06 settembre 2017

Un pellegrinaggio alla Mecca dai forti risvolti politici

100.000 uomini delle forze di sicurezza dispiegati, assieme a 30.000 unità del personale sanitario, con l’obiettivo di assicurare un tranquillo svolgimento del pellegrinaggio. E alla fine, il principe Khalid al-Faisal – governatore della regione della Mecca – ha potuto commentare con soddisfazione il successo dell’hajj, sottolineando non solo la grande partecipazione, ma anche come il regno saudita continui ad adottare nuove misure per garantire servizi sempre più efficienti e la piena sicurezza dei fedeli.

Quest’anno – nel periodo compreso tra il 29 agosto e il 4 settembre – 2,3 milioni di persone hanno preso parte all’hajj, il pellegrinaggio alla Mecca che, almeno una volta nella vita, ogni buon musulmano che sia nelle condizioni fisiche ed economiche per farlo deve compiere. I fedeli raggiungono il luogo sacro da ogni angolo del mondo, per adempiere a uno dei precetti fondamentali dell’islam: necessario, quindi, uno sforzo organizzativo particolarmente importante da parte delle autorità saudite, al fine di accogliere i pellegrini e cercare di prevenire tragedie come quella che – nel settembre 2015 – costò la vita a centinaia di persone schiacciate dalla calca. Allora, le vittime furono 769 secondo Riyad, ben più di 2000 – e addirittura oltre 2400 – secondo altre fonti. Come però ha scritto Kamran Bokhari per Geopolitical Futures, accanto al suo profondo significato religioso, l’hajj finisce per racchiudere molteplici altri significati, oltre a rappresentare per la dinastia saudita – custode della Mecca e di Medina – uno straordinario strumento di soft power.

Così, anche il pellegrinaggio – in un contesto infuocato come quello mediorientale – è diventato motivo di scontro politico e geopolitico. L’anno scorso con l’hajj è stata ulteriormente marcata la già profonda frattura tra l’Iran e l’Arabia Saudita, con la decisione assunta da Teheran di non consentire ai suoi cittadini di partecipare al pellegrinaggio. La tensione tra le due aspiranti potenze regionali era altissima: subito dopo la tragedia del pellegrinaggio del 2015 – nella quale morirono anche 464 iraniani – l’ayatollah Khamenei aveva puntato il dito contro la monarchia saudita, che non era stata in grado di garantire l’incolumità dei fedeli; a inasprire ulteriormente il clima aveva poi contribuito – nel gennaio 2016 – l’esecuzione della condanna a morte da parte saudita del chierico sciita Nimr al-Nimr, cui seguì la presa d’assalto dell’ambasciata saudita a Teheran e la rottura delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Ancora oggi le relazioni tra Iran e Arabia Saudita restano tese, ma 86.000 fedeli della Repubblica islamica hanno potuto partecipare quest’anno all’hajj, grazie all’intesa raggiunta sulla questione fra Teheran e Riyad.

Il pellegrinaggio non è però sfuggito neppure questa volta alle conflittualità politiche, legate in particolar modo all’attuale isolamento diplomatico regionale del Qatar. L’Arabia Saudita – che accusa Doha di supportare il terrorismo e guarda con sospetto ai suoi rapporti con Teheran – aveva comunicato nel mese di luglio che avrebbe consentito ai fedeli qatarini l’ingresso nel Paese per partecipare all’hajj, pur con precise restrizioni logistiche: i cittadini dell’emirato avrebbero potuto raggiungere il regno saudita solamente con compagnie aeree autorizzate da Riyad e avrebbero dovuto ritirare l’apposito visto a Gidda o Medina, unici punti di approdo nel Paese per loro. Doha ha immediatamente criticato le condizioni stabilite, ritenendole ostacoli inaccettabili alla partecipazione dei suoi fedeli al pellegrinaggio; Riyad dal canto suo ha accusato il Qatar di voler chiedere l’internazionalizzazione dei luoghi sacri dell’islam.

La politicizzazione dell’hajj – di cui ovviamente Arabia Saudita e Qatar si sono reciprocamente accusate – ha poi vissuto un’ulteriore puntata a metà agosto, quando il re saudita Salman ha accolto durante le sue vacanze in Marocco Abdullah bin Ali al-Thani, appartenente a un ramo deposto della famiglia regnante in Qatar. La mossa, ovviamente, ha irritato Doha, anche perché dopo l’incontro Riyad ha formalizzato la sua intenzione di procedere unilateralmente alla riapertura della frontiera con lo Stato emiratino nei pressi di Salwa e di offrire un servizio di trasporto aereo ai fedeli qatarini fino a Gidda, per poter quindi proseguire il pellegrinaggio. Poi, una nuova accusa di Riyad: il Qatar avrebbe impedito agli aerei messi a disposizione dall’Arabia Saudita per i pellegrini di atterrare; circostanza smentita ovviamente da Doha. Lo Stato emiratino, per parte sua, ha invece dichiarato di non aver ricevuto alcuna risposta dalla controparte saudita in merito alle questioni di natura logistica sollevate, né tanto meno di aver ottenuto le necessarie rassicurazioni sulla sicurezza dei suoi cittadini, per cui i qatarini avrebbero dovuto rinunciare al viaggio. A conclusione dell’hajj, comunque, Khalid al-Faisal ha dichiarato che 1564 fedeli del Qatar hanno preso parte al pellegrinaggio.

Che ancora una volta, ha trasceso la sua dimensione religiosa per diventare punto di scontro politico.

 


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