1 luglio 2021

Il centenario del Partito comunista cinese, tra tensioni interne e crisi di immagine

 

La Repubblica Popolare Cinese (RPC) ha appena dato il via alle celebrazioni per un anniversario di fondamentale rilevanza, ossia i cento anni della nascita del Partito comunista cinese (PCC), sebbene sia storicamente appurato che la riunione fondativa del Partito abbia avuto luogo a Shanghai, nella ex Concessione francese, il 23 luglio 1921. Tale anniversario ha una valenza particolare nell’attuale situazione in cui versa il Paese, sia a livello internazionale sia a livello domestico. A livello internazionale, la Cina di Xi Jinping appare sempre più in affanno, a seguito della grave perdita di immagine determinata dalla gestione iniziale, assai discutibile, dell’emergenza del Coronavirus, che ha presto travalicato i confini, diffondendosi in ogni angolo del pianeta, oltre che da una campagna diplomatica aggressiva portata avanti dal governo di Pechino per imporre la propria narrazione in merito alle origini e alla diffusione del virus (cosiddetta “diplomazia dei lupi guerriero”, zhanlang waijiao). A livello domestico la situazione è contrassegnata da numerosi focolai di tensione, da Hong Kong allo Xinjiang, alle crescenti sfide poste su più fronti a una leadership sempre più accentratrice e autoritaria, come rivela il numero crescente di intellettuali silenziati, di imprenditori emarginati e di militari epurati in preparazione della ricorrenza del centenario del Partito. L’anniversario del 1° luglio va, dunque, ben oltre la mera celebrazione storica di uno dei partiti comunisti più longevi della storia mondiale e si traduce nell’ennesimo tentativo di imporre, sia in patria sia all’estero, una narrazione basata sul racconto di una Cina moderna, potente e assertiva, pronta a giocare il ruolo di leader geopolitico mondiale e guida del mondo che ritiene le spetti oramai di diritto. In questa narrazione emergono in maniera preponderante il ruolo cruciale svolto dal PCC, alla guida del Paese fin dal 1949, e dal suo attuale leader che è riuscito in soli nove anni ad affermarsi e a consolidare il suo status quale interprete più autorevole e custode della “corretta visione” della storia del Partito.

Il contributo di Xi Jinping è contenuto in una serie di libri e articoli pubblicati di recente, che lo mettono alla pari del Grande Timoniere nel pantheon del Partito. In particolare, in una nuova versione della Breve storia del Partito comunista cinese (Zhongguo gongchandang jianshi), dato alle stampe nei mesi scorsi, i nove anni di amministrazione del leader della quinta generazione di governanti cinesi occupano circa un quarto del libro, laddove gli sconquassi della Rivoluzione culturale che hanno segnato l’ultimo decennio dell’epoca maoista (1966-76) non sono neppure menzionati. Nell’ultimo libro di Xi Jinping, intitolato Sulla storia del Partito comunista cinese (Lun Zhongguo gongchangdang lishi) si trova una selezione di articoli e discorsi del leader in un arco temporale che va dal novembre del 2012 al novembre del 2020, con un interessate riferimento al diritto dei “principini” (taizidang), ossia i figli dei leader del Partito, di essere imbevuti della corretta visione della storia, capaci di “ereditare il gene rosso” (chuancheng hongse jiyin) e tramandarlo di generazione in generazione.

Viceversa, nel Libro bianco pubblicato lo scorso 25 giugno dal dipartimento del Lavoro per il Fronte unito del Comitato centrale del PCC, intitolato Il nuovo sistema partitico cinese (Zhongguo xinxing zhengdang zhidu), emergono con chiarezza i vantaggi unici del “nuovo” sistema partitico cinese – dove il Partito comunista svolge un ruolo di primo piano, laddove gli altri otto partiti che siedono in seno alla Conferenza politica consultiva del popolo cinese si limitano ad un ruolo di supporto – e la sua forte vitalità nella vita politica e sociale cinese, contribuendo a promuovere efficacemente l’ammodernamento del sistema di governo nazionale e della capacità di governo e offrendo un valido contributo per lo sviluppo della politica mondiale contemporanea. Secondo Martin Jacques, ricercatore dell’Università di Cambridge, «l’argomentazione a lungo termine dei paesi occidentali è che il sistema multipartitico è un grande vantaggio della democrazia, che può impedire l’ossificazione e la stagnazione dei partiti politici. Tuttavia, di fatto, il Partito Comunista Cinese ha trovato un modo per mantenersi energico e giovane, mentre i partiti politici occidentali stanno sempre più alienando il popolo che rappresentano».

Un articolo del South China Morning Post dedicato al Libro bianco riporta la visione dei governanti di Pechino sul sistema politico cinese, definito come “il gatto che cattura il maggior numero di topi”, una metafora che rimanda al famoso slogan di Deng Xiaoping, secondo il quale “non importa che il gatto sia nero o bianco; l’importante è che acchiappi i topi” (buguan hei mao bai mao neng zhuandao laoshu jiu shi hao mao), diventato poi il simbolo del suo approccio pragmatico alla politica economica. In altri termini, negli ultimi quattro decenni la Cina popolare, guidata da un sistema a partito unico dominato dal PCC, è riuscita a compiere importanti progressi in termini di modernizzazione del Paese e di accrescimento delle condizioni di vita della popolazione cinese, con riferimento soprattutto all’eliminazione della povertà, oltre ad essersi trasformata in una grande potenza tecnologica.

Al di là delle legittime riserve in merito ai potenziali vantaggi di un sistema a partito unico e, più in generale, del sistema politico cinese, bisogna riconoscere al PCC le sue straordinarie capacità di adattamento, trasformazione e resilienza che ne hanno fatto uno dei partiti comunisti più longevi a livello internazionale, e una delle principali forze politiche dei tempi moderni, responsabile del destino di un quinto dell’umanità e alla guida di un Paese che è diventato la seconda potenza economica mondiale e una grande potenza in termini geopolitici. Non solo, va riconosciuta l’attrattiva che negli ultimi lustri hanno esercitato il cosiddetto Beijing consensus (Beijing gongshi) e il “modello Cina” (Zhongguo moshi), non solo presso i regimi autoritari sparsi nel mondo, ma anche in alcuni contesti democratici. Secondo lo studioso di politica estera americano Stefan Halper, Pechino ha fornito al mondo la dimostrazione più convincente e immediata di come «liberalizzarsi economicamente senza arrendersi alla politica liberale». È innegabile che lo straordinario salto verso la modernità e il progresso compiuto dalla Cina popolare in pochi decenni rappresenti il grande merito storico del Partito comunista cinese.

Il PCC ha superato numerose sfide nel corso della sua storia alla guida della RPC. Tra le più rilevanti, ai fini della presente analisi, è sicuramente il fatto di essere uscito indenne dal processo rivoluzionario democratico del 1989 che ha travolto tutti i partiti comunisti al potere negli Stati satelliti di Mosca e lo stesso Partito comunista sovietico, evitando di incorrere nello stesso destino dell’Unione Sovietica. Ma, cosa ancora più importante, è stato in grado di gestire la gravissima crisi di legittimazione interna seguita ai fatti del 4 giugno 1989, quando i suoi leader decisero di reprimere le manifestazioni pacifiche degli studenti di piazza Tienanmen, che avevano paralizzato la capitale per molte settimane. Secondo alcuni osservatori, in Cina il PCC non è crollato proprio perché è stato in grado di rivedere pragmaticamente le sue funzioni e di ristabilire le sue priorità, ossia garantire sviluppo economico e prospettive di miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Paradossalmente il miracolo cinese degli anni Novanta è “figlio” della crisi di Tienanmen, quale diretta conseguenza delle scelte ardite della leadership di Deng Xiaoping. Nel suo famoso Tour del Sud (Nanxun) compiuto agli inizi del 1992, Deng presentò la tesi secondo la quale se non fosse stato per i risultati della politica di “riforma e apertura” (gaige kaifang), il PCC non sarebbe stato in grado di sopravvivere a un evento traumatico come quello del 4 giugno 1989 e il Paese sarebbe finito nel caos e nella guerra civile; bisognava pertanto procedere in maniera spedita sulla strada riformista e proseguire lungo la via dello sviluppo economico.

Come è noto, l’iniziativa di Deng venne ufficializzata in occasione del XIV Congresso del Partito che adottò il concetto di “economia socialista di mercato” (shehui zhuyi shichang jingji) che mirava a costruire il cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi” (Zhongguo tese shehuizhuyi). L’opera di Deng venne poi proseguita dal suo successore, Jiang Zemin, che riuscì a ristabilire l’autorità del Partito nella società cinese aumentandone la capacità rappresentativa e trasformandone la natura. Con la “teoria delle tre rappresentanze” (“san ge daibiao zhongyao sixiang), infatti, il potere e la forza del PCC derivavano dal fatto che esso fosse in grado di rappresentare le esigenze delle forze produttive più avanzate del Paese, di dare voce a più avanzati orientamenti culturali e di garantire gli interessi dei più ampi strati della popolazione, oltre alla componente operaia e contadina. Con la sua ufficializzazione, la suddetta teoria ha consentito al Partito di diventare espressione dei nuovi gruppi sociali emersi con lo sviluppo economico. È interessante osservare come, degli attuali 92 milioni di membri del Partito (circa il 6,6% della popolazione cinese), operai e contadini rappresentino il 34,9%, laddove la componente laureata è salita al 50,7%, mentre nel 2009, i membri del Partito con istruzione universitaria erano il 35,7% di quelli totali e gli operai e i contadini il 39,7%.

Tra luci e ombre, la Cina di Xi Jinping si appresta dunque a celebrare in pompa magna il centenario della fondazione del Partito, e contestualmente il raggiungimento del primo dei “due obiettivi centenari” (liang ge yibai nian mubiao), ossia il raggiungimento di una “società moderatamente prospera sotto tutti gli aspetti” (quanmian jiancheng xiaokang shehui). Come si è già avuto modo di evidenziare in alcuni contributi precedenti, ciò significa essenzialmente assicurarsi che lo sviluppo del Paese migliori le condizioni di vita dell’intera popolazione, in particolare di coloro che vivono al di sotto o vicino alla soglia di povertà. A questo proposito il governo comunista di Pechino vanta il record di aver ridotto la percentuale di popolazione rurale che vive sotto la soglia di povertà dal 97,5% del 1978 all’1,7% del 2018, una cifra che rappresenta circa il 70% dello sradicamento della povertà globale nello stesso lasso di tempo. In particolare, dall’arrivo al potere di Xi, l’incidenza della povertà assoluta nel Paese è scesa dal 10,2% all’1,7% del 2018, mentre lo scorso mese di febbraio, il presidente cinese ha annunciato che il suo Paese ha vinto «definitivamente» la «lotta contro la povertà estrema» nelle aree rurali, un risultato fondamentale non solo per la Cina e per il “sogno cinese” (Zhongguo meng), ma anche per il resto del mondo, in quanto fornisce un enorme contributo agli sforzi della comunità internazionale sulla complessa questione della lotta alla povertà globale.

Al contempo, il governo di Pechino si prepara per l’importante vertice autunnale del PCC, che precede il XX Congresso, in programma per il 2022, che avrà il compito di confermare la leadership di Xi Jinping per un ulteriore decennio che, date le premesse iniziali, si prevede carico di sfide, su tutti i fronti.

 

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Immagine di coperitna: Un grande cartello rosso che celebra il 100° anniversario della fondazione del Partito comunista cinese il 1 luglio 2021, Wuzhou, Guangxi, Cina (28 giugno 2021). Crediti: Peter Sherman Crosby / Shutterstock.com

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