14 aprile 2021

I cantieri senza diritti del Mondiale 2022 in Qatar

Ha cominciato la Nazionale della Norvegia, facendo indossare ai propri calciatori, prima della partita contro Gibilterra, una maglietta sulla quale campeggiava la scritta “Human rights on and off the pitch”, diritti umani dentro e fuori dal campo, quindi è stata la volta di Germania, Paesi Bassi, Danimarca e Belgio, fra le altre, che hanno mutuato il medesimo messaggio: ora che il Guardian, in un’inchiesta pubblicata lo scorso febbraio, ha svelato gli spaventosi numeri della carneficina che sta insanguinando i cantieri che porteranno ai fasti del Mondiale 2022 in Qatar, voltarsi dall’altra parte per il mondo del calcio è pressoché impossibile. Il quotidiano britannico, citando fonti governative, ha scritto di oltre 6.500 morti dal 2011, in gran parte lavoratori migranti provenienti da India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Nepal; cifre in netto contrasto con i dati ufficiali del Comitato organizzatore il quale rigetta le accuse e parla di 37 decessi direttamente legati alla costruzione degli stadi ‒ per le opere di Italia ’90 furono 24 ‒, ma che sono del tutto coerenti con quelle relative ai report che Amnesty International pubblica a cadenza annuale citando le condizioni del lavoro dei migranti nel Paese del Golfo.

Il primo di questi report risale a novembre 2013, The dark side of migration. Spotlight on Qatar’s construction sector ahead of the World Cup, metteva in luce, già allora, tutti gli abusi in termini di diritti dei lavoratori ‒ di fatto pertanto in tema di diritti umani ‒ di un sistema organizzato per rendere invisibili le schiere di operai impiegati nei cantieri delle numerose opere collegate alla Coppa del Mondo e narcotizzare gli effetti e la eco delle morti bianche, classificate ufficialmente per cause e categorie distinte al fine di non rientrare nel computo dell’enorme prezzo di vite umane sacrificate sull’altare di un Mondiale che avrà quale cifra lo sfarzo, a partire dal condizionamento degli impianti nei quali si giocheranno le partite nel tardo autunno del 2022.

Il Guardian stesso segue la situazione da un decennio al punto che, sempre nel 2013, dal ministero per il Lavoro del Qatar si bollavano le accuse provenienti da una prima inchiesta della testata parlando di una «cospirazione guidata interamente da motivazioni politiche», mentre i report di Amnesty International negli anni hanno proseguito nella fotografia di una situazione drammatica nella quale le morti bianche aumentavano a dismisura ‒ si veda, nel 2016, il rapporto Qatar World Cup of shame ‒ in un Paese nel quale, ancora nel 2016, la manovalanza di origine straniera rappresentava il 94% del totale ed era sottoposta al sistema della kafala, consistente nella necessità di uno “sponsor” (un garante della persona di fronte allo Stato) per i lavoratori privi di qualifiche speciali, ovverosia la quasi totalità dei lavoratori dei cantieri di cui sopra, instaurando così uno strettissimo rapporto di dipendenza fra il lavoratore stesso e il datore di lavoro. La kafala è stata abolita nel 2020 ‒ una riforma figlia del programma di cooperazione per l’attuazione di riforme interne nel campo del lavoro attuato dal Qatar, a partire dal 2017, aveva instaurato con l’International Labour Organization (ILO) ‒, ma le dimensioni della tragedia non spariscono al cospetto di una modifica certo importante ma giudicata, da diversi osservatori, incompleta.

Sebbene dunque la contestata e peculiare assegnazione del Mondiale al Qatar risalga al 2 dicembre 2010 e le notizie sulle pessime condizioni dei lavoratori migranti siano di pubblico dominio da una mezza dozzina di anni, il mondo del calcio ‒ o, per meglio dire, del calcio europeo, perché nelle altre confederazioni non si sono ancora levate voci particolarmente critiche ‒ ha iniziato a mettere in atto alcune forme di protesta simboliche con l’inizio delle qualificazioni per il Mondiale stesso, a fine marzo, senza mai citarne esplicitamente il destinatario peraltro chiarissimo date le tempistiche ‒ unica eccezione la federazione belga, la più trasparente nell’indirizzare le accuse ‒ onde non rischiare sanzioni dalla FIFA, che notoriamente non gradisce (e, anzi, vieta) il veicolamento di precise istanze politiche sui campi. Non è stato questo il caso: restando deliberatamente nel vago con una incontestabile richiesta generica di rispetto dei diritti, si è riusciti nel contempo a non perdere una buona occasione per mostrarsi dalla parte giusta della barricata, mettendo il tema in qualche modo in agenda senza tuttavia creare alcun tipo di scontro diplomatico.

Il che, a ben guardare, è il risultato massimo che si possa ottenere in un ecosistema complesso come quello del calcio d’élite attuale, figlio di uno sfrenato neoliberismo che, negli ultimi cinque lustri, ha vissuto una rivoluzione geopolitica per quanto concerne i padroni del gioco. Se è vero che più aperte sono state alcune prese di posizione individuali da parte di calciatori e dirigenti, va anche rilevato come scandalizzarsi blandamente oggi per quanto accade da dieci anni a questa parte appaia una scelta molto prudente. Non c’è da stupirsi: già da prima dell’assegnazione del Mondiale, il Qatar aveva implementato una strategia di espansione mirando al cuore del calcio europeo e andando di volta in volta a foraggiare generosamente istituzioni, club e manifestazioni, attraverso il cappello governativo e le risorse pressoché illimitate di Qatar Sports Investments, branca sportiva del fondo sovrano Qatar Investment Authority che è oggi uno dei maggiori stakeholder del movimento calcistico continentale, peraltro partner di gran parte delle leghe europee (e della stessa UEFA, oltre che della FIFA) come rilevante detentore dei diritti televisivi per numerosi mercati attraverso la controllata BeIn Media Group. Il risultato è da anni sotto gli occhi di tutti, tanto che parlare di boicottaggio del Mondiale 2022 è un’eventualità talmente remota da non rientrare nemmeno nell’ambito delle possibilità. Semplicemente, allo stato dell’arte, è improponibile, mentre è al contrario prevedibile come, con l’avvicinarsi del grande appuntamento, prenderà piede un racconto agiografico incentrato sulla maestosità di un evento che ‒ per le sue particolarità geografiche e logistiche ‒ non ha precedenti.

Nessun attore calcistico ha insomma interesse ad andare contro l’evento, meno che mai le istituzioni ed è facile prevedere che la contronarrazione non andrà oltre queste proteste, buone per contribuire a sensibilizzare l’audience internazionale senza essere costretti a dover fare i conti con tutte le ambiguità e le conseguenze di una improbabile defezione da parte di qualche federazione. Anche perché quando si parla di diritti di lavoratori, peraltro di lavoratori migranti, può risultare difficile e ipocrita puntare il dito senza analizzare come, anche in Paesi liberali e democratici, non manchino nel merito situazioni imbarazzanti e ben lontane dalla presenza di tutele, di sicurezza e rispetto della dignità umana che si richiede ad alta voce ad altri.

Lo sport ha il potere di fare da megafono e, spesso, per la sua stessa capacità e forza mediatica può accelerare determinati processi. Ma, allo stato attuale della sua evoluzione, mostra anche una certa facilità nel neutralizzare o nascondere gli stessi problemi che contribuisce ad evidenziare, con una indignazione intermittente ‒ si ricordi, a puro titolo di esempio, il rapporto fra la Lega Serie A e l’Arabia Saudita ‒ che ne mette in luce le contraddizioni.

 

Immagine: Cantiere per la realizzazione delle infrastrutture per la Coppa del Mondo nel 2022, Doha, Qatar (13 novembre 2013). Crediti:  Sophie James / Shutterstock.com

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