1 dicembre 2020

Una pagina nuova delle relazioni USA-Iran?

Nei giorni che hanno preceduto l’omicidio di Mohsen Fakhrizadeh, lo scienziato considerato la mente del programma nucleare iraniano, Joe Biden ha nominato Jake Sullivan suo consigliere per la sicurezza nazionale e Antony Blinken suo segretario di Stato. Il primo ha avuto un ruolo centrale nei negoziati dell’accordo sul nucleare iraniano, il JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Action), il secondo è critico della guerra saudita in Yemen e parlando del conflitto sunnita-sciita e del tentativo di isolare il Qatar venuto da Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, scrisse nel 2018: «Una coalizione anti-sciita mascherata da alleanza per la sicurezza alimenterà il settarismo e produrrà più, non meno, terrorismo. Invece di schierarsi in quel conflitto, Washington dovrebbe fare pressione su Riyadh e Teheran perché smettano di alimentarlo». I vertici della futura politica estera e di sicurezza di Washington, insomma, hanno in mente quanto l’Iran giochi un ruolo regionale cruciale e quanto continuare ad averlo come arcinemico non farà che alimentare le tensioni regionali, le guerre per procura e il terrorismo.

La neodiplomazia americana, come quella europea, sa anche bene che tornare al tavolo con Teheran dopo aver denunciato un accordo costato anni di trattative e concessioni non sarà facile. Nei quattro anni di Trump molte cose sono cambiate in Medio Oriente, il ruolo dell’Iran è cresciuto, le sanzioni prima e il Covid poi hanno messo in difficoltà i moderati e gli equilibri regionali non sono più gli stessi – con la Turchia e l’Arabia Saudita a giocare un ruolo molto più assertivo.

 

A proposito di rivalità tra Iran e penisola araba, in molti hanno commentato i riconoscimenti di Israele da parte degli Emirati Arabi e Bahrain (dove l’opposizione sciita ha respinto quei protocolli) come una sorta di alleanza esplicita anti-iraniana. I riconoscimenti, del resto, sono figli dello sforzo diplomatico di Mike Pompeo, la cui ossessione anti-iraniana ha una storia lunga che continuerà fino al 20 gennaio. A metà novembre, dopo la sconfitta elettorale, Pompeo ha fatto un ultimo giro delle capitali mediorientali, ribadito la centralità del contenimento di Teheran nella sua strategia mediorientale, approvato un altro blocco di sanzioni contro elementi e organizzazioni iraniane spiegandole così: «Le sanzioni sono parte di quelle pressioni orientate a creare un nuovo Medio Oriente, raccogliendo Paesi che soffrono le conseguenze della violenza iraniana e cercano una regione più pacifica e stabile. Ridurre questa pressione è una scelta pericolosa, destinata a indebolire nuove partnership per la pace nella regione e a rafforzare solo la Repubblica islamica». Difficile essere più chiari di così nel condannare le intenzioni di Biden. L’uccisione extragiudiziale del generale Qasem Soleimani, del resto, somiglia (non per la tecnica usata) molto a quella dello scienziato mente del programma nucleare che a sua volta è una fotocopia di quelle dei suoi colleghi perpetrate dal Mossad israeliano tra il 2007 e l’avvio dei colloqui segreti tra Iran e Stati Uniti che portarono alla firma del JCPOA.

 

L’uccisione di Fakhrizadeh complica naturalmente la vita a quelle componenti della politica iraniana che vedono di buon grado l’elezione di Joe Biden e il potenziale ritorno al tavolo. Nel 2015 fu il presidente Rohani a difendere e promuovere l’accordo presso l’opinione pubblica iraniana. Le uccisioni extragiudiziali, quella americana e quella dello scienziato, con ogni probabilità israeliana, si prestano a due o tre letture possibili: la voglia di cercare un casus belli con Teheran, una certa arroganza-convinzione che l’Iran non reagirà oltre una certa misura, la speranza che le uccisioni e le sanzioni determino una maggior volontà da parte iraniana a sedersi a un tavolo e trattare. Questa ultima lettura delle cose è la più improbabile: l’avvicinamento tra Israele e i Paesi della penisola araba sotto l’egida del Dipartimento di Stato di Pompeo segnala la volontà di ridimensionare in maniera permanente il ruolo dell’Iran come potenza regionale (Iraq, Siria, Libano, Hamas nei territori palestinesi). La visita a Mohammad bin Salman da parte del genero di Trump e inviato in Medio Oriente, Jared Kushner, anch’essa successiva alla sconfitta, è un ulteriore segnale di questa attitudine. Nel complesso ogni scelta di queste settimane sembra pensata per ridurre i margini di trattativa tra la nuova amministrazione e l’Iran, dove si vota a giugno e la situazione lascia immaginare un ritorno al potere dell’ala più intransigente.

 

Tornare a un tavolo e trovare una quadra sarà complicato: l’Iran può giustamente protestare per le sanzioni e l’abbandono americano degli accordi, gli americani possono segnalare come il loro abbandono degli accordi non giustificasse la violazione del JCPOA da parte iraniana, come è invece avvenuto. In mezzo gli europei, che hanno sempre difeso gli accordi e condannato le violazioni iraniane. E a guardare Cina e Russia, cui andrebbe bene se gli Stati Uniti continuassero ad avere l’atteggiamento nei confronti di Teheran tenuto negli anni di Trump.

 

Cosa farà invece Biden? L’ipotesi generale, quella contro la quale sembrano scommettere e lavorare i Paesi della Penisola araba e Israele, è quella di un ritorno della diplomazia. Ovvero del ritorno al tavolo nucleare come parte di una ripresa del dialogo con gli arci-nemici. Come scrive Trita Parsi, analista iraniano-americano su Foreign Affairs: «Biden dovrebbe rifiutare di essere ingabbiato in Iran allo stesso modo in cui fece Obama (a ingabbiarlo provò Netanyahu, ndr). Dovrebbe insistere a pensare più in grande dell’accordo nucleare e guardare al rapporto più ampio, perché l’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che nessun accordo sul controllo degli armamenti può essere sostenuto se i rapporti tra i due Paesi continuano a deteriorarsi».

 

La pensa allo stesso modo Jake Sullivan che immagina però un approccio all’Iran fatto di diversi elementi. Quello sul nucleare è solo una parte e non è vincolato agli altri «Se l’Iran tornerà a conformarsi e sarà pronto a far progredire i negoziati in buona fede su questi accordi successivi, se l’Iran è pronto a tornare a rispettare l’accordo nucleare... allora gli Stati Uniti sono pronti a tornare a rispettare gli obblighi da quello derivanti e poi lavoreranno intensamente agli accordi successivi per affrontare una serie di questioni diverse... Le questioni regionali hanno un impatto su Paesi che non hanno nulla a che vedere con il programma nucleare. Una nostra strategia iraniana implica un lavoro sul nucleare, sulle questioni regionali e anche sui diritti umani». Nucleare e strategia regionale, nelle parole di Sullivan, si completano ma non dipendono l’una dall’altra.

 

Nei giorni scorsi Pompeo, Netanyahu, il capo del Mossad Yossi Cohen hanno incontrato il principe della Corona saudita bin Salman. Difficile immaginare che non si sia in nessun modo parlato della preoccupazione di tutti per le scelte prefigurate da Biden – non è necessario sapere se si sia parlato anche dell’imminente morte di Fakhrizadeh. A nessuno di costoro piace la volontà espressa da Biden di rimettere in gioco la diplomazia e la speranza è quella di vedere una reazione iraniana all’omicidio. A Teheran in questi giorni, come dopo l’assassinio di Soulemani, l’idea sembra quella di voler evitare reazioni e aspettare l’arrivo di Biden alla Casa Bianca. «Questo brutale assassinio dimostra che i nostri nemici stanno attraversando settimane di ansia, settimane in cui sentono che l’era della pressione sta per finire e che le condizioni globali stanno cambiando» ha detto Rohani.

 

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Immagine: Manifestazione di protesta per chiedere che non ci siano guerra e sanzioni verso l’Iran, Washington D.C., Stati Uniti (4 gennaio 2020). Crediti: Johnny Silvercloud / Shutterstock.com

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