21 settembre 2022

Verso il midterm

Mancano ormai poche settimane alle elezioni di midterm dell’8 novembre e il quadro appare molto più fluido e incerto di quanto non fosse prima dell’estate, quando una vittoria repubblicana sembrava scontata e l’unica incertezza riguardava le sue dimensioni. Prima però di discutere della campagna elettorale in corso e dei temi che la stanno dominando è indispensabile fare chiarezza su questo voto o, meglio, su questi voti, perché come sempre negli Stati Uniti molti elettori saranno chiamati a esprimersi per una pluralità di cariche federali, statali e locali.

Il Congresso, innanzitutto. Dove, come ogni due anni, si rielegge l’intera Camera dei rappresentanti (435 membri) e un terzo del Senato (quest’anno 34 seggi su 100) a cui si aggiunge un’elezione speciale per uno dei due seggi senatoriali dell’Oklahoma (rieletto nel 2020, l’anziano senatore repubblicano in carica Jim Inhofe ha deciso di abbandonare l’incarico a inizio 2023).  Si vota – e si vota molto di più rispetto al 2020 – anche per le istituzioni statali. Il prossimo novembre saranno elette 88 delle 99 assemblee legislative degli Stati (l’unico ad avere un sistema monocamerale, adottato nel 1934, è il Nebraska). Soprattutto, saranno ben 36 i governatorati in palio contro gli appena 11 di due anni fa. Ma oltre ai governatori, si voterà per cariche – come, ad esempio, quella dei segretari di Stato (27) – il cui compito spesso include funzioni fondamentali, quali la supervisione delle operazioni di voto e la certificazione ultima del risultato. Infine, vi sono una pletora di elezioni municipali, incluse quelle per i sindaci di Los Angeles e Washington DC, e i soliti, numerosi referendum.

La storia recente ci dice che al midterm il partito del presidente parte tendenzialmente con handicap. Tra il 1934 e il 2018, su 22 midterm solo in tre occasioni esso ha ottenuto delle vittorie, perdendo in media 28 rappresentanti e 4 senatori per tornata elettorale. Un dato, questo, che si fa ancora più negativo per i midterm immediatamente successivi all’elezione di un nuovo presidente, che in un solo caso – peraltro molto particolare come quello di George W. Bush nel 2002 – non hanno visto il partito del presidente subire una sconfitta alla Camera bassa (sconfitta talora pesantissima, come è stata nelle altre tre occasioni più recenti: Clinton nel 1994, Obama nel 2010 e Trump nel 2018). Dalla Seconda guerra mondiale a oggi, il partito del presidente ha ottenuto in media 7,5 punti percentuali in meno nel voto popolare del midterm rispetto a quello delle presidenziali di due anni prima.

Le cause sono diverse e gli studiosi da tempo le indagano e ne discutono. Vi è la quasi fisiologica disillusione verso un presidente eletto con promesse quasi mai realizzate (o che non possono essere realizzate in un solo biennio, a maggior ragione in un quadro politico iper-polarizzato, e poco efficiente, come quello contemporaneo). Agisce un gap di motivazione che avvantaggia chi non sta alla Casa Bianca; e alle elezioni di midterm, con un tasso di partecipazione che è molto più basso rispetto alle scadenze presidenziali, è determinante motivare appieno il proprio elettorato. Pesa (o ha spesso pesato) la preferenza di molti elettori indipendenti o meno schierati per un governo diviso che impedisca un’eccessiva concentrazione del potere nelle mani di un partito.

Tutte condizioni, queste, che fino a poco tempo fa lasciavano presagire una vittoria potenzialmente assai ampia dei repubblicani. Con i tassi di popolarità di Biden ai minimi storici – ed è indicatore, quello del consenso all’operato del presidente, divenuto centrale nelle predizioni sull’esito del midterm – la sua agenda legislativa sostanzialmente bloccata al Congresso, una controparte repubblicana fortemente motivata e l’attenzione inizialmente concentrata su temi, immigrazione ed economia in particolare, favorevoli ai repubblicani, tutto sembrava convergere nel preludere a un midterm non diverso da quelli del 2010 e del 2018. Alla Camera dei rappresentanti, in particolare, i democratici non sembravano avere possibilità alcuna, perché è lì che queste dinamiche si manifestano più nettamente, l’elettorato repubblicano è distribuito più efficientemente nel Paese e molti parlamentari democratici in carica hanno deciso di non ricandidarsi. Al Senato, la partita appariva invece più indecisa, per le ragioni di cui sopra, ma anche perché quest’anno la mappa elettorale avvantaggia i democratici che debbono difendere solo 14 dei 35 seggi in palio.

L’estate pare avere però modificato radicalmente questo stato di cose. Le ragioni sono plurime. Biden è riuscito a ottenere finalmente alcuni successi politici, per via legislativa o attraverso ordini esecutivi, laddove la linea adottata nei confronti nella guerra in Ucraina raccoglie un ampio sostegno bipartisan. Il tasso di approvazione del suo operato, pur rimanendo molto basso, è risalito di 4/5 punti, attestandosi attorno al 42/43%. Le primarie repubblicane, con l’attivo intervento di Donald Trump in molte di esse, hanno visto talora il successo di candidati tanto radicali quanto improbabili, e quindi più vulnerabili nelle elezioni generali di novembre. Il quadro economico è più opaco di quanto non appaia se letto solo attraverso i (preoccupanti) dati del PIL o dell’inflazione, con un tasso di disoccupazione al 3,5%, una crescita delle retribuzioni medie in alcuni settori cruciali e un mercato del lavoro dinamico che permette nuovamente una grande mobilità. Soprattutto, centrali nel dibattito pubblico sono divenuti temi – la crisi della democrazia americana, le armi da fuoco e in particolare l’aborto – che avvantaggiano i democratici. Nel giugno scorso, la decisione della Corte suprema di cancellare la sentenza del 1973 (Roe v. Wade) che garantiva il diritto d’aborto nel Paese e la successiva ondata di radicali leggi proibizioniste adottate in molti Stati controllati dai repubblicani hanno aperto una discussione che ha messo la destra chiaramente sulla difensiva. E sembrano avere permesso ai democratici di colmare almeno una delle variabili cruciali del voto di midterm, quella appunto del gap di motivazioni. Varie scadenze elettorali dell’estate, su tutte alcune significative elezioni suppletive e un importantissimo referendum vinto dal fronte pro-aborto in Kansas, hanno evidenziato quanto mobilitante sia questo tema per gli elettori e, ancor più, per le elettrici e come la linea radicalmente anti-abortista dei repubblicani sia osteggiata da una larga maggioranza del Paese.

Basterà questo per avere un midterm eccentrico e impedire la sconfitta di un impopolare presidente appena eletto in un’epoca di polarizzazione? Probabilmente no, soprattutto alla Camera dei rappresentanti dove il vantaggio repubblicano è solido e in una certa misura strutturale. Diverso è il caso del Senato, per le varie ragioni summenzionate, ma dove l’esilissima maggioranza democratica (51 a 50 grazie al voto della vicepresidente Harris) sarà anch’essa testata. E dove, alla fine tutto si giocherà nei pochi Stati veramente in bilico, tra cui diversi – l’Arizona, il Nevada, la Georgia – che i democratici devono difendere.

 

Immagine: Joe Biden (7 giugno 2022). Crediti: Marlin360 / Shutterstock.com

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