7 aprile 2021

Verso la ricomposizione dell’Islam sunnita?

Al contrario del cosiddetto conflitto tra sunniti e sciiti, spesso sovraesposto a livello mediatico e sovrastimato nella sua reale entità, passa sovente in secondo piano un confronto dai toni davvero aspri all’interno dell’Islam sunnita stesso. Tuttavia, e forse questo costituisce un buon motivo per parlarne, gli attori che si trovano sulle due parti della barricata di questo conflitto hanno dato negli ultimi mesi importanti segnali di apertura gli uni verso gli altri. Se questo riavvicinamento andrà a concretizzarsi pienamente si potrà parlare della ricomposizione di una frattura che ha influenzato enormemente la politica del mondo arabo-islamico negli ultimi anni.

I due campi del mondo sunnita corrono lungo una linea di faglia che divide due concezioni differenti dell’Islam politico (che è cosa diversa rispetto all’Islam inteso come fede e spiritualità). Da una parte c’è la Fratellanza musulmana, appoggiata da attori statuali come Qatar e Turchia, dall’altra l’Islam conservatore incarnato dall’Arabia Saudita e dai suoi principali alleati regionali. All’inizio dello scorso decennio, con il manifestarsi delle cosiddette “primavere arabe” nel biennio 2010-11, la Fratellanza e i partiti ad essa affini sembravano aver guadagnato uno spazio e un prestigio politico senza precedenti nella storia del movimento. Fondata dall’egiziano Hasan al-Banna nel 1928, la Fratellanza era infatti riuscita ad egemonizzare le piazze in rivolta, rivelatesi spesso acefale e prive di un programma politico preciso.

Fu così che Mohammed Morsi venne eletto presidente egiziano nel 2012, salvo poi essere deposto con un colpo di Stato l’anno successivo. In Tunisia, il partito islamico an-Nahda – sotto la guida di Rachid Ghannouchi – ebbe un ruolo centrale nella transizione dopo la caduta di Zayn al-Abidin Ben Ali, così come nella successiva fase costituente e politica. In Libia, dopo la cacciata e la morte di Muammar Gheddafi, i Fratelli entrarono nel Consiglio nazionale di transizione e si ritagliarono ampi spazi di manovra nella politica degli anni successivi. Quelli citati sono solo i casi più noti ed emblematici. Il successo della Fratellanza – e indirettamente quello di Turchia e Qatar – iniziò a vacillare, anche a livello simbolico, con la caduta di Morsi in Egitto. Da allora i due fronti dell’Islam sunnita hanno continuato ad alimentare un clima di tensione, culminato nel 2017 con l’approvazione del cosiddetto “Qatar ban”, tramite il quale Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto hanno interrotto le relazioni diplomatiche con Doha.

Oggi è possibile postulare l’esistenza di una lenta ma tangibile ricomposizione della frattura tra le due anime del sunnismo a partire da alcuni avvenimenti degli ultimi mesi. Il 5 gennaio scorso, Arabia Saudita, Emirati, Egitto, Bahrain e gli Stati membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) hanno firmato la cosiddetta dichiarazione di Al-Ula che apre di fatto la strada al ripristino dei legami politici ed economici con lo Stato del Qatar. A questo evento si deve, probabilmente, il fatto che Doha ha mostrato un atteggiamento solidale nei confronti dell’Arabia Saudita e del suo principe ereditario, Mohammed bin Salman (MBS), dopo che l’intelligence USA ha divulgato, all’inizio di marzo, il rapporto sull’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi. Il documento, che ricostruisce l’assassinio avvenuto il 2 ottobre 2018 nel consolato saudita a Istanbul, punta il dito contro MBS, nei confronti del quale però non sono state imposte sanzioni di alcun tipo. Come già detto, il rampollo di Casa Saud ha incassato il sostegno di tutti i partner del Golfo, compreso l’ex nemico giurato qatariota.

Il 10 marzo la Camera dei rappresentanti libica, riunitasi a Sirte, ha concesso la fiducia a Abdul Hamid Dbeibeh, premier ad interim del neonato Governo di unità nazionale libico (GNU). Imprenditore, ex manager della popolare squadra di calcio libica Al-Ittihad, il nome di Dbeibeh è riuscito a mettere d’accordo i vari attori libici, compresi quelli del Governo di accordo nazionale di Tripoli (GNA) – appoggiato da Turchia e Qatar – e quelli vicini alle autorità della Cirenaica e al generale Khalifa Haftar (supportato da emiratini, egiziani e sauditi). Infine, importanti segnali di riavvicinamento si sono visti tra Egitto e Turchia. Il 6 marzo, il ministro della Difesa di Ankara, Hulusi Akar, ha rilasciato dichiarazioni impensabili solo fino a un anno fa, considerato che Egitto e Turchia sono ai ferri corti sin dall’estromissione di Morsi. «Abbiamo molti valori storici e culturali in comune con l’Egitto – ha detto Akar ‒, riteniamo che potrebbero esserci sviluppi diversi nei prossimi giorni». Prima di lui, in un’intervista ad Agenzia Nova, l’ambasciatore turco a Roma, Murat Salim Esenli, aveva affermato che esistono i punti di convergenza tra il Cairo e Ankara «legati alla stabilità in Nord Africa o in Medio Oriente», con particolare riferimento proprio alla Libia.

In politica internazionale non è facile stabilire quanti indizi siano necessari a costituire una prova, ma i segnali di un certo riavvicinamento tra l’asse Turchia-Qatar e quello guidato dall’Arabia Saudita ci sono tutti ormai. Ancora più arduo è cercare di rintracciare le ragioni dietro questa ricomposizione tra i due campi avversi dell’Islam politico sunnita. Da una parte può essere frutto di necessità regionali. I Paesi del Golfo e del Medio Oriente hanno infatti accusato pesantemente il contraccolpo economico della pandemia di Covid-19. La distensione diplomatica potrebbe essere il preambolo per creare nuovi spazi di cooperazione tali da affrontare al meglio la crisi pandemica e, quando possibile, uscirne. D’altro canto potrebbe trattarsi anche di un riallineamento dovuto al mutato contesto internazionale. L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sembra intenzionata a riaprire le trattative con l’Iran per l’accordo sul nucleare, anche se finora Washington e Teheran appaiono impegnate in un balletto per stabilire chi debba fare il primo passo. I Paesi arabi del Medio Oriente temono forse che questa distensione tra USA e Iran possa in qualche modo sfavorirli, e pertanto cercano di serrare i ranghi in attesa di capire come si concluderà la vicenda.

 

Immagine: Musulmani durante la preghiera del venerdì in strada a causa della pandemia di Covid-19, Alessandria, Egitto (12 febbraio 2021). Crediti: Justina Elgaafary / Shutterstock.com

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