1 luglio 2022

Vertice NATO di Madrid: un vecchio patto per fronteggiare nuove sfide

 

Dal 28 al 30 giugno i capi di Stato dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica e le rispettive delegazioni si sono incontrati a Madrid per prendere parte a quello che è considerato da molti il vertice NATO più importante dalla caduta dell’Unione Sovietica. Oltre alla guerra in Ucraina, in questo storico summit sono stati discussi vari altri temi allo scopo di sviluppare il nuovo Strategic Concept della NATO. Il documento, delineato dai vertici dei Paesi membri dell’organizzazione, definisce la strategia generale, chiarisce quali sono i valori fondamentali e i compiti dell’Alleanza al fine di affrontare in modo più coeso ed efficace le sfide attuali e quelle future. Tale documento ha un forte valore politico, oltre che militare, in quanto fa convergere gli interessi delle nazioni partecipanti all’Alleanza su dei punti e dei valori comuni, così da procedere senza esitazioni nell’eventualità di una operazione. Il precedente concetto strategico adottato nel 2010 è stato infatti ritenuto non più adeguato a far fronte alle problematiche emerse nell’ultimo decennio come le primavere arabe, l’ascesa dell’ISIS, l’annessione della Crimea e, in ultimo, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia; Russia che è stata per questo considerata nel documento redatto a Madrid come la minaccia numero uno alla stabilità mondiale.

L’implementazione del nuovo concetto strategico passa necessariamente attraverso l’aumento delle spese per la difesa dei singoli membri, oggi fissato al 2% dei rispettivi PIL. L’obiettivo del 2% per la difesa entro il 2024, stabilito nel 2014, ma di cui si è iniziato a parlare già nel 2006, è ancora ben lontano dall’essere raggiunto. Infatti, a oggi, soltanto 9 Paesi su 30 hanno raggiunto l’obiettivo (erano 8 nel 2021), mentre, tra gli esclusi figura ancora l’Italia insieme a Stati quali Spagna, Germania, Olanda, Canada. La spesa per la difesa italiana si attesta soltanto all’1,54% del PIL e, mentre il Parlamento tedesco ha trovato un accordo dal valore di 100 miliardi da investire nella difesa, per l’Italia l’obiettivo del 2% da raggiungere entro il 2024 è ancora lontano, nonostante gli sforzi fatti in questi mesi dal presidente Mario Draghi.

In un’intervista alla BBC, Gwythian Prins, ricercatore alla London School of Economics ed ex consigliere della NATO, ha dichiarato che l’Alleanza atlantica starebbe cambiando la propria filosofia riguardo questi vincoli economici: mentre in precedenza la priorità era l’aumento dei budget per la difesa dei Paesi membri, oggi si tenderebbe a dare maggiore importanza agli obiettivi strategici. Di conseguenza le spese militari crescerebbero in funzione di questi e non il contrario.

Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha annunciato un monumentale aumento delle forze di risposta rapida dell’Alleanza in Europa. Il contingente passerà da 40.000 a 300.000 unità grazie a quella che Stoltenberg definisce «la più grande revisione della difesa collettiva e della deterrenza dalla Guerra Fredda». La presenza di queste forze, in particolare nei Paesi alleati dell’Europa orientale, oltre che più massiccia, sarà anche ben coesa con gli eserciti nazionali, addestrata secondo le peculiarità dei singoli territori e pronta in tempi rapidi a ogni tipologia di intervento. Naturalmente, all’aumento di unità corrisponderà un aumento e ammodernamento degli armamenti ed equipaggiamenti su tutti i livelli: dall’aereonautica alla difesa terrestre, dalle forze marittime alla cybersicurezza.

Un altro grande tema del vertice di Madrid è stato l’avvio del processo di adesione di Svezia e Finlandia alla NATO in seguito alla caduta del veto da parte della Turchia. Il via libera di Erdoğan non è tuttavia un atto di benevolenza, bensì il frutto di una negoziazione in cui il leader turco ha cercato di ottenere qualcosa per sé in cambio della rimozione del veto. L’accordo sta destando numerose polemiche poiché Erdoğan ha posto tra le condizioni la cessazione del supporto alla resistenza curda da parte dei Paesi membri e la cooperazione di Svezia e Finlandia nella lotta contro il PKK (Partîya karkerén Kurdîstan, Partito dei lavoratori del Kurdistan), considerato dalla Turchia un’organizzazione terroristica. L’accusa mossa alla NATO sarebbe dunque quella di aver sacrificato la causa curda pur di ottenere il nulla osta all’ingresso dei due Paesi baltici.

L’espansione dell’Alleanza atlantica verso nord-est porterebbe diversi vantaggi dal punto di vista strategico, in particolar modo il controllo del Mare Baltico e l’isolamento dell’enclave russa di Kaliningrad. Allo stesso tempo, però, desta molte preoccupazioni poiché aumenterebbe il rischio di escalation con la Russia. Vladimir Putin ha immediatamente replicato dichiarando che Mosca non ha alcun problema con l’adesione di Svezia e Finlandia al Patto atlantico, ma, qualora la NATO decidesse di stanziare le proprie basi e truppe in quei Paesi, la risposta russa sarebbe simmetrica. Il Cremlino si riserverebbe dunque il diritto di stanziare pari contingenti di forze militari nell’area del Mare Baltico per contrastare la minaccia NATO. La Finlandia, storicamente neutrale, oltre a possedere un lungo confine con la Russia e una importante posizione strategica, comanda la più vasta gamma di artiglieria in tutta Europa, nonché una importante flotta di sottomarini. L’ingresso di Helsinki e Stoccolma, il cui processo di adesione dovrebbe durare qualche mese, rappresenta dunque un guadagno anche sul piano militare e della correlazione di forze; al tempo stesso ciò richiederà un grande impegno da parte dei Paesi membri per organizzare la cooperazione interforze con i due nuovi alleati, nonché la riorganizzazione della difesa dei due Stati.

Al summit si è discusso anche della sfida che la Cina ha lanciato agli Stati Uniti, sfida che non si gioca più soltanto nell’ambito economico, ma che comincia ad interessare il piano militare. Mentre nel documento del 2010 la Cina non era stata presa in considerazione, nel nuovo strategic concept Stoltenberg ha annunciato che saranno tenute in considerazione le «sfide che Pechino pone alla sicurezza, agli interessi e ai valori» dei membri del Patto atlantico. Washington vede la sua storica superiorità militare indebolirsi così come il progetto di mondo unipolare a guida statunitense cominciato dopo il 1989 e avrà dunque bisogno dei suoi alleati atlantici per mantenere tale egemonia, o quantomeno un equilibrio in stile guerra fredda. Questa rivalità strategica, non unanimemente condivisa all’interno dell’Alleanza, riporta infatti in auge termini come cortina di ferro e sistema bipolare, espressioni che si ritenevano oramai appartenenti al passato; alcuni hanno già ribattezzato l’isola di Taiwan “la nuova Berlino Ovest”. Tralasciando questo gioco di similitudini e tornando al presente, il controllo dello scacchiere del Pacifico è certamente una delle sfide più grandi che la Cina pone agli Stati Uniti e ai suoi alleati. Per questa ragione, al summit della NATO, si è ritenuto di coinvolgere per la prima volta Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, partner esterni all’Alleanza, ma direttamente coinvolti e strategicamente rilevanti nell’area del Pacifico.

La NATO sta assumendo sempre più una dimensione globale piuttosto che Nord Atlantica come il nome suggerirebbe. Per gestire un “ombrello protettivo” sempre più esteso, presente ed efficace sarà necessario che tutti gli Stati membri programmino massicci investimenti nella difesa, questione non semplice visto che il tema dell’aumento del budget per le spese militari provoca diverse divisioni nelle opinioni pubbliche di molti Paesi, tra cui il nostro. La guerra in Ucraina ha riportato drammaticamente all’attenzione della politica e dei cittadini la questione della difesa così come il ruolo della NATO. L’Organizzazione, che quest’anno ha compiuto 73 anni, sembra aver ritrovato nuova linfa, nuovo scopo e rinnovata coesione a fronte dei rischi e delle sfide globali emerse in questi ultimi anni, in particolare a quella posta dal conflitto in Ucraina. Gli obiettivi che sono stati delineati a Madrid sono a dir poco ambiziosi e necessiteranno ben più del 2% previsto nel 2014 che, come dichiarato da Stoltenberg, non dovrà essere un tetto, ma una base di partenza per sviluppare un apparato di sicurezza efficace in un mondo molto più pieno di tensioni rispetto al 2010.

 

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Immagine: Personale di sicurezza durante la cerimonia di apertura del vertice della NATO a Bruxelles, Belgio (11 luglio 2018). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com