19 settembre 2016

Unione europea, dal sogno alla dura realtà

Quella appena trascorsa è stata una settimana decisiva per il futuro prossimo dell’UE. Il discorso del presidente Jean-Claude Juncker sullo Stato dell’Unione dinnanzi al Parlamento europeo prima, e il vertice informale a 27 di Bratislava, poi, hanno infatti segnato il passo con cui si muoverà l’Europa nei mesi a venire, dopo il doloroso strappo del voto sulla Brexit di giugno.

L’UE giunge ai due appuntamenti estenuata da mesi di fallimenti e tensioni politiche tra Stati membri, pessimista, impaurita dal terrorismo e dai persistenti flussi migratori.

Ed è alle paure che Juncker e i 27 leader si sono trovati a dover dare delle risposte. Certo non era realistico attendersi un nuovo afflato visionario per il rilancio del progetto europeo, pari a quello dei padri fondatori.  Ma, se da un lato lo Stato dell’Unione ha tentato di offrire al Parlamento e ai cittadini un certo realismo costruttivo, volto a tenere fermo il timone e a concentrarsi su quanto effettivamente si può ottenere data la situazione attuale, il vertice di Bratislava ha costituito, piuttosto, un primo tentativo di ritrovare un dialogo, che ha lasciato molti scontenti, tra cui lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi.

In sostanza, si è dovuti partire dall’attuale minimo comun denominatore, fattosi sempre più ridotto negli ultimi mesi, come Juncker ha sottolineato con amarezza. Non a caso, i principali punti della road map concordata a Bratislava sono stati tutti “difensivi”: preservare le condizioni di vita europee; controllare frontiere e immigrazione; combattere il terrorismo; avviare il cammino verso una vera e propria difesa europea.

Paradossalmente, infatti, la decisione da parte del Regno Unito di lasciare l’Unione europea ha reso possibile l’accelerazione verso uno dei sogni del federalismo europeo. Durante il suo Stato dell’Unione, Juncker ha delineato i primi passi in questa direzione, che dovrebbero partire dalla centralizzazione dei quartier generali per le singole missioni, alla progressiva messa in comune degli apparati militari, fino al lancio di un Fondo comune per la ricerca e l’innovazione nella difesa, in un quadro di cooperazione con la NATO. Il summit di Bratislava si è limitato ad affermare la necessità di un concreto passo avanti in termini di sicurezza e difesa, sfruttando le opportunità offerte dai Trattati, rimandando le decisioni concrete al Consiglio di dicembre.

Per quanto riguarda la “conservazione dello stile di vita europeo”, declinato in senso economico e sociale, nelle parole di Juncker il punto più significativo è stato l’annuncio del raddoppio del Piano di investimenti, che prende il suo nome e sta registrando non pochi successi nei diversi Paesi UE. Dai 315 miliardi inizialmente previsti per il primo triennio, si dovrebbe arrivare, infatti, a 630 entro il 2022. Una misura che dovrebbe contribuire a creare nuovi posti di lavoro, a sostenere le piccole e medie imprese e soprattutto i giovani. Anche qui, secondo la road map sancita a Bratislava, la decisione sull’effettiva estensione del Piano sarà presa a dicembre, “alla luce di una valutazione”.

Sappiamo, poi, come la crisi migratoria abbia costituito il tema centrale dell’agenda europea per l’intero anno trascorso. E sappiamo anche quante tensioni abbia causato il tentativo di gestire il fenomeno in modo solidale e responsabile tra tutti gli Stati membri. Non è un caso che tanto il vertice di venerdì, quanto le parole di Juncker due giorni prima, si siano soffermati principalmente sulla parte securitaria del problema, in particolare sul controllo delle frontiere esterne dell’Unione, che dovranno essere rafforzate nei punti maggiormente sotto pressione, in particolare tra Bulgaria e Turchia. Da notare come il punto sia tra i più dettagliati e concreti del documento di Bratislava, in cui oltre alla rinnovata intenzione del Consiglio di proseguire l’attuazione dei controversi accordi con Ankara, oggetto di numerose polemiche, compare un significativo impegno a “tornare a Schengen”. Un timido, ma significativo segnale, dopo mesi di messa in discussione di uno dei cardini stessi dell’Unione europea.

Riassumendo, al momento le uniche decisioni possibili sono di tipo conservativo, non si preannunciano rilanci del progetto europeo né riforme di tipo strutturale: non cambia l’impostazione economica neoliberista e non ci si discosta dall’austerità, ma si cerca di ovviare attraverso un piano straordinario per sostenere la crescita; l’immigrazione viene affrontata in termini di chiusura e rafforzamento delle frontiere, rimandando eventuali decisioni su una politica migratoria solidale tra gli Stati membri e di lungo termine a momenti di minori tensioni. Anche il cammino verso un esercito europeo sembra più una necessità pragmatica che un passo verso il completamento ideale dell’Unione. In ogni caso, la road map concordata a Bratislava appare piuttosto vaga e attendista su gran parte dei punti, a sancire l’impotenza attuale del Consiglio, e smorza l’impulso che la Commissione ha tentato di dare con il discorso di Juncker.

A marzo 2017 si celebrerà il 60° anniversario dei Trattati di Roma. Citato sia da Juncker stesso che nel documento del vertice come momento decisivo, sarà forse l’ultima occasione per fare un bilancio sull’Europa e deciderne il destino, che ad oggi appare tutt’altro che roseo.

 

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