24 gennaio 2022

Un’elezione presidenziale davvero diversa dalle altre

 

1. Con la convocazione del Parlamento in seduta comune insieme con la partecipazione dei delegati regionali per oggi, 24 gennaio alle ore 15, il presidente della Camera Roberto Fico, che presiederà insieme con il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, l’Aula di Montecitorio in riunione plenaria, ha dato ufficialmente inizio a quello che è il percorso di elezione del presidente della Repubblica nel nostro Paese. Un procedimento tanto rilevante quanto scarno in realtà nelle indicazioni costituzionali, al punto tale che – come è noto – le dodici precedenti elezioni presidenziali hanno costruito, oltre a quanto è previsto in Costituzione ai sensi degli articoli 83 e 84, anche per via di prassi, in modo consuetudinario, un insieme di elementi e di fattori che ogni volta interrogano tutti noi, a partire dai protagonisti, sulle regole che governano quello speciale consesso.

Pertanto, vi è innanzitutto necessità, seppur in modo sintetico, di ricostruire il perimetro che queste regole e regolarità definiscono.

In primo luogo, non vi è la possibilità di esplicitare candidature in modo giuridicamente formalizzato, per cui gli elettori presidenziali possono votare chiunque, purché sia una persona che corrisponda alle indicazioni costituzionali, ex art. 84 Cost., ossia: che possegga la cittadinanza italiana, che sia almeno cinquantenne, che sia titolare dei diritti civili e politici.

In secondo luogo, tenuto conto che l’obiettivo del Costituente è quello di favorire per la persona che sarà eletta la più forte ed ampia legittimazione politico-istituzionale, si prevedono, ex art. 83, dei quorum da dover superare per eleggere il presidente; quorum che – si badi bene – in ogni votazione debbono essere calcolati su l’intero numero dei componenti del collegio di elezione presidenziale, non sui presenti. Per cui, dal primo al terzo scrutinio, è necessaria la maggioranza qualificata, ossia i 2/3, dei componenti (che oggi è pari a 673 su 1.009), e dal quarto scrutinio in poi, è necessaria la maggioranza assoluta degli stessi (che oggi è pari a 505 su 1.009). Su questa base, insomma, appare chiaro che l’obiettivo voluto dalla Costituzione sia quello di impedire candidati troppo di parte, cioè imposti dalla sola maggioranza di governo in senso stretto; evitando che vi sia – di regola ‒ una automatica coincidenza tra la maggioranza che elegge il presidente con quella che esprime il voto di fiducia al Governo, per la quale basta la maggioranza semplice. Il presidio di quorum così elevati assolve quindi alla funzione di imporre il dialogo tra le forze politiche, costringendo gli elettori presidenziali ad una scelta comune e condivisa.

In terzo luogo – ed è questione importantissima, spesso poco considerata almeno nel gioco politico-parlamentare della costruzione della soluzione che poi porta all’elezione – la Costituzione impone, ai sensi dell’art. 83, che lo scrutinio sia segreto, in modo tale che il presidente eletto sia espressione in sé di una scelta libera da parte di ciascun elettore presidenziale; insomma di una decisione presa in piena coscienza, senza alcuna imposizione o pressione esterna da parte di chicchessia (comprese – volendo ‒ quelle naturali e logiche derivanti dalle indicazioni da parte dei leader dei partiti o dei gruppi parlamentari a ciascun elettore presidenziale, iscritto al rispettivo partito e/o gruppo parlamentare).

In tal senso, il rispetto puntuale della segretezza del voto è – e deve essere – assicurato dal presidente della Camera che, nel leggere in pubblico ciascuna scheda, dichiarandola valida o nulla, è chiamato ad assicurare e garantire la segretezza del voto, evitando che sia messa a verbale ‒ al netto evidentemente di quanto in pubblico ciascuna forza politica vorrà dire e rimarcare ‒ una possibile identificazione e attribuzione del voto scritta sulla scheda. Il presidente della Camera, proprio come garante del collegio, ha quindi il dovere, prima che il diritto, di impedire ogni forma di riconoscibilità del voto, evitando forme di identificazione dello stesso; un fatto non scontato come noto nella tradizione repubblicana di questa elezione, posto che – al contrario di quanto si possa immaginare – non pochi presidenti hanno consentito, nel leggere più del mero cognome scritto sulla scheda (e del nome, laddove presente, nel caso di omonimia), che invece gli elettori presidenziali con il loro voto ‒ organizzato e ripartito in modo scientifico tra ogni corrente e gruppo politico, scrivendo in modo concordato, più o meno volutamente modificato (o storpiato), un nome – rendessero riconoscibile, e dunque quantificabile in termini numerici, il dissenso o il consenso rispetto ad un potenziale eletto. Una scelta del presidente che, nei fatti, ha più volte aggirato il senso chiaro del testo costituzionale, rendendo palese ciò che la Costituzione invece richiede che sia segreto, facendo emergere “pacchetti di voti” di specifiche correnti politiche o gruppi parlamentari sui singoli. Del pari, onde evitare rischi di scambi impropri intorno al voto, magari certificati da foto come riprova dello stesso, gli elettori presidenziali, come ogni elettore, devono – o dovrebbero, perché anche questa disposizione di legge viene non di rado trascurata nell’organizzazione dei lavori ‒ lasciare sul tavolo, prima di entrare nella cabina di voto per votare, i cellulari.

Tra regole e regolarità, allora, sono questi i tre pilastri principali intorno ai quali ruota il voto per l’elezione del presidente della Repubblica.

 

2. Su queste basi, l’elezione presidenziale di oggi si connota per almeno tre importanti caratteristiche ulteriori: tutti elementi e fattori che, almeno in parte, la rendono più ricca e densa rispetto alle dodici che l’hanno preceduta.

Vi è innanzitutto – e drammaticamente non è poco – il tema dell’impatto della pandemia da Covid sul voto. Una situazione così rilevante da incidere per due aspetti.

In primo luogo, la composizione del collegio presidenziale. Questo, infatti, ha rischiato di essere dimidiato da un numero importante di assenze di elettori, tra positivi e quarantenati, ai sensi del d.l. 229 del 2021: testo che, in ragione dell’obbligo di green pass per il trasporto pubblico, inseriva quindi un requisito in più al voto degli elettori presidenziali positivi, quarantenati o non vaccinati che non vivono a Roma, a partire da quelli delle isole; impendendo loro concretamente di votare.

Non a caso, dopo l’ordinanza della Corte costituzionale, investita d’urgenza da alcuni di questi elettori presidenziali, il Governo ha opportunamente adottato il d.l. 2 del 2022, che ha previsto una deroga per questi soggetti esclusivamente per il voto per il capo dello Stato.

D’altronde, era una questione in sé molto rilevante non da ultimo per un duplice effetto: meno elettori presidenziali sono presenti al voto, più il quorum per eleggere il presidente implicitamente diviene difficile da raggiungere. E poi perché il quorum fissato dalla Costituzione determina un dovere e un diritto: il dovere da parte dell’ordinamento di proteggere il mandato parlamentare degli elettori presidenziali, mettendoli in condizione di scegliere liberamente se votare o meno per il capo dello Stato, e il diritto di questi ultimi di poter votare, senza vedersi appunto aggiunti ulteriori requisiti per poterlo esercitare. Non da ultimo perché la loro partecipazione all’elezione del presidente della Repubblica non è un voto ordinario, bensì una funzione costituzionale, espressa peraltro in un semplice voto, posto che si tratta di un mero seggio elettorale, pari a quello delle recentissime elezioni suppletive parlamentari di Roma centro, dove tutti hanno votato senza alcun tampone e/o requisito in più rispetto alla libera circolazione con mascherina FFP2. Sarebbe stato, in fondo, davvero un paradosso quello di elettori presidenziali ai quali è lo stesso Parlamento, per il tramite del Governo, ad imporre di non essere presenti e dunque di non poter assolvere il loro diritto-dovere costituzionale.

L’altro aspetto legato alla pandemia riguarda il calendario delle votazioni, che potrebbe essere stravolto in ragione dell’esplosione di un focolaio tra gli elettori presidenziali. Non a caso, d’altronde, si è già prevista una sola votazione al giorno (dal pomeriggio fino a sera), sebbene non si possa escludere a priori che la cadenza delle votazioni – che storicamente si sono svolte in alcune giornate o con un solo scrutinio o arrivando, in altre, perfino a tre – veda per la prima volta in questa elezione un intero giorno di interruzione tra una votazione e l’altra per sanificare i luoghi e provare a verificare i tempi di recupero degli assenti per Covid.

Dopo l’impatto della pandemia da Covid, la seconda caratteristica principale che pesa sul contesto di questa elezione è data dalla fragile composizione politica dell’attuale Parlamento.

Infatti, pur in apparenza dentro a tre grandi blocchi politici unitari, da un lato, il forte sfarinamento dei gruppi parlamentari – dimostrato dall’enorme numero di componenti che ha oggi il gruppo cosiddetto misto – e, dall’altro, il timore di una scadenza anticipata della legislatura (che determinerebbe da subito come effetto di nuove elezioni un Parlamento che vedrebbe l’assenza di oltre 1/3 degli attuali parlamentari, in ragione della riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari da 945 a 600) rendono davvero debolissima qualunque intesa politica che prescinda dalla volontà reale dei parlamentari “semplici” di evitare uno scioglimento anticipato delle Camere; d’altronde – pur in modo poco elegante, ma di certo umanamente comprensibile ‒ si tratta di figure politiche che, nel voto per il capo dello Stato, cercano di trovare anche una prospettiva di garanzia per il loro futuro, a partire dalla possibilità di poter rimanere in Parlamento fino alla scadenza naturale della legislatura.

Ultimo, ma non da ultimo davvero, la presenza di un governo straordinario, di larghissime e politicamente disomogenee intese, presieduto da Mario Draghi. Un governo, come noto, nato per fare fronte in modo adeguato e potente alla doppia crisi – quella pandemica e quella economica – la cui spirale negativa ha preso il Paese da quasi due anni, e che è chiamato a portare avanti, con precisione e attenzione, innanzitutto l’attuazione del PNRR.

Da qui il problema delle forze politiche che, laddove eleggessero una figura come Mario Draghi come presidente della Repubblica, dovrebbero poi trovare un presidente del Consiglio del pari istituzionalmente autorevole, in termini di standing interno ed internazionale, capace di garantire, innanzitutto a Bruxelles, con i partners europei, sia l’attuazione puntuale e specifica della seconda fase delle misure del PNNR perché esperto conoscitore delle Istituzioni di questo Paese, sia di “confortare” le forze politiche e i parlamentari ‒ in quanto attento e consapevole delle dinamiche politiche più profonde che albergano nella nostra politica ‒ nel garantire una navigazione senza veri scossoni politici né scioglimenti anticipati nell’ultimo anno di termine naturale della legislatura. Non poco, insomma.

Ecco dunque, in breve sintesi, le ragioni di complessità che, tra testo costituzionale e contesto politico, rendono l’attuale elezione particolarmente difficile.

Peraltro, di fronte a quanto più volte ha dichiarato dal presidente Mattarella di una sua recisa contrarietà ad un bis ‒ ritenendo la rielezione in sé della figura presidenziale, pur legittima, un elemento distopico tale da rischiare di stravolgere il nostro ordinamento costituzionale in modo surrettizio, facendolo precipitare in un’altra forma di governo – è bene essere consapevoli tutti, sin dalla scelta a questo punto del successore di Sergio Mattarella, che il presidente della Repubblica che sarà eletto oggi sarà l’inevitabile protagonista – stando alla media degli ultimi anni – di almeno tre crisi politiche di governo da risolvere. Da solo, innanzitutto.

Così come, del pari, sarà il riferimento politico obbligato del Parlamento ‒ vieppiù dalla seconda di quelle legislature ‒ essendo questo in preda ad un’intensa ristrutturazione politica di sé in ragione della riduzione del numero dei parlamentari.

Ecco dunque che, di fronte ai ripetuti «No che aiutano a crescere» (per citare il noto libro di Asha Philips) che il presidente Mattarella ha indirizzato alle forze politiche per spronarle a non impigrirsi nel trovare una soluzione adeguata a questi tempi incerti e difficili, e che – basti pensare alla questione Ucraina – mostrano “venti di guerra” sul territorio europeo, la responsabilità che hanno le forze politiche è sempre più chiara: quella di dimostrare al Paese la propria efficacia, funzionalità, consapevolezza del ruolo che, tramite loro, ha la politica nella società, eleggendo come presidente della Repubblica Italiana una figura saggia, di esperienza, riconosciuta ed autorevole, in Italia come nel mondo.

Perché è di questo che, al fondo, abbiamo davvero bisogno.

 

Immagine: Il cortile interno del Palazzo del Quirinale, sede del presidente della Repubblica Italiana, Roma (3 aprile 2019). Crediti: Edoardo Gamba / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0