25 giugno 2021

Zambos, mulatos, mestizos attendono il presidente accampati nella capitale

 

Arrivati a Lima e risoluti a restarci fino alla proclamazione del nuovo Presidente ‒ Pedro Castillo ‒, che chiamano il Presidente degli esclusi, si sono pacificamente accampati come hanno potuto, pochi stracci e qualche fuoco. Silenziosi, ordinati. Suscitando nondimeno sgomento nei quartieri alti, tra i palazzi liberty di Miraflores, San Isidro e l’imponente Malecón. La muraglia che protegge dalle onde dell’oceano Pacifico la bella passeggiata litoranea, intitolata al 28 de Julio per ricordare un’Indipendenza nazionale ad essi ‒ dopo 200 anni ‒ ancora sconosciuta. Stranieri in una patria più che mai inquieta per il risultato elettorale che assegna la massima magistratura dello stato a uno di loro, per una differenza di soli 40mila voti, negata però da quegli stessi sconfitti che li osservano dalle finestre socchiuse.

 

Nella capitale non si erano mai visti tanto numerosi da costituirsi in una presenza incombente, così che li avevano dimenticati. E all’improvviso sono lì, a migliaia, bambini, donne, uomini, avvolti in ponchos e coperte rutilanti, seduti o quando scende la sera appena reclinati sui marciapiedi, attorno alle fontane, a un angolo del Girón de la Unión di dove guardano il palazzo presidenziale senza lasciar trasparire nessuna emozione. La loro antica fatalità è divenuta fermezza. Con cui intendono difendere la vittoria elettorale, il loro voto determinante e certificato, affinché non possa essere ignorato o annullato. Il grigio, il giallastro, il nero stampato sui loro volti di memoria asiatica dai tanti incroci della storia è una fisionomia che contrasta con il pallore stupefatto dei residenti.  

 

I limeños ri-scoprono con preoccupazione che sperdute nelle impervie vastità del Perù interno, dall’altipiano andino fin giù nel tropico della selva amazzonica, persistono le caste: come in India. Sono popoli dolenti e separati d’una medesima nazione, con un pensiero proprio, la loro prima lingua non è lo spagnolo bensì il quechua e l’aymara: sommano un quarto abbondante dei 34 milioni di abitanti del paese. In fondo a questa segmentata antropologia, ignorata ma contundente, l’opinione corrente colloca gli zambos, nati da un genitore nero e uno indo-americano; poi i mulatos che ne hanno uno nero e uno bianco; e quelli di etnie diverse tra loro, per lo più bianchi e indigeni, che generano i mestizos. Percezioni di differenze dure a morire; ma che l’esperienza di secolari e comuni avversità, ha portato nondimeno alla convivenza. Anche attraverso l’esercizio del diritto al voto.

 

A catalogarli per primi, rigorosamente, timbrandoli uno per uno col carbone, fin dal 1538, furono Francisco Pizarro, el Conquistador, e suo fratello Gonzalo, che ne avevano bisogno per mettere ordine nel commercio degli schiavi. Da allora continuano a vivere in condizioni che vanno dall’austerità alla miseria. Ma senza mai rinunciare alla dignità e ora non più del tutto isolati: un minimo di decentramento amministrativo ha permesso progressivamente negli ultimi anni lo sviluppo di una politica locale organizzata, che non è determinante ma esercita un peso crescente su quella nazionale. Con i telefoni cellulari e i computer, l’era digitale l’ha estesa, resa agile e veloce, e in termini di comunicazione integrata in buona parte a quella nazionale. 

 

Viene da questo lontanissimo ma indomito Perù, il maestro rurale Pedro Castillo, l’outsider d’indefinita ideologia personale ma affiliato all’estrema sinistra di Perú Libre, che sia pure d’un soffio ‒ 40mila voti sui 18 milioni e 700mila espressi in riconosciuta legalità e legittimità, ma in un paese spaccato ‒, lo scorso 6 giugno ha conquistato la presidenza della Repubblica. Con una eccezionale dichiarazione ufficiale che elogia la trasparenza e l’ordine esemplari in cui è avvenuta la consultazione, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha autorevolmente ratificato gli analoghi giudizi degli osservatori internazionali delle Nazioni Unite e di quelli dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Il Tribunale Elettorale ha infine respinto a maggioranza (3 giudici contro 1) tutti i 943 ricorsi di annullamento per frode elettorale presentati dalla candidata sconfitta, la deputata di estrema destra Keiko Fujimori.

 

Ciò nonostante, la ragnatela di cavilli giuridici tessuta dai migliori studi legali di Lima che l’establishment ha posto immediatamente al servizio di Keiko, non è ancora interamente disfatta. Gli interessi in gioco, personali e dei grandi gruppi economici interessati all’attività estrattiva, dal petrolio ai metalli preziosi (il Perù ha la maggiore miniera d’oro del mondo), sono enormi. “La figlia corrotta del dittatore assassino”, come la chiamava pubblicamente Mario Vargas Llosa prima di correre in suo soccorso pur di sbarrare la strada al riformatore Castillo, non si dà per vinta e viene vista come l’estremo mezzo per scavalcare la sconfitta elettorale. È disperata poiché sta sfumando la possibilità di evitare il processo per corruzione, riciclaggio e associazione a delinquere in cui l’accusa ha chiesto di punirla con 30 anni di carcere; nonché di liberare suo padre con l’indulto pubblicamente promesso una volta assunta la presidenza.   

 

Fin dagli esordi elettorali, 15 anni fa, un’impetuosa spregiudicatezza caratterizza l’azione politica di Keiko. È il tratto profondo che la vincola al padre, l’ex presidente Alberto (1990-2000) del quale sia pure attraverso rapporti controversi è divenuta l’erede politica prima che egli fosse condannato alla lunga pena carceraria per lesa umanità e corruzione che sta scontando in un penitenziario di alta sicurezza. Il risultato elettorale che la vede sconfitta per una differenza davvero minima e tuttavia determinante, è significativo. Mostra che mentre la sua rappresentanza parlamentare è frantumata in un eccessivo numero di partiti in gran parte notoriamente corrotti, il paese si divide invece sommariamente in due blocchi d’interessi contrapposti: la borghesia dei centri urbani che intercetta gran parte della ricchezza prodotta, opposta ai diversi ceti della provincia e socialmente periferici che vi accedono in parte ridotta o ne restano del tutto esclusi.

 

Il rispetto della legalità repubblicana e del buon senso politico dovrebbe dissuadere da ogni avventurismo la figlia di Alberto Fujimori e le élites urbane che la sostengono. Per affrettarsi, molto più utilmente, a delineare i limiti che lo stringato vantaggio elettorale conseguito fanno intravvedere alle intenzioni riformatrici del nuovo governo, già in prospettiva frenate dai rapporti di forza nel Congresso. L’idea di un’assemblea costituente che sostituisca con una nuova Carta Magna democratica e propulsiva dello sviluppo quella imposta da Alberto Fujimori nel 1993, appare oggi proiettata in un futuro non certo immediato. Così come un percorso negoziale sembra l’unico percorribile per la revisione in favore dell’erario pubblico delle concessioni di sfruttamento minerario alle grandi compagnie multinazionali. Tanto per dire di due temi sui quali il dissenso fa scintille.

 

La summa ideologica di Pedro Castillo e del capo di Perú Libre, Vladimir Cerrón, pur ancorata ‒soprattutto per quest’ultimo ‒ a un marxismo più filosofico che politico, non è mai stata tradotta in un concreto programma di governo. Più coerenti sono i loro riferimenti al pensiero socialista di José Carlos Mariátegui, che in Italia aveva approfondito la conoscenza di Vico, Labriola e Croce. Dunque l’invocazione di uno stato imprenditore che interagisca con il mercato, l’intenzione di regolare l’attività bancaria, di trattenere nel paese quote maggiori dei profitti tratti dallo sfruttamento delle materie prime di cui è ricco, d’investire nella scuola e nella formazione professionale. Tutte idee che al livello di sviluppo raggiunto dal Perù, appartengono alla visione corrente del populismo progressista, non a un progetto rivoluzionario.

 

Il liberismo estremo sventolato da Vargas Llosa e l’idea darwiniana di libertà che ne deriva, al pari di quello ibridato dall’autoritarismo fujimorista, competono a pieno diritto sul mercato politico-elettorale. Nel primo turno di queste presidenziali con ben 18 candidati a contendersi gli elettori, gli slogan hanno oscurato il confronto delle proposte. Nel ballottaggio, Keiko, il suo Fuerza Popular e gli alleati fuori campo ma non fuori gioco si sono impegnati nella fake news di identificare il contraddittorio riformismo populista di Perú Libre con la ferocia delirante di Sendero Luminoso, il terrorismo polpottista che ha insanguinato il paese nei decenni 1980-90. Agitare il suo lugubre fantasma contro Pedro Castillo, che con le ronde di difesa contadina alle incursioni di Sendero si era opposto armi alla mano, ha permesso a Keiko di recuperare gran parte dello svantaggio. Non di annullarlo.

 

Il suo azzardo punta adesso ad annullare le elezioni, in qualsiasi modo. L’ultimo ha portato alle dimissioni di uno dei 4 giudici del Tribunale Elettorale che ha respinto i ricorsi degli avvocati di Keiko. Quello che aveva votato per accettarne una parte. Il Tribunale delibera a maggioranza. Ma la legge non è del tutto esplicita nello stabilire se dev’essere invece al completo al momento di proclamare il capo dello stato eletto, come di sua competenza. In quest’incertezza sperano i fujimoristi per guadagnare tempo. Il responsabile americano di Human Rights Watch ha definito quelle dimissioni un “attentato allo stato di diritto”. Intanto qualche caserma rumoreggia, un generale è stato sospeso; ma gli umori restano contrastanti. È a questo punto che Washington ha detto ad alta voce di aspettarsi che a Lima tutti rispettino le regole. Biden non vuole incendi sul suo continente e i segnali di fumo già lo allarmano. Zambos, mulatos e mestizos, silenziosi e irriducibili, attendono.

 

L’articolo è stato scritto per il blog di Livio Zanotti (Ildiavolononmuoremai.it)

 

Immagine: I sostenitori di Pedro Castillo dopo le elezioni presidenziali, Lima, Perù (7 giugno 2021). Crediti: Joel Salvador / Shutterstock.com

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