26 agosto 2020

Il contesto dell’accordo tra Emirati Arabi Uniti e Israele

La sera del 13 agosto il municipio di Tel Aviv si è illuminato replicando la bandiera degli Emirati Arabi Uniti. È stato il modo, da parte di Israele, di celebrare l’avvio di rapporti diplomatici ufficiali con gli Emirati Arabi Uniti. L’accordo, che ha visto il contributo degli Stati Uniti (alleato di entrambi i Paesi), è stato annunciato dal presidente Trump. Quest’ultimo lo ha infatti definito “una svolta storica”.

L’Accordo di Abramo, così è stato ribattezzato, di fatto stipula a livello formale la pace tra i due Paesi. Emirati Arabi Uniti e Israele in realtà non si sono mai effettivamente combattuti sul campo, ma Abu Dhabi ha storicamente seguito la linea diplomatica di molti Paesi arabi e a maggioranza musulmana di non intrattenere rapporti con Israele in solidarietà con la causa palestinese. Gli Emirati diventano così il terzo Paese arabo a stringere rapporti diplomatici aperti con Israele dopo Egitto e Giordania. Quest’accordo non prevede solo l’avvio di relazioni regolari tra i due Stati dal punto di vista diplomatico, ma prelude a una serie di accordi di collaborazione nei più svariati campi. In cambio della pace formale, Israele s’impegna a congelare l’opera di colonizzazione della Cisgiordania. Quest’aspetto in particolare potrebbe presentare delle ambiguità. Mohamed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e ministro della Difesa, considerato ormai da molti analisti internazionali come guida di fatto dell’intero Paese, ha dichiarato su Twitter che grazie all’Accordo di Abramo Israele si impegna a interrompere il processo in vista di una ripresa dei lavori verso la creazione di uno Stato palestinese pienamente funzionante. Il premier israeliano Netanyahu, d’altra parte, per non alienarsi l’appoggio della destra nazionalista e dei coloni, ha subito chiarito che lo stop al processo di colonizzazione e il piano di annettere alcune parti della Cisgiordania è solo “sospeso” in via momentanea.

I rapporti tra i due Paesi in realtà perdurano ormai da quasi vent’anni, ossia a partire dagli attentati dell’11 settembre. In quell’occasione gli Emirati chiesero al governo di Gerusalemme supporto a livello di tecnologie per la sicurezza nell’ottica della lotta al terrorismo. Da lì in avanti, i rapporti informali si son fatti sempre più fitti. Nel 2015 Israele ha aperto un ufficio diplomatico ad Abu Dhabi legato all’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili. Gli intrecci economico-finanziari tra i due Stati hanno mostrato un forte incremento negli ultimi anni e nel 2019 gli Emirati hanno lanciato l’iniziativa Anno della Tolleranza, che tra i vari eventi ha visto il riconoscimento ufficiale da parte del governo della piccola (ma in crescita) minoranza ebraica all’interno del Paese arabo. A seguito dell’evento è attualmente in fase di costruzione una nuova sinagoga (ne sono già presenti due nel Paese) all’interno del complesso che prenderà il nome di Casa di Abramo (il richiamo ad Abramo è stato usato anche per l’accordo diplomatico in quanto figura di riferimento per islam, cristianesimo ed ebraismo, che non a caso vengono definite fedi “abramitiche”). L’avvio di rapporti diplomatici regolari è pertanto il culmine di un lungo e complesso processo di avvicinamento sviluppatosi negli anni tra Israele ed Emirati.

Al netto delle rassicurazioni emiratine sul fatto che tale accordo porrà fine al processo di colonizzazione, le organizzazioni palestinesi hanno gridato unisone al “tradimento” da parte dei loro confratelli arabi. Le reazioni da parte del resto del mondo arabo e musulmano, invece, sono state contrastanti. Alcuni Paesi, come Oman, Egitto e Bahrain hanno accolto con favore l’accordo. D’altra parte, l’Iran si è rivolta direttamente agli Emirati definendo l’accordo “un grosso errore” e paventando persino possibili azioni ostili in caso di un aumento della tensione nel Golfo Persico; una reazione talmente veemente da provocare una risposta da parte del ministro degli Esteri emiratino Anwar Gargash, il quale ha dichiarato che la decisione dell’accordo di pace con Israele è «sovrana e non rivolta contro l’Iran». Anche la Turchia si è schierata contro l’accordo, con Erdoğan che ha minacciato di ritirare l’ambasciatore turco. Altri Paesi particolarmente coinvolti dall’accordo, tra cui Giordania e Arabia Saudita, non hanno invece preso posizione limitandosi a prendere atto della decisione o restando in silenzio.

Nel resto del mondo, le reazioni sono state per lo più positive. Il segretario generale delle Nazioni Unite ha plaudito all’accordo, così come diversi capi di Stato europei, da Boris Johnson ad Emmanuel Macron. Anche l’Unione Europea ha accolto con favore l’accordo. Negli Stati Uniti, come prevedibile, esso è stato recepito innanzitutto come un successo per la politica estera americana per il Medio Oriente. Trump, attraverso diversi proclami in cui ha dichiarato di esser stato attore decisivo per la riuscita dell’accordo, spera di poter capitalizzare al massimo questo risultato per aumentare il suo consenso in vista delle elezioni presidenziali di novembre, non per caso sull’accordo si è espresso nei dettagli e a più riprese Jared Kushner, consulente per la politica estera del governo americano e figlio acquisito del presidente. Anche lo sfidante democratico alle prossime elezioni, Joe Biden, si è espresso positivamente in merito all’accordo.

Sugli effetti a breve termine dell’intesa, si possono identificare due grossi ambiti d’applicazione. Il primo è sicuramente di natura strategica e volto al consolidamento del cordone di sicurezza “anti-Iran” che vede al suo interno diversi Paesi arabi sunniti della regione, tra cui naturalmente gli stessi Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi, in particolare, è uno dei Paesi maggiormente in contrasto con l’Iran, data la vicinanza geografica e i contenziosi per i giacimenti di gas presenti nel Golfo. Israele ed Emirati vedono entrambi l’Iran come la principale minaccia alla loro sicurezza, sia in via diretta, sia attraverso governi e organizzazioni politiche della regione vicine a Teheran. Fino a questo momento, il ruolo giocato da Israele nelle proxy wars in Medio Oriente che vedono contrapposti da un lato l’Iran e dall’altro il fronte USA-Arabia Saudita-Emirati è stato piuttosto ambiguo.

Nonostante la comunanza d’intenti con Israele, i Paesi del fronte sunnita, soprattutto l’Arabia Saudita, non erano in condizione di riconoscere apertamente l’apporto di Tel Aviv per timore delle ripercussioni a livello d’immagine e diplomatico con gli altri Paesi del mondo arabo e musulmano. Anche in questo frangente, ambiti di collaborazione ci sono stati, soprattutto per il tramite degli Stati Uniti. L’Accordo di Abramo potrebbe dare il via a una nuova fase, con la formazione di un cordone regionale in funzione anti-iraniana più ampio e al contempo più compatto (sarà importante vedere come si muoverà in particolare l’Arabia Saudita, fino ad ora rimasta sostanzialmente silente).

Infatti, un’altra delle ragioni dietro all’accordo è legata al progressivo scostamento della politica estera della Turchia non più in ottica atlantista (con forti collaborazioni proprio con Israele) ma nell’ottica del contenimento iraniano. Ankara sta puntando a un’agenda in politica estera sempre più autonoma e ambiziosa, con l’obiettivo di diventare un nuovo polo regionale in Medio Oriente. L’aspetto “religioso” costituisce parte integrante delle strategie del governo conservatore di Erdoğan, che da diversi anni si pone come nuovo campione della causa palestinese, nonostante per decenni Ankara e Gerusalemme abbiano avuto buoni rapporti diplomatici. In risposta, Israele si sta muovendo per stringere legami più stretti coi rivali tradizionali della Turchia nel Mediterraneo orientale, Cipro e Grecia, i quali proprio in questo momento stanno affrontando una fase di forte tensione con Ankara legata allo sfruttamento di giacimenti di petrolio situati nel Mediterraneo orientale e alle reciproche rivendicazioni delle proprie piattaforme continentali.

L’islamismo politico, sostenuto da Erdoğan anche in ottica internazionale, è considerato una minaccia alla sicurezza anche per diverse autocrazie del Golfo, tra cui gli Emirati. Per questa ragione Abu Dhabi sta intensificando i rapporti militari con la Grecia (in questi giorni gli Emirati hanno inviato quattro F-16 in una base navale greca a Creta in vista di esercitazioni militari comuni). Tel Aviv quindi potrebbe andare a coprire il ruolo lasciato vacante dalla Turchia nella coalizione anti-iraniana a guida americana in Medio Oriente, mentre gli Emirati, già impegnati nel conflitto libico, potrebbero intensificare il loro ruolo nel Mediterraneo orientale con l’intento di contenere le ambizioni turche nella regione.

Il secondo ambito è, come intuibile, quello legato ai rapporti economici, scientifici e culturali tra i due paesi. Israele ed Emirati sono due tra le economie più forti della regione. La creazione di rapporti diplomatici formali ha già portato a una serie d’importanti risultati nel giro di pochi giorni. In particolar modo è già possibile effettuare chiamate dirette tra Israele ed Emirati, è già stata annunciata l’intenzione d’istituire rotte di volo dirette da Dubai e Abu Dhabi a Tel Aviv in vista di un previsto boom turistico da parte di cittadini emiratini verso Israele e i luoghi sacri dell’Islam presenti soprattutto a Gerusalemme (il ministro del Turismo israeliano non ha perso tempo pubblicando un video promozionale che invita gli emiratini a visitare il Paese). È stato inoltre confermato che Israele sarà presente con un suo padiglione al prossimo EXPO a Dubai, rinviato al 2021 a causa della pandemia di Covid-19 (a proposito di Coronavirus, è stata anche annunciata una collaborazione tra i due Paesi nella ricerca di una cura contro il virus). È ancora presto per definire la portata dell’accordo per le rispettive economie, ma Israele ha già intenzione di avviare una prima missione commerciale negli Emirati dal valore stimato di 500 milioni di dollari.

Per gli Emirati stringere rapporti economici importanti con uno dei Paesi più avanzati del mondo rappresenta un ulteriore passo nel diventare un hub di riferimento a livello globale. Non si tratta solo della necessità di diversificare la propria economia, ma di ridefinire la sua visione strategica proiettandosi dal quadro regionale a quello globale sulla scia del modello già tracciato da realtà quali Singapore e Taiwan. In vista del cinquantenario del Paese, Abu Dhabi sembra intenzionata a forgiare una propria identità attraverso una politica estera nettamente distinta rispetto a quella dei Paesi a lei più affini per vicinanza geografica, culturale e religiosa.

Si tratta naturalmente di una scommessa assolutamente aperta e non scevra di rischi per il piccolo Stato arabo. Innanzitutto, se Israele riprenderà a sostenere e ad ampliare gli insediamenti illegali in Cisgiordania, il contraccolpo a livello d’immagine per Abu Dhabi potrebbe essere importante. Al contempo, gli Emirati non possono del tutto ignorare il contesto regionale in cui sono posizionati e le sue numerose criticità. L’accordo con Israele in fondo è stato pensato anche per aumentare la propria sicurezza, ma risultati apprezzabili si potranno ottenere soddisfacendo due condizioni. La prima è che perdurino l’appoggio e la guida americana per i prossimi decenni. L’Accordo di Abramo e il ruolo giocato dagli Stati Uniti appaiono anche come rispondenti al proposito da parte di entrambi i Paesi di spingere Washington a restare, mostrando di essere disposti a rilanciare la collaborazione reciproca e a compattare la coalizione. La seconda condizione sarà la reazione da parte dell’Arabia Saudita. Negli ultimi anni Riyad ha certamente migliorato i propri rapporti informali con Israele, ma a differenza degli Emirati, il governo saudita, in quanto Paese ospitante le due città sacre dell’islam, La Mecca e Medina, è molto più vincolato ai possibili contraccolpi da parte della comunità musulmana globale qualora decidesse d’instaurare rapporti formali con Tel Aviv. Questa divisione per i sauditi tra la necessità di contare su Israele da un lato, e l’impossibilità di “tradire” la causa palestinese dall’altro, rischia di far impantanare le possibilità d’azione da parte della coalizione a guida americana a vantaggio di quella iraniana e delle emergenti ambizioni turche.

Gli Stati Uniti hanno già dichiarato che a breve altri Paesi arabi seguiranno gli Emirati Arabi Uniti nel  normalizzare le proprie relazioni diplomatiche con Israele (i candidati più papabili sembrano essere Bahrain, Sudan e Oman). Al contempo, il Kuwait ha già dichiarato che non intende seguire questa strada o, al peggio, diventare l’ultimo Paese dell’area che stringerà rapporti formali con Israele. Il rischio che ne consegue è che si associ al Qatar come paese del Golfo “alienato”, portando di fatto a una spaccatura difficile da colmare all’interno del Consiglio di cooperazione del Golfo. Abu Dhabi non può ignorare che un’escalation di tensione e violenza a livello regionale inesorabilmente finirebbe per mandare in fumo le proprie ambizioni a livello globale.

 

Immagine: Da sinistra, Donald Trump e Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca (27 gennaio 2020). Crediti: The White House from Washington, DC. Official White House Photo by D. Myles Cullen [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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