30 marzo 2021

Un certificato verde vaccinale: come e quando

Per non irritare i Paesi che non ne hanno sostenuto la creazione in maniera troppo convinta, come la Germania, a Bruxelles preferiscono chiamarlo “certificato” piuttosto che “passaporto” vaccinale. Ma più che al suo nome, commercianti, operatori turistici e semplici cittadini sono interessati a capire quando il nuovo “certificato verde digitale europeo” permetterà a chi lo possiede di tornare a viaggiare liberamente e in sicurezza in tutta Europa.

 

L’iniziativa della Commissione europea

La proposta di creare questo nuovo documento è stata fatta dalla Commissione europea il 17 marzo,  facendo seguito alla richiesta arrivata meno di un mese prima dai capi di Stato e di governo dell’Unione Europea (UE).

Il certificato verde dovrebbe essere valido in tutta l’Unione e contenere al suo interno tre tipi di informazioni: la prova che chi lo possiede è stato vaccinato, è guarito dal Covid-19 e ha gli anticorpi necessari a combattere la malattia, ma anche i risultati dei recenti test. Sempre secondo la proposta della Commissione europea, il certificato verde includerà solo i vaccini riconosciuti dall’Agenzia europea del farmaco (EMA), ma i singoli Stati potranno decidere se accettare anche vaccini non approvati, come il russo Sputnik V. La validità del documento sarà limitata alla durata della pandemia e le informazioni contenute al suo interno si limiteranno allo stretto necessario (nome, data di nascita, dati sulla somministrazione del vaccino e poco altro).

Il certificato sarà disponibile gratuitamente «sia in forma digitale che su carta», ha assicurato il commissario UE alla Giustizia, Didier Reynders, tranquillizzando un giornalista francese che chiedeva come avrebbe fatto sua madre di 85 anni, che non possiede uno smartphone, a viaggiare dopo aver ricevuto il vaccino. Sia la versione digitale che quella cartacea, che saranno nella lingua dello Stato membro che lo ha rilasciato e in inglese, avranno un codice QR che conterrà al suo interno tutte le informazioni e ne garantirà l’autenticità.

A Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera sarà data la possibilità di accettare e utilizzare lo stesso certificato verde. Inoltre, il regolamento messo sul tavolo dalla Commissione è completato da una proposta specifica per rilasciare il documento anche ai cittadini extra-UE che soggiornano o risiedono legalmente nell’Unione.

 

Grecia e Paesi mediterranei in prima linea

Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis è stato fra i primi e più accorati sostenitori della necessità di creare una sorta di passaporto vaccinale europeo capace di salvare l’estate turistica. In una lettera alla presidente della Commissione UE datata 12 gennaio, il premier ha esplicitamente richiesto di agire per permettere «un graduale ritorno alla normalità» grazie a un certificato valido per tutti i mezzi di trasporto. L’idea ha raccolto il favore di molti Paesi a forte vocazione turistica, soprattutto nell’Europa meridionale. Il presidente della Regione Sardegna, Christian Solinas, ne è stato fra i principali promotori in Italia, e lo stesso presidente del Consiglio Mario Draghi si è espresso a favore dell’iniziativa in ambito europeo. La pressione per un’azione coordinata a livello UE si è poi fatta sempre più forte dopo che alcuni Stati membri come Svezia, Danimarca, Polonia ed Estonia hanno cominciato a lanciare iniziative simili per consentire ai cittadini vaccinati di allentare le restrizioni alla vita privata, permettendo loro, ad esempio, di partecipare a eventi sportivi o culturali. Nonostante le preoccupazioni espresse dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), che teme conseguenze negative sulla vaccinazione delle categorie prioritarie della popolazione e un rilassamento estremo dei gesti barriera contro il propagarsi della malattia, i Paesi dell’Unione hanno preferito evitare l’ennesimo approccio in ordine sparso e tentare di portare avanti la creazione del certificato verde entro l’avvio della stagione turistica estiva.

 

Quando entrerà in vigore

Per i tempi dell’Unione Europea, la definizione del quadro normativo e la creazione pratica di un nuovo strumento in meno di quattro mesi sono un obiettivo quasi utopistico. La normale procedura richiederebbe molti mesi, con un passaggio dalla commissione competente del Parlamento europeo e un negoziato con il Consiglio dell’UE, cioè gli Stati membri, che renderebbe impossibile un accordo entro l’estate. Il 25 marzo, non senza alcune critiche e preoccupazioni per il rispetto della vita privata dei cittadini e il corretto uso dei dati, l’aula di Strasburgo ha quindi approvato (468 voti favorevoli, 203 contrari e 16 astensioni) l’uso della procedura d’urgenza che consente un esame più rapido della normativa, senza l’obbligo del passaggio in commissione parlamentare. Durante la prossima plenaria del 26-29 aprile, l’aula adotterà il proprio mandato negoziale (che potrà includere alcune modifiche alla proposta della Commissione) e, se i Paesi membri avranno rispettato la stessa tempistica, subito dopo potranno cominciare le discussioni con il Consiglio UE per arrivare a una decisione finale.

Nel frattempo, durante la riunione in videoconferenza del 25 marzo, i capi di Stato e di governo dei 27 hanno espresso nuovamente il proprio sostegno alla proposta. «Dovrebbero essere portati avanti con urgenza i lavori a livello legislativo e tecnico sui certificati digitali interoperabili e non discriminatori per la COVID-19, sulla base della proposta della Commissione», si legge nelle conclusioni del Consiglio europeo.

Le istituzioni europee sono quindi costrette a una tanto cruciale quanto rischiosa corsa contro il tempo se vorranno centrare l’obiettivo di avere il certificato a disposizione entro luglio. Senza dimenticare che, per salvare l’estate, il nuovo strumento dovrà essere accompagnato da un colpo di acceleratore sulla campagna di vaccinazione. Nonostante il braccio di ferro con alcune case farmaceutiche sulla produzione delle fiale, e quello con altre potenze mondiali sull’esportazione (la Commissione ha appena rafforzato il meccanismo di autorizzazione dell’export di vaccini), il mantra che viene ripetuto a Bruxelles resta sempre lo stesso: riuscire a vaccinare il 70% della popolazione maggiorenne entro l’estate. Secondo i dati illustrati da von der Leyen al termine del Consiglio europeo del 25 marzo, finora appena il 4,1% dei cittadini (18,2 milioni) ha ricevuto le due dosi del vaccino.

 

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