07 dicembre 2016

Van der Bellen vincitore (infine) delle elezioni presidenziali austriache

Un segnale ‘rosso, bianco e poi di nuovo rosso’, come i colori della bandiera nazionale; un segnale – sottolinea il nuovo presidente – ‘di speranza e di cambiamento’, che parte dall’Austria ed è diretto a tutte le capitali dei Paesi dell’Unione Europea. Le forze della destra nazionalista, animate alla vigilia del voto dalla concreta possibilità di una vittoria sull’onda lunga del voto anti-establishment, devono per il momento rinviare i festeggiamenti: i cittadini austriaci hanno infatti scelto Alexander Van der Bellen come nuovo capo dello Stato, in un appuntamento elettorale – quello del 4 dicembre – che ha visto l’esponente dei Verdi contrapposto a Norbert Hofer, candidato dell’estrema destra della Freiheitliche partei Österreichs (FPÖ). Secondo i dati del ministero dell’Interno, Van der Bellen avrebbe ricevuto il 51,7% dei consensi a fronte del 48,3% conquistato da Hofer, che pur non nascondendo la sua delusione ha immediatamente riconosciuto la sconfitta; considerando poi nelle proiezioni del risultato anche il voto postale, la vittoria del neo-eletto presidente dovrebbe ulteriormente consolidarsi, con un dato che si attesterebbe sul 53,8% delle preferenze. Con l’affermazione di Van der Bellen si è conclusa una tornata elettorale complessa e incredibilmente lunga, il cui significato politico è andato ben al di là del ruolo largamente cerimoniale del capo dello Stato e ha superato i confini austriaci, interrogando l’intera Europa. Tutto è cominciato il 24 aprile, quando Hofer si è aggiudicato il 35,1% dei voti chiudendo il primo turno delle presidenziali in netto vantaggio. Dietro di lui proprio Van der Bellen, che con il 23,1% delle preferenze si assicurava la partecipazione al ballottaggio; terza l’indipendente Irmgard Griss, mentre al quarto e quinto posto si collocavano – decisamente distaccati – i candidati dei due grandi partiti popolari del Paese, Rudolf Hundstorfer per i socialdemocratici della SPÖ (11,3%) e Andreas Khol per i cristiano-democratici della ÖVP (11,1%). Poi il secondo turno del 22 maggio, con una battaglia all’ultimo voto che è stata a suo tempo analizzata su questo magazine (https://www.treccani.it/magazine/geopolitica/Austria battaglia all ultimo voto.html) e la vittoria di Van der Bellen grazie al decisivo contributo dei voti postali. Nel frattempo, gli effetti della ‘tempesta Hofer’ avevano costretto alle dimissioni – il 9 maggio – il cancelliere socialdemocratico Werner Faymann, alla guida di un esecutivo di Große koalition SPÖ-ÖVP e protagonista, dopo una prima apertura, di una brusca virata in senso restrittivo in materia di politiche di accoglienza. A seguito del ricorso presentato dalla FPÖ, il 1° luglio la Corte costituzionale decideva tuttavia di invalidare gli esiti del ballottaggio, avendo constatato irregolarità nelle operazioni di scrutinio: dunque, tutto da rifare, e ripetizione del secondo turno fissata per il 2 ottobre. A settembre, l’ennesimo colpo di scena: l’impossibilità di sigillare correttamente le buste del voto per corrispondenza a causa di un difetto nella colla della striscia autoadesiva costringeva infatti a un ulteriore rinvio, portando a stabilire il 4 dicembre come nuova data del voto. Oggi però, a urne chiuse, i risultati sono chiari: il vincitore è incontrovertibilmente Van der Bellen, che secondo le proiezioni avrebbe anche tratto beneficio da una maggiore mobilitazione dei suoi elettori. Rispetto al voto annullato a maggio sarebbe poi aumentata di circa un punto percentuale l’affluenza, che secondo i calcoli dovrebbe essersi attestata sul 74% . La delusione della FPÖ – a un passo dalla vittoria – è evidente, ma il leader del partito Heinz-Christian Strache si è dimostrato ugualmente ottimista: il consenso tributato a Hofer, che aveva promesso di ‘spazzare via’ l’establishment, è stato comunque importante, e i sondaggi continuano a collocare la FPÖ in cima alle preferenze degli elettori. Per questo Strache ha dichiarato che ‘l’ora del partito sta arrivando’ e che il 2017 sarà ‘l’anno della FPÖ’, puntando dunque a elezioni anticipate rispetto alla data del 2018. Van der Bellen ha avuto la meglio in questa tornata elettorale, ma sarebbe un errore sottovalutare il peso politico della destra nazionalista: come ha giustamente osservato Fabio Wolkenstein sul blog della London school of economics, il risultato delle presidenziali non va interpretato come una sconfitta della FPÖ, quanto piuttosto come la plastica rappresentazione degli sforzi dei tradizionali attori della politica di contenere l’espansione dell’ultradestra, sforzi che sortiscono gli effetti sperati solo quando sono messe in campo tutte le risorse a disposizione. Il ‘segnale di speranza e di cambiamento’ cui ha fatto riferimento Van der Bellen non va dunque lasciato lì ad appassire, ma dovrà essere coltivato con cura, tanto in Austria quanto in Europa.  


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