22 maggio 2017

Vince Rohani. L’Iran sceglie l’“interazione con il mondo”

Nel giugno del 2013 fu la «Vittoria dell’intelligenza, della moderazione e del progresso sull’estremismo», questa volta è stata la scelta del «Sentiero dell’interazione con il mondo, lontano dalla violenza». Le parole – di allora come di oggi – sono di Hassan Rohani, rispettivamente all’indomani della sua elezione alla presidenza dell’Iran e subito dopo la sua conferma nell’incarico, forte di oltre 23,5 milioni di voti e del 57,1% dei consensi. Al secondo posto Ebrahim Raisi, l’unico che potesse realmente impensierire il presidente uscente: alle urne, il candidato conservatore si è aggiudicato quasi 15,8 milioni di voti corrispondenti al 38,3% dei consensi. A seguire, con poche centinaia di migliaia di voti, Mostafa Mirsalim (poco meno di 480.000, circa l’1,2%) e Mostafa Hashemitaba (circa 250.000, lo 0,5%). Grande l’affluenza, pari a oltre il 73% degli aventi diritto, tanto che l’apertura dei seggi è stata prolungata per consentire a tutti gli elettori di votare.

Quella del 2013 fu una vittoria “dell’intelligenza, della moderazione e del progresso” perché gli iraniani – dopo otto anni di presidenza Ahmadinejad – aspiravano all’apertura di una nuova stagione, improntata al cambiamento graduale della politica interna e a una maggiore apertura del Paese in campo internazionale. Dopo quattro anni, alcuni risultati in tal senso sembrano essere stati raggiunti.

La principale eredità politica che Rohani portava con sé alla vigilia delle elezioni era l’accordo sul programma nucleare siglato da Teheran con i Paesi del gruppo P5+1 (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti e Germania), al culmine di un negoziato complesso in cui è stato importante anche il contributo dell’Unione Europea. In un articolo pubblicato su questo magazine a poche ore dall’apertura dei seggi, si è rilevato come l’intesa abbia consentito all’Iran di beneficiare della graduale rimozione delle sanzioni connesse al controverso programma in cambio di una sua ridefinizione e rimodulazione: dunque, un do ut des in piena regola, in forza del quale l’Iran ha potuto riaprirsi al mondo e tornare sulla scena internazionale, così da rilanciare la sua stagnante economia. Si è tuttavia visto come i dividendi positivi di tale ritorno – nonostante una crescita stimata sul 6,5% nel 2016 dal Fondo monetario internazionale – debbano ancora essere percepiti da buona parte della popolazione, le cui condizioni di vita continuano a rimanere difficili.

E sull’insoddisfazione – sotto le insegne dello slogan “lavoro e dignità” – hanno puntato i conservatori con Ebrahim Raisi, che durante la sua campagna elettorale non ha mancato di fare ricorso agli argomenti della retorica populista. Tali argomenti, nonostante la convergenza di tutto il fronte conservatore su Raisi con il ritiro della candidatura del sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf, non sono tuttavia stati sufficienti. Con il loro voto, gli elettori iraniani hanno espresso la volontà di proseguire lungo il percorso intrapreso, segnato da un’impronta di moderato riformismo all’interno del complesso e articolato quadro politico della Repubblica islamica.

È questo dunque il «sentiero dell’interazione con il mondo» citato dopo la vittoria da Rohani, che peraltro ha voluto ringraziare l’ex presidente riformista Mohammad Khatami – la cui immagine e le cui parole non possono essere pubblicate dai media – per il sostegno che, questa volta come nel 2013, gli ha voluto assicurare. La nuova legittimazione garantita dal voto non significa però che il secondo mandato presidenziale di Rohani sarà semplice: in primis, come ha osservato lo storico Abbas Milani dell’università di Stanford, negli ultimi giorni di campagna elettorale il Presidente sembra aver ‘alzato la posta’ e accentuato rispetto al passato il suo profilo riformista. Se, dunque, il primo mandato ha prodotto il non trascurabile risultato di avviare il processo di riapertura dell’Iran al mondo, nei prossimi quattro anni Rohani sarà chiamato a uno sforzo importante sul fronte interno per garantire maggiori libertà sociali e politiche, ambiti su cui ha non di rado fatto sentire la propria voce durante la corsa presidenziale ma rispetto ai quali la strada da compiere è ancora lunga, come testimonia, ad esempio, la condizione dell’ex primo ministro Mir Hussein Moussavi, di sua moglie Zahra Rahnavard e dell’ex speaker del Parlamento Mehdi Karrubi, agli arresti domiciliari dal 2011 dopo la repressione delle proteste dell’Onda verde per le contestate presidenziali del 2009.

Gli ambienti del conservatorismo, che controllano ancora istituzioni cardine nella Repubblica islamica, saranno ovviamente determinati a difendere le loro posizioni e a contrastare i programmi di Rohani.

C’è poi il campo internazionale, di particolare centralità visto il coinvolgimento dell’Iran come attore geopolitico di grande importanza nei critici e infuocati fronti dell’instabilità mediorientale. Dalla Siria al Libano, dall’Iraq fino allo Yemen, Teheran mira a difendere i suoi interessi nella regione, ma dalla parte opposta ci sono Israele e le monarchie del Golfo che coltivano le medesime ambizioni, e dalla capitale dell’Arabia Saudita Riyad il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato un duro monito all’Iran, reo – nelle sue parole – di destabilizzare il Medio Oriente e finanziare i terroristi.

Dunque, Rohani è atteso da una sfida complessa, che potrà affrontare con un nuovo mandato elettorale. È probabile che sulla sua vittoria, più che la piena fiducia nelle possibilità di mantenere le promesse fatte, abbia inciso la volontà di non riaffidare la presidenza al fronte conservatore. L’Iran è in cammino e, come ha detto lo studioso Karim Sadjadpour all’agenzia Reuters, «forse i suoi cittadini non sono troppo ottimisti sui passi in avanti che Rohani farà; ma almeno sanno che il presidente non vuole riportare il Paese indietro».


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