22 febbraio 2021

Una primavera mutata in tragedia. Dieci anni di guerra in Siria

 

La sollevazione del 2011 contro il regime di Bashar al-Assad in Siria è diventata la più paradigmatica tra quelle passate alla storia col nome di “primavere arabe”. Anziché di paradigma, sarebbe forse più corretto parlare di spauracchio, dal momento che gli autocrati di altri Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa (MENA) hanno spesso agitato lo spettro della Siria per ammansire il dissenso da parte dei propri cittadini. Ciononostante, è possibile cogliere anche un altro aspetto paradigmatico a dieci anni dalle sollevazioni di piazza in Siria, ossia l’abbattimento di un muro – fatto di paura, repressione e guerra – che forse sarà possibile solo tamponare, ma non riparare del tutto.

Il 15 marzo 2011 viene convenzionalmente individuato come data di inizio della rivoluzione siriana. Nei mesi precedenti, i cittadini del Paese arabo avevano visto le piazze di Tunisia, Libia ed Egitto rovesciare gli autocrati locali, da Zine El Abidine Ben Ali a Hosni Mubarak passando per Muammar Gheddafi. E così, sugli schermi televisivi e sui social, tramite le mittenti panarabe come al-Jazeera, arrivava anche in Siria il verbo della thawra (“rivoluzione”, in arabo). I motivi del malcontento erano molteplici, alcuni specifici del contesto siriano, altri simili a quelli di altri Paesi. Da una parte la crescita della popolazione a ritmi sostenuti cui corrispondeva una notevole difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro, dall’altra il tasso di disoccupazione giovanile eccezionalmente elevato, il calo delle rendite petrolifere, la crisi del settore agricolo e una perdurante siccità. Il tutto era poi accompagnato da un senso di esclusione dalla vita pubblica e dai centri di potere, blindati attorno al clan Assad tramite un immenso apparato repressivo, formato dalle varie agenzie di intelligence. Repressione del dissenso, con metodi brutali, e desertificazione della vita politica, erano le logiche conseguenze.

Tuttavia, a dieci anni di distanza dalle sollevazioni in Siria, spesso si finisce per dimenticare che, soprattutto nella fase iniziale, i manifestanti di Damasco, Aleppo, Hama e altre località non chiedevano tanto che Assad facesse un passo indietro, quando piuttosto un qualche tipo di apertura riformistica. Nondimeno, quando le concessioni da parte del regime furono giudicate insufficienti, lo slogan delle manifestazioni divenne praticamente un coro unanime: “As-Shab yurìd isqàt al-Nizàm”, ossia “il popolo vuole la caduta del regime”.

Quello a cui si assistette in seguito fu un lento ma inarrestabile scivolare della rivoluzione verso una guerra civile, sfociata in una guerra regionale, sfociata a sua volta in un conflitto di portata internazionale (soprattutto dopo la costituzione nel 2014 del Califfato a opera dello Stato islamico, IS). La repressione si fece brutale, la rivolta si fece armata. Ben presto gli elementi più vicini all’Islam radicale egemonizzarono il fronte antigovernativo. Col sostegno dei suoi alleati – Russia, Iran e il partito-milizia libanese Hezbollah – Assad è poi riuscito a riprendere il controllo di gran parte della Siria, strappando un territorio dopo l’altro al mosaico di milizie ribelli appoggiate – a fasi alterne – da potenze regionali come Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi uniti e Qatar. Ad oggi restano fuori solo il Nordest ‒ controllato dalle Unità di protezione popolare (YPG, Yekîneyên Parastina Gel) a maggioranza curda, che hanno combattuto in prima linea contro l’IS ‒ e l’enclave nordoccidentale di Idlib, presidiata da milizie ribelli filoturche e dal cartello jihadista Hayat Tahrir al-Sham (HTS). Negli scontri, che spesso hanno avuto come teatro zone urbane densamente popolate, hanno perso la vita mezzo milione di persone, mentre metà della popolazione – tra profughi nei Paesi limitrofi e sfollati interni – ha dovuto lasciare le proprie case.

Oggi, però, nelle zone in mano ai governativi la situazione è tutt’altro che pacificata. Il quadro economico attuale è a dir poco disastroso: nel 2020 la moneta siriana è crollata – in concomitanza con la crisi finanziaria in Libano ‒ portando gli stipendi pubblici ad un livello di totale insufficienza. Le sanzioni internazionali e l’instabilità al confine con l’Iraq – area in cui si trovano gli scarsi e malmessi giacimenti di idrocarburi siriani – rendono impossibile per il governo rispondere adeguatamente al fabbisogno domestico di energia. In altri termini, in gran parte della Siria di oggi i cittadini sono costretti a far la fila per ore prima di ottenere pochi viveri e qualche tanica di benzina. Secondo il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (WFP), la crisi economica, la perdita di posti di lavoro aggravata dalla pandemia di Covid-19 e l’impennata dei prezzi hanno provocato in Siria un livello record di insicurezza alimentare: 1,3 milioni di persone non possono sopravvivere senza assistenza. Sean O’Brien, rappresentante del WFP per la Siria, ha osservato che nel Paese in questo momento «l’assistenza umanitaria fa la differenza tra mettere un pasto in tavola e andare a letto affamati».

Un disastro di questa portata ha fatto sì che, come anticipato, la Siria diventasse lo spauracchio preferito dei governi dell’area MENA per intimidire ogni forma di sollevazione. Ai manifestanti che nel 2019 protestavano in Algeria contro il quinto mandato dell’ultraottantenne presidente Abdelaziz Bouteflika, politici e autorità continuavano a ripetere che se insistevano con le rivendicazioni il Paese si sarebbe trasformato in «un’altra Siria». Ciononostante, al netto delle contraddizioni ancora presenti, gli algerini hanno vinto il muro della paura, riuscendo nell’intento di far dimettere Bouteflika e di avviare il Paese verso un percorso costituente. Non a caso ‒ abbinando a quella algerina le proteste che nel biennio 2018-19 si sono viste in Libano, Sudan e Iraq ‒ alcuni analisti hanno parlato apertamente di «seconda ondata» delle primavere arabe.

Il destino della Siria, e di tutta l’area MENA, dipende per buona parte da ciò che farà l’amministrazione USA, con il presidente Joe Biden insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio scorso. Fare i conti con la fase più complessa del conflitto siriano è toccato al suo predecessore Barack Obama, in carica tra il 2011 e il 2016, di cui Biden era vicepresidente. Con lo sguardo odierno si può affermare con un discreto margine di certezza che Obama, nonostante la storica inimicizia tra Washington e il regime di Assad, abbia in un certo senso sacrificato la Siria sull’altare di quello che era il suo principale obiettivo in Medio Oriente, ossia l’accordo sul nucleare con l’Iran stipulato nel 2015 (JCPOA, Joint Comprehensive Plan Of Action). A tal proposito, vale la pena ricordare che il Wall Street Journal ha pubblicato una lettera del 2014 in cui l’allora presidente americano assicurava alla guida suprema dell’Iran – Ali Khamenei – che gli USA sarebbero intervenuti in Siria per combattere lo Stato islamico senza però attaccare frontalmente l’alleato di Teheran a Damasco. A questo stato di cose si deve probabilmente il dietrofront di Obama dopo l’attacco chimico nella Ghouta orientale dell’agosto 2013, definito dall’inquilino della Casa Bianca la «linea rossa» il cui attraversamento avrebbe implicato un intervento americano in Siria.

Gli anni dell’amministrazione di Donald Trump, invece, sono stati per lo più interlocutori. Fatti salvi i raid missilistici contro postazioni governative in risposta agli attacchi chimici di Khan Shaykhun (2017) e Douma (2018), il tycoon di New York ha fatto ben poco per gestire le sorti del conflitto siriano, nella logica trumpiana del disimpegno e della “America First”. Di questo attendismo, però, Trump ha accusato le agenzie e il Pentagono, i quali gli avrebbero impedito di far fuori Assad come invece lui ardentemente desiderava.

Ad un mese dall’arrivo di Biden alla Casa Bianca, si può osservare con una certa facilità che c’è davvero poca Siria negli interventi pubblici del capo dello Stato e degli esponenti del suo team di politica estera, primi fra tutti il segretario di Stato, Tony Blinken, e il consigliere per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan. Se nei primissimi giorni di mandato l’amministrazione Biden ha congelato i contratti per la vendita di armi all’Arabia Saudita e dei caccia F-35 agli Emirati (entrambi impegnati nella guerra in Yemen), di Siria al momento si parla ben poco. Sullivan, questo è certo, ha avuto un ruolo centrale nei negoziati dell’accordo sul nucleare iraniano del 2015. Come ai tempi di Obama, quindi, l’Iran resta il centro della proiezione geopolitica statunitense nell’area, e se Biden – come dice ‒ punta a tornare all’accordo sul nucleare, non è detto che la Siria non resti la pedina da sacrificare per questo obiettivo. In termini pratici, quindi, è probabile che la nuova amministrazione cerchi una concertazione, non uno scontro, con Assad e con i principali attori coinvolti nel conflitto come Mosca e Teheran. Un conflitto, quello ancora in atto, che ricopre di sangue la Siria da ormai dieci anni.

 

Immagine: Bambino siriano che trasporta aiuti umanitari, Idlib, Siria (30 gennaio 2021). Crediti: Mohammad Bash / Shutterstock.com

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