19 dicembre 2016

Una strategia per la Difesa europea nel post Brexit

Nella cronistoria dell’Unione Europea il 2016 sarà un anno da segnare in rosso. Non solo per gli strascichi di una crisi finanziaria che la legano a una questione di conti e bilanci, ma per gli sviluppi negativi del suo processo di integrazione, che ha visto il popolo britannico optare per l’uscita dal grande progetto della bandiera blu a dodici stelle. Tuttavia, probabilmente spinta dall’impellenza di adottare una controrisposta alla Brexit, l’Unione Europea ha teso ad accelerare il suo processo di integrazione in uno dei campi nei quali ancora indiscussa è la prerogativa degli Stati membri, la difesa, e lo ha fatto presentando al Consiglio europeo del 15 dicembre scorso, attraverso l’Alto rappresentante, un Security and Defence Package. Questo si compone di una Strategia globale sulla sicurezza dell’Unione, di un suo piano di attuazione, di azioni concrete di cooperazione con l’Alleanza atlantica e di un piano d’azione sulla difesa europea.

Lo European Defence Action Plan (EDAP), in particolare, si articola nella proposta di istituire un Fondo europeo per la difesa a sostegno degli investimenti in attività di ricerca congiunta in materia (cd. research window, prospettando anche la creazione di un programma di ricerca da includere nel Programma quadro 2021-27), e finanziare lo sviluppo e l’acquisizione congiunti di capacità strategiche di difesa nella fase post-research&technology (capability window). La Commissione è ora invitata a formulare, di concerto con gli Stati membri, le modalità per destinare le risorse, nonché i tempi di pianificazione finanziaria. Benché la fase di consultazione e studio non lasci presagire rapidi accordi, la portata del pacchetto difesa non va sottovalutata.

Il fatto che un piano di azione per la difesa punti alle attività di ricerca testimonia una intelligente, per quanto tardiva, presa di coscienza dell’importanza di progettare e produrre innovazione di prima mano, invertendo la rotta di uno sviluppo economico e non economico che sia riflesso di una elaborazione scientifica e tecnologica sviluppata al di fuori del Vecchio Continente. Il fatto che si incentivino lo studio e lo sviluppo congiunti di nuove tecnologie discende da una esigenza economica, implicata dagli ingenti costi che tali programmi richiedono, e dalla necessità di sopperire a un ritardo tecnologico e di capacità che, infatti, l’Unione europea sconta da decenni.

Per quanto la problematica del divario tecnologico (inteso generalmente come lo squilibrio tra i Paesi europei e gli Stati Uniti d’America nella ricerca scientifica, messa a punto, commercializzazione o prossima introduzione delle più avanzate tecnologie) fosse nota sin dagli anni ’60, e per quanto la costruzione di una posizione competitiva nel settore tecnologico fosse considerata essenziale ai fini dello sviluppo europeo, il primo programma di ricerca congiunto europeo (Programma quadro) è stato avviato solo nel 1984. Il Programma quadro è divenuto uno degli strumenti più importanti nel contesto dell’integrazione europea, la sua strategia è una pietra miliare della politica di sviluppo comunitario e di una strategia industriale diversificata che dia un ‘valore aggiunto’ alle attività di ricerca e sviluppo in Europa. Da allora, sono stati lanciati otto programmi grazie ai quali l’Unione agisce nella scoperta di nuove frontiere nei più svariati ambiti (sviluppo rurale, pesca, educazione, energia e ambiente, trasporto aereo e navale, spazio) in proporzioni elevate (il Settimo, periodo 2007-13, è stato il più grande programma di ricerca comune del pianeta).

Tuttavia, per quanto ormai la maggior parte delle tecnologie progettate possa avere applicazioni sia nell’ambito civile che nelle attività militari (cd. dual use), non è stato possibile finora attribuire un carattere “militare” ai programmi. In questo senso va ricordato che le tematiche inerenti la difesa non rientrano nei programmi dell’Agenzia spaziale europea, né i programmi di investimento in equipaggiamenti o infrastrutture militari rientrano in quelli della Banca europea degli investimenti, che nel suo ruolo a sostegno dell’integrazione europea non prende nota del fatto che, in base al trattato, la Politica di sicurezza e difesa comune (PSDC) rientra a pieno titolo nel processo generale di integrazione. Sembra inoltre non rilevante la ricaduta positiva in altri settori (elettronica, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, trasporti, biotecnologie e nanotecnologie), sull’occupazione e la crescita dell’economia generata dagli investimenti in difesa, che è un settore ad alta intensità tecnologica.

La Brexit solleva non poche preoccupazioni in merito al processo di integrazione del mercato e dell’industria della difesa europea e, relativamente al nostro discorso, alla gestione della partecipazione britannica al programma europeo di ricerca e sviluppo attuale e prossimo (2021-27). Il Regno Unito è coinvolto nel finanziamento di progetti di ricerca su tecnologie duali, le sue imprese vantano numerose integrazioni nel tessuto industriale europeo (compresa Leonardo-Finmeccanica), gode di notevole rilevanza nei diversi segmenti industriali della difesa e intrattiene fruttuose collaborazioni nel campo con diversi paesi europei (è un partner tecnologico strategico, ad esempio, nel progetto Eurofighter ). Londra ha giocato un ruolo non marginale nella regolamentazione del mercato europeo della difesa ed è depositaria dell’ Accordo quadro del luglio 2000 siglato con Francia, Germania, Italia, Spagna e Svezia mirante a creare il quadro politico e giuridico necessario per agevolare la ristrutturazione industriale e promuovere una base tecnologica e industriale della difesa europea ( EDTIB) nel mercato della difesa globale. Va infine tenuta in cont, tra le membership britanniche, quella all’interno dell’Agenzia europea difesa che ha tra i suoi compiti quello di esplorare collaborazioni e stimolare la ricerca e lo sviluppo in materia di difesa.

Pertanto, nelle fasi del negoziato che seguirà, sarà evidente l’utilità di creare un regime per la partecipazione britannica agli oneri finanziari che tenga in conto delle collaborazioni pregresse e delle competenze ed eccellenze del sistema inglese. Il fatto che uno stimolo all’integrazione della difesa europea venga ora pensato in chiave di ricerca e sviluppo congiunto di tecnologie innovative e, soprattutto, arrivi sui tavoli decisionali sei mesi dopo il referendum Brexit, rievoca una serie di sforzi profusi dalla Gran Bretagna di Harold Wilson negli anni ’60 in direzione di una Comunità europea tecnologica. Quasi per la legge del contrappasso, va ricordato che, a quei tempi, la creazione della suddetta Comunità era valutata da Londra come fattore fondamentale per il suo ingresso nella CEE.

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0