03 agosto 2017

Venezuela, prosegue lo scontro politico e istituzionale

«Maduro pa’lante, tu llevas el volante», ossia ‘Maduro avanti, sei tu al volante’.

Così i sostenitori del presidente Nicolás Maduro hanno salutato il capo dello Stato che, soddisfatto, si è recato in piazza Bolivar a Caracas per celebrare gli esiti delle elezioni per la formazione di una nuova Assemblea costituente, chiamata a ‘perfezionare’ la Carta fondamentale del 1999. Una piazza, secondo diversi commentatori, tutt’altro che piena, quasi a simboleggiare la crisi di un regime e di un’ideologia politica che – privi del loro fondatore e complice l’attuale disastro economico – stanno mostrando in maniera evidente tutte le loro vulnerabilità.

Puntellare con decisione un sistema di potere fortemente debilitato dalle proteste, rinfrescando così la sua legittimazione: era questo il primo grande obiettivo che il fronte madurista aspirava a conseguire, dopo mesi di manifestazioni di piazza contro il sistema vigente e decine di vittime durante gli scontri. Il sangue peraltro non ha smesso di scorrere né alla vigilia dell’appuntamento elettorale né tanto meno nel giorno delle elezioni, con un bilancio di almeno 15 morti, che ha portato a quota 121 il computo complessivo delle vittime dall’inizio della protesta.

Quanto agli esiti del voto, questi non erano evidentemente in discussione, considerando che le opposizioni avevano invitato a non recarsi alle urne per non conferire alcuna ‘patente di legittimità’ a un processo costituente non condiviso. Inoltre, le modalità di assegnazione dei seggi sembravano ab initio congegnate per favorire figure più aperte verso il regime, prevedendo da una parte l’elezione di 176 delegati su base ‘settoriale’ – provenienti cioè da specifici gruppi sociali – e dall’altra l’elezione di 364 delegati su base geografica, assegnando un rappresentante a ciascuna delle municipalità dei 23 Stati della Repubblica bolivariana e 2 delegati per le capitali di Stato. Dunque, secondo i critici, nel primo caso l’elezione di personalità provenienti da categorie che avevano tradizionalmente coltivato buoni rapporti con il chavismo, e nel secondo una metodologia elettorale tendente a sovrarappresentare le aree rurali, dove le municipalità tendono a essere in numero relativamente superiore e il chavismo continua a mantenere una certa capacità di presa, a differenza delle aree urbane più densamente popolate in cui le opposizioni hanno fatto registrare maggiori consensi.

Poste queste premesse, era il dato relativo all’affluenza ad attirare maggiormente l’attenzione, perché numeri importanti avrebbero consentito al presidente Maduro di rivendicare che ‘el pueblo’ continuava a essere dalla sua parte, nonostante la campagna delle forze a lui ostili, definite a più riprese dal capo dello Stato ‘codarde’ e ‘terroriste’.

8.089.320: tanti sono stati gli elettori che – secondo quanto comunicato dal Consiglio elettorale nazionale – hanno deciso domenica 30 luglio di andare a votare per eleggere i membri dell’Assemblea costituente, portando l’affluenza a un valore pari al 41,53% degli aventi diritto. Un dato che le opposizioni da una parte contestano – convinte che solo 2 milioni e mezzo di elettori abbiano votato – ma dall’altra, come ha commentato su Il Foglio Maurizio Stefanini, ritenevano sarebbe stato comunque dichiarato, indipendentemente dalla reale consistenza della partecipazione. Il 16 luglio, le forze anti-maduriste avevano organizzato un ‘contro-processo’ elettorale informale per respingere il progetto costituente di Maduro e per chiedere immediate elezioni, coinvolgendo – secondo i dati da loro riportati – oltre 7,5 milioni di cittadini. Pertanto, il superamento di tale soglia – quanto meno con un certo margine – rappresentava per il presidente un imperativo da raggiungere, o comunque se non altro da dichiarare.

I dati del Consiglio elettorale hanno comunque permesso al capo dello Stato di esultare, consentendogli tanto di rivendicare la ‘grande legittimazione popolare’ del nuovo consesso quanto di lodare nel suo slancio retorico la «forza morale di un popolo che in maniera eroica, in condizioni di guerra, si è recato a votare chiedendo la pace». Pace e giustizia: due termini molto ricorrenti nel discorso tenuto a piazza Bolivar da Maduro, che ha voluto rimarcare come occorrerà serrare le file per far sì che la Costituente rappresenti lo spazio per un dialogo nazionale aperto a tutta la gente ‘onesta’ e ‘sincera’. Gli esponenti delle opposizioni però, ha dichiarato il presidente, non avrebbero il coraggio per sedersi attorno a un tavolo e discutere: il capo dello Stato ha, infatti, voluto rimarcare di aver chiesto ad alcuni suoi emissari di parlare con Julio Borges, presidente del Parlamento – l’Assemblea nazionale – e membro dell’opposizione anti-madurista, ma il rifiuto a partecipare alle elezioni per la formazione della Costituente sarebbe stato totale, portando al fallimento del confronto.

Ora, però, la strada è segnata: nelle parole di Maduro, per lo meno retoricamente, il primo obiettivo rimane il dialogo nazionale, ma occorrerà anche costituire immediatamente una Commissione per la verità e la pace, dotata di pieni poteri e con la facoltà di revocare l’immunità parlamentare a tutti coloro a cui andrebbe revocata. Considerazioni, queste, chiaramente indirizzate agli esponenti dell’opposizione e inequivocabili nel loro significato. Ancora, bisognerà combattere «gli speculatori, i ladroni e la borghesia parassitaria», tutti riferimenti che lasciano presagire una ulteriore stretta e un controllo ancora più pervasivo sull’economia.

Cosa dovrebbe poi fare la nuova Costituente con la procura generale? Maduro non ha dubbi: procedere a una sua ristrutturazione, dichiarare lo stato di emergenza e commissariarla, perché si faccia giustizia. Un passaggio quest’ultimo che in piazza è stato accolto dal coro «Fiscal traidora, ya te llegó la hora», vale a dire ‘Procuratrice traditrice, è giunta la tua ora’: chiaro, dunque, come da queste parole emerga netta la contrapposizione tra Maduro e la procuratrice generale Luisa Ortega Díaz, un tempo convinta chavista e adesso duramente in contrasto con il capo dello Stato, tanto da dichiarare che la procura non riconosce né il processo costituente in quanto tale né gli esiti del voto, aggiungendo che le consultazioni hanno rappresentato l’espressione delle ‘ambizioni dittatoriali’ del presidente.

Le opposizioni, da parte loro, hanno assicurato che non lesineranno gli sforzi e continueranno a lavorare in Parlamento, dove possono contare sulla maggioranza dei seggi. La Costituente però, dovrebbe operare nella medesima sede dell’Assemblea nazionale, che gli anti-maduristi non intendono abbandonare. Sentita dalla CNN, la storica e politologa Margarita López Maya ha osservato come il vero obiettivo della convocazione della Costituente fosse proprio quello di esautorare di fatto il Parlamento per riproporre una concentrazione del potere nelle mani di Maduro: la situazione che sembra delinearsi adesso è dunque quella di uno scontro tra istituzioni contrapposte che – come ha rilevato in un’analisi su El País Francesco Manetto – mettono ciascuna in discussione la legittimità dell’altra.

Nel frattempo dagli Stati Uniti sono arrivate nuove sanzioni contro Caracas, che hanno colpito direttamente anche Maduro. Per il presidente però, questa è quasi una stella da appuntare sul petto, a riprova – ha voluto sottolineare – che il Venezuela non si piega alla volontà dell’‘impero nordamericano’. Per l’Italia, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha sottolineato come la situazione sia «al limite della guerra civile, al limite di un regime dittatoriale», aggiungendo che Roma non riconoscerà la Costituente voluta da Maduro; una decisione, questa, che è stata presa anche da numerosi Paesi latinoamericani.

All’indomani del voto intanto, gli oppositori Leopoldo López e Antonio Ledezma sono stati nuovamente trasferiti in carcere, per una supposta violazione dei termini della detenzione ai domiciliari.

 


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