturale di riferimento. Le prestazioni sportive avrebbero fatto il resto, portando l’AEK a diventare una delle tre società più vincenti del calcio greco (con Olympiacos e Panathinaikos, anch’esse ateniesi) e proiettandola con una certa frequenza anche alla disputa delle coppe europee. Proprio in una di queste occasioni, a margine di una sfida dei play-off di Europa League dell’agosto 2019, l’AEK affrontò il club turco del Trabzonspor, i cui tifosi mostrarono uno striscione il cui testo in inglese ‒ “Can you swim?”, ovvero “sapete nuotare?” ‒, era un evidente riferimento all’incendio di Smirne che, nel 1922, rappresentò un episodio drammatico per la popolazione greca, assira e armena della città, costretta a cercare nel mare l’unica via di fuga a morte certa. La UEFA, pur pungolata, non applicò sanzioni, sebbene il contenuto dello striscione rientrasse a tutti gli effetti fra quelli vietati dalle regole disciplinari della confederazione in merito al comportamento dei tifosi.

Un’identità insomma nota anche agli avversari e che l’AEK renderà ancora più visibile nel nuovo stadio, nel cui ventre troveranno posto – almeno queste sono le intenzioni dichiarate – sia un museo sulla storia della popolazione greca rifugiata dall’Asia Minore, sia una piccola chiesa. Prenderanno inoltre il nome delle storiche città anatoliche anche gran parte dei varchi d’ingresso, in una struttura totalmente dedicata alla narrazione identitaria non solo del club, ma di un’origine e un’etnia, al punto che un contributo alla costruzione è giunto anche dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Al netto dai naming rights sull’impianto, acquistati da un gruppo del settore del gioco d’azzardo (ma, per regolamento, i nomi commerciali non possono apparire a livello di competizioni internazionali), al nuovo stadio Agia Sofia di Atene i concetti di appartenenza e identità avranno un significato ancora più profondo. Uno stadio-tempio il cui nome, per ragioni storiche inserite nel contesto attuale, non può passare inosservato.

 

Immagine: Ripresa da drone dello stadio di calcio dell’AEK Agia Sofia in costruzione nel parco pubblico di Filadelfia, Atene, Attica, Grecia. Crediti: Aerial-motion / Shutterstock.com

 


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