17 agosto 2020

L’accordo tra Emirati Arabi Uniti e Israele scuote il Medio Oriente

La normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Emirati Arabi Uniti e Israele non avrà da un punto di vista pratico conseguenze rilevanti ma per il suo valore simbolico riaccende il dibattito sulle prospettive del Medio Oriente. L’intesa è stata siglata giovedì 13 agosto durante una telefonata tra Donald Trump, Benjamin Netanyahu e il principe ereditario Mohammed bin Zayed. Alla base dell’accordo il fatto che Israele ha accettato di sospendere il processo di annessione di parte della Cisgiordania; i due Paesi si scambieranno gli ambasciatori e avvieranno processi di cooperazione in più campi. Negativa la reazione dei palestinesi; il presidente Abu Mazen ha sottolineato soprattutto che nessun Paese «ha diritto di parlare in nome dei palestinesi», ribadendo che i palestinesi manterranno la loro posizione di rifiuto del piano di pace americano. Scontata la reazione negativa dell’Iran, che è in pessimi rapporti con tutti e tre gli interlocutori dell’accordo. È però soprattutto la Turchia ad alzare la voce: Erdoğan ha parlato di «tradimento della causa palestinese» e ha annunciato che Ankara potrebbe sospendere le relazioni diplomatiche con Abu Dhabi.

L’accordo, accolto positivamente dalla Giordania, dall’Egitto, dall’ONU e dall’Unione Europea rappresenta un successo per Donald Trump e Benjamin Netanyahu che sono in forte difficoltà su un piano interno e tentano, con questa iniziativa, di rappresentarsi sulla scena internazionale come interlocutori credibili per una soluzione pacifica dei conflitti in Medio Oriente. D’altra parte, la sospensione che Israele ha concordato non è una rinuncia strategica e i costi politici sono veramente minimi per Netanyahu che può riprendere fiato nella corsa affannosa del suo litigioso governo; Trump rilancia il suo piano di pace che non mostrava segni di vita da tempo e cerca di mettere in difficoltà Joe Biden che non può pronunciarsi contro la sua iniziativa. Secondo alcuni osservatori l’accordo serve soprattutto a rafforzare la posizione interna dei leader che lo hanno sottoscritto. Nondimeno l’intesa non è un episodio minore, perché sancisce una serie di trasformazioni in atto nel Medio Oriente e permette di leggere alcuni scenari geopolitici dell’immediato futuro.

In primo luogo la questione palestinese, al di là di alcune prese di posizione di principio, non sembra più al centro dell’agenda politica nemmeno nel mondo arabo: Libia e Siria sono scenari più importanti ed è il confronto fra Iran e Arabia Saudita a condizionare la scena mediorientale. Si ha spesso l’impressione che l’ostilità verso Israele e il sostegno alla causa palestinese non rappresentino più un momento di una strategia panaraba ma piuttosto una bandiera utile ad alcuni per contrastare l’egemonia dei Paesi del blocco moderato. Le contrapposizioni interne al mondo sunnita stanno diventando più radicali; in Libia, Turchia e Qatar appoggiano Fayez al-Sarraj e il Governo di accordo nazionale (GNA), mentre Egitto ed Emirati Arabi Uniti sostengono Khalifa Haftar e l’Esercito nazionale libico (LNA). Gli Emirati Arabi Uniti sono impegnati anche nello Yemen, contro i ribelli Houthi, ma con alcuni distinguo rispetto ai sauditi e al governo in esilio di Rabbu Mansour Hadi; è evidente la loro ambizione a diventare una potenza regionale e l’accordo del 13 agosto va in questa direzione, in un sentiero che l’Arabia Saudita ha difficoltà a percorrere. Anche Erdoğan continua nel suo tentativo egemonico, che si gioca su diversi scenari, Siria, Libia, Mediterraneo orientale, senza farsi troppo condizionare dalla sua appartenenza alla NATO e dall’alleanza con gli Stati Uniti. Intanto, mentre in teoria si dovrebbe costruire un percorso di pace, cresce la tensione a Gaza; domenica 16 agosto l’aviazione israeliana, in risposta a un lancio di razzi e di palloni incendiari, peraltro neutralizzato dal sistema difensivo Iron Dome, ha attaccato alcune postazioni di Hamas. Nella notte fra il 15 e il 16 ci sono stati anche scontri tra esercito israeliano e militanti palestinesi, alcuni dei quali sono rimasti feriti.

 

Immagine: Benjamin Netanyahu (27 giugno 2016). Crediti: State Department photo/ Public Domain], attraverso www.flickr.com

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