26 marzo 2021

L’accordo sui migranti a cui UE e Turchia non intendono rinunciare

 

L’accordo è stato trovato. O meglio, rinnovato. Dovremo però attendere ancora per capire precisamente la cifra esatta che l’Unione Europea (UE) ha deciso di garantire alla Turchia per assistere i rifugiati che ospita e impedire ad altri migranti di rischiare la vita cercando di raggiungere il territorio europeo.

Sono stati frequenti gli incontri tra le autorità di Ankara e i rappresentanti dell’UE nelle scorse settimane. Mentre l’Europa criticava platealmente la Turchia per nuove violazioni nel campo dei diritti umani – come i tentativi per chiudere il partito filocurdo HDP (Halkların Demokratik Partisi, Partito democratico dei popoli), e l’espulsione dal Parlamento di un suo deputato che ora rischia il carcere – una delegazione europea, formata da rappresentanti di Francia e Germania, incontrava a Istanbul il principale consigliere di Erdoğan, İbrahim Kalın. Lo stesso presidente turco ha tenuto venerdì scorso una videoconferenza con Ursula von der Leyen e Charles Michel, solo poche ore prima di ritirare ufficialmente Ankara dal trattato del Consiglio europeo per combattere la violenza contro le donne, la più importante convenzione al mondo contro il femminicidio che paradossalmente è stata firmata ad Istanbul nel 2011 quando Erdoğan era premier. Ankara e Bruxelles hanno dunque deciso di rinnovare un accordo siglato nel 2016 con cui la Turchia si è impegnata a bloccare il flusso migratorio dal suo territorio verso l’UE in cambio di fondi da Bruxelles da utilizzare per l’accoglienza ai rifugiati. 

Criticatissimo dalle associazioni per i diritti umani, l’accordo del 2016 è stato firmato in un momento particolarmente drammatico in cui, da almeno un anno, decine di migliaia di migranti tentavano di raggiungere le isole greche imbarcandosi su mezzi di fortuna dalla vicina costa turca. Morivano a centinaia affogati quando le acque inquiete del mare Egeo si increspavano rovesciando i gommoni stracolmi organizzati da trafficanti di esseri umani. L’immagine simbolo di quel momento è il corpicino di un bambino di pochi anni con il volto sepolto tra la sabbia della spiaggia di Bodrum, una delle località più glamour della stagione balneare turca, frequentatissima anche da turisti stranieri. Molti ricordano oggi il nome di quel bambino che perse la vita scivolando dal gommone che lo avrebbe potuto trasportare sull’isola greca di Kos e venne poi respinto dal mare sulla spiaggia di Bodrum. Aylan Kurdi non è stato il primo migrante a morire in quel tratto di mare e nemmeno l’ultimo, ma poco dopo la sua morte Ankara e Bruxelles sono riuscite a siglare un patto che ha portato a diminuire drasticamente il numero delle persone che ogni anno decidono di tentare la vita per raggiungere dalla Turchia il territorio dell’UE con la speranza nel cuore di un futuro diverso e migliore. Tra l’estate del 2015 e i primi mesi del 2016, 850.000 migranti avevano rischiato la vita per raggiungere le isole greche con la speranza di poter vivere in Europa. Lo scorso anno 15.000 persone sono riuscite ad approdare dalla Turchia nel territorio dell’Unione Europea. Sono questi i risultati a cui guarda l’Unione Europea che non vuole vedere migranti nel suo territorio e per questo motivo finanzia la Turchia affidandole la gestione di chi fugge da guerre e tragedie cercando un posto dove poter essere accolto. Per quanto Ankara possa essere legittimamente criticata per il costante, e crescente, deterioramento dei diritti umani, è innegabile che l’amministrazione di Erdoğan abbia dato concretamente ospitalità a milioni di rifugiati, politica peraltro sempre sostenuta dal presidente turco in nome di accoglienza e anche solidarietà per i “fratelli” e le “sorelle” di religione musulmana che fuggono dal conflitto siriano. Dal 2016 ad oggi la Turchia dà ospitalità a quasi 4 milioni di rifugiati, il triplo delle persone accolte nello stesso periodo di tempo nell’intero territorio dell’Unione Europea. L’accordo del 2016 è diventato quindi un modello nelle relazioni tra Ankara e Bruxelles a cui nessuno degli attori sembra voler rinunciare. Si tratta anzi di uno dei pochi canali di comunicazione rimasti aperti tra l’Unione e la Turchia che resta ufficialmente candidata all’adesione all’UE anche se nella pratica il processo per diventare stato membro è da anni congelato e le relazioni sono ridotte a un mero e corposo scambio economico quando non si tratta di accuse reciproche che talvolta scadono nell’insulto.

A dicembre scorso, l’UE ha dichiarato di avere completato lo stanziamento di circa 6 miliardi di euro destinati alla Turchia per la gestione nel suo territorio dei rifugiati. Da quando l’accordo è stato siglato nel 2016, Erdoğan ha regolarmente lamentato di non aver ricevuto tutti i fondi promessi e a febbraio dello scorso anno il presidente turco ha manifestato la sua ira con una provocazione, dichiarando aperti i confini della Turchia per i migranti che avessero voluto tentare di andare in Unione Europea, di fatto stracciando momentaneamente il patto con Bruxelles. A poche ore dall’annuncio, rilanciato dai media turchi, in migliaia si sono presentati sul confine terrestre tra Grecia e Turchia convinti di poter passare e trovando però l’esercito di Atene a sbarrare la strada. Per qualche settimana, la campagna brulla per la stagione invernale sul confine turco-greco nei pressi di Edirne si è trasformata in un’area di disperazione e guerriglia avvolta dal fumo di gas lacrimogeni, con duri scontri tra migranti disperati e soldati greci dove è anche morto un ragazzo colpito mentre tentava di attraversare il confine. L’emergenza della pandemia di Coronavirus iniziava a manifestarsi nello stesso momento e, mentre il confine restava comunque chiuso dalle forze di sicurezza greche, in breve tempo l’area è stata sgomberata senza fare particolare notizia né in Turchia né in Europa. I migranti sono stati riportati indietro e anche loro hanno iniziato a temere la minaccia invisibile del virus più della violenza dei respingimenti di Atene, lasciandosi alle spalle un paio di settimane di traumi e tornando all’idea di dover continuare a vivere in Turchia. Quelli che lo scorso anno si sono mossi verso la Grecia dopo la chiamata del presidente turco non erano per la maggior parte siriani in fuga dalla guerra. Sul confine greco-turco c’erano persone provenienti dal Corno d’Africa o da Paesi come l’Afghanistan e il Pakistan. Fuggiti da situazioni disperate, vedevano nella Turchia un ponte per cercare di arrivare in Europa, ma nelle città turche avevano vissuto di stenti, talvolta senza documenti, quasi sempre senza lavoro e in condizioni di disagio. La maggior parte dei siriani che vive in Turchia ha deciso, o si è rassegnata, a restarci almeno fino a quando la situazione nel loro Paese migliorerà, eventualità su cui è davvero difficile scommettere dopo dieci anni di guerra ininterrotta.

«L’accordo è stato criticato ma ha portato a dei risultati concreti», così si esprimeva l’alto rappresentante e vicepresidente della Commissione europea Josep Borrell qualche settimana fa e anche l’amministrazione che guida, come la precedente che ha stretto il patto con Ankara, ha guardato certamente più ai “risultati” che alle critiche. Con il rinnovo dell’accordo la Turchia ha ottenuto ciò che voleva: un risultato concreto da utilizzare anche per respingere le numerose critiche che Bruxelles rivolge costantemente, e con poche conseguenze, ad Ankara ricordandole il dramma del deterioramento dei diritti umani che ogni giorno assume dimensioni più profonde. Nel definire i dettagli del rinnovo, è almeno auspicabile che vengano messe in atto delle modifiche per tentare di snellire le pratiche burocratiche per riconoscere lo status di rifugiati ai migranti che, sebbene con un’intensità molto minore del 2015, comunque continuano ad arrivare in Grecia. Si stima che circa 15.000 migranti vivano, in attesa di essere riconosciuti come rifugiati, nei vari campi costruiti nelle isole greche del mare Egeo. Strutture pensate per situazioni transitorie e di emergenza che nella realtà, da anni, costringono tra mura e filo spinato molte più persone di quelle che i campi sono stati progettati per accogliere. Una situazione di disagio insopportabile e strettamente legata anche all’accordo tra Ankara e Bruxelles.

 

Immagine: I migranti radunati nella zona cuscinetto al confine tra Turchia e Grecia, a Pazarkule, nel distretto di Edirne, Turchia (29 febbraio 2020). Crediti: IV. andromeda / Shutterstock.com

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