18 marzo 2021

Cosa ci dicono le affermazioni di Biden sui rapporti tra Stati Uniti e Russia

 

No, Joe Biden non ha convocato una conferenza stampa per annunciare che considera il presidente russo Vladimir Putin un “killer” (oggi il presidente russo ha risposto augurando a Biden «buona salute» e ribadendo che la Russia intende intrattenere rapporti con tutti i Paesi, quindi anche con gli Stati Uniti). Durante una intervista televisiva sulla rete ABC, condotta dal celebre giornalista George Stephanopoulos, alla domanda se ritenesse Putin un “killer”, Biden – chiaramente sorpreso – ha cincischiato e infine risposto in modo affermativo. Risposta in una certa misura corretta alla luce di tutto quel che sappiamo sul regime putiniano; ma ovviamente inopportuna ed evitabile. Non è stato rapido nell’eludere la domanda, Biden. E d’altronde rapido, nei serrati scambi televisivi, non lo è proprio, come potemmo ben vedere sia durante le primarie democratiche sia nella campagna presidenziale.

Nell’intervista, Biden ha peraltro detto due altre cose, forse più interessanti della gaffe su Putin assassino. La prima è che la Russia pagherà un prezzo per il suo tentativo d’interferire nella campagna presidenziale del 2020, per aiutare Trump, dettagliato in un rapporto dei servizi d’intelligence appena reso pubblico. La seconda è che da parte statunitense rimane intatta la volontà di rilanciare il negoziato per il rinnovo dell’accordo START sul controllo degli armamenti nucleari.

Che cosa dice tutto ciò sullo stato dei rapporti tra Stati Uniti e Russia e sulle loro prospettive future? Tre sono le risposte possibili.

Innanzitutto, che Putin costituisce ovviamente un nervo scoperto per Biden e i democratici. Il rapporto dell’intelligence parla esplicitamente di un’operazione russa, autorizzata da Putin stesso, finalizzata a «denigrare la candidatura di Biden e il Partito democratico», a diffondere «affermazioni infondate o fuorvianti» sul presidente, a «sostenere Trump» e a «esacerbare le divisioni politiche e sociali negli USA». Operazione, afferma il rapporto, che ha veicolato questa narrazione anche grazie a «importanti individui statunitensi, inclusi alcuni vicini al presidente Trump e alla sua amministrazione» (il riferimento implicito all’ex sindaco di New York Rudy Giuliani appare qui evidente). Si tratta di una denuncia fortissima di quello che sarebbe stato un vero e proprio attacco alla democrazia statunitense e ai democratici. Un’azione che seguirebbe quella di quattro anni prima, a sua volta dettagliata minuziosamente nei rapporti dell’intelligence e nella monumentale relazione bipartisan della commissione intelligence del Senato. Chi scrive non ha mai creduto alla spiegazione della sconfitta di Hillary Clinton nel 2016 come conseguenza di queste ingerenze esterne. Che però ci furono, esposero una volta ancora tutta la fragilità degli Stati Uniti e del loro obsoleto sistema di voto, e mostrarono come le tensioni tra Russia e Stati Uniti, acuite ovviamente dalla crisi ucraina del 2014, potessero trasferirsi sul piano interno, beneficiando del (e al contempo esasperando il) livello sempre più alto di polarizzazione politica. Normale e finanche dovuto che Biden risponda con fermezza, a maggior ragione se si considera quanto personalizzata sia stata questa campagna diffamatoria, con il presidente che durante le ultime settimane di campagna elettorale veniva esplicitamente accusato di corruzione e di essere coinvolto negli affari non cristallini del figlio Hunter. E normale quindi che si considerino ulteriori misure punitive nei confronti di Mosca, dopo le ultime sanzioni comminate in seguito all’arresto di Navalny. Anzi, il non farlo – di fronte a un rapporto pubblicato dei servizi d’intelligencecostituirebbe a tutti gli effetti una grave inadempienza da parte di Biden.

Che sa, secondo aspetto da considerare, quanto invisi siano oggi Putin e la Russia a una maggioranza di americani. E di come questa ostilità sia trasversale agli elettori e ai rappresentanti sia del Partito democratico sia di quello repubblicano. I sondaggi ci dicono che per una maggioranza di americani la Russia costituisce uno dei principali nemici degli Stati Uniti; e mai negli ultimi trent’anni le rivelazioni annuali Gallup hanno indicato una percentuale così alta di americani (il 77%!) che danno un giudizio negativo della Russia. Incide l’autoritarismo putiniano, ovviamente; pesa un retaggio storico, quello della guerra fredda, dal quale un pezzo di Paese non si è mai emancipato; continua ad agire il lascito della crisi ucraina e dell’annessione della Crimea. Di certo però un presidente che parla il linguaggio della fermezza nei confronti di Mosca non dispiace ad elettori e politici; anzi, su questa convergenza bipartisan può finanche capitalizzare politicamente (e d’altronde, solo il dicembre scorso furono i repubblicani, a partire dall’allora presidente della commissione intelligence del Senato Marco Rubio, a denunciare gli attacchi informatici russi come un vero e proprio “atto di guerra” e a sollecitare una dura rappresaglia).

Repubblicani che rispetto all’amministrazione Biden assunsero peraltro una linea ben più rigida rispetto a quell’ambito – le armi nucleari e il controllo degli armamenti – che storicamente rappresenta il comune denominatore che lega inestricabilmente Mosca e Washington. Con una retorica che ricorda alcune fasi della guerra fredda, la parte repubblicana sostiene da tempo che il mancato ammodernamento dell’arsenale statunitense ha creato una situazione pericolosa per la sicurezza nazionale da correggersi rapidamente, se necessario abbandonando il regime di controllo degli armamenti prodotto dai tanti accordi stipulati tra gli USA e la Russia/URSS. Fu questa la motivazione che indusse l’amministrazione Trump ad abbandonare il trattato INF del 1987 sui missili di media gittata (accordo dal valore pratico e simbolico per certi aspetti unico, che sigillò la diplomazia della seconda, e definitiva, distensione tra USA e URSS). Su questo Biden tende invece la mano, tanto che nell’intervista con Stephanopoulos è ricorso a una metafora da America degli anni Cinquanta – si può «camminare e masticare il chewing gum», ha detto il presidente – per indicare la volontà di abbinare fermezza e apertura. E in una certa misura, la storia ancora una volta è lì a ricordarcelo, le due sono più intrecciate di quanto non si creda: la fermezza – da ostentare anche di fronte all’opinione pubblica e ai propri elettori – è in fondo propedeutica all’apertura e al negoziato. E quello, più che lo scivolone sul “killer”, è il dato importante dell’intervista di Biden e del messaggio che ne consegue.

 

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Immagine: Joe Biden  (18 ottobre 2020). Crediti: Stratos Brilakis / Shutterstock.com

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