14 aprile 2021

Il dilemma politico nascosto dietro l’assenza di una sedia

 

Cosa deve essere l’Unione Europea (UE)? Una unione di Stati o una federazione? Ridotto all’osso, schematizzato, è questo un dilemma riproposto dall’incidente diplomatico occorso alla delegazione europea giunta ad Ankara per incontrare il presidente turco Erdoğan. È un dilemma tanto vetusto quanto attuale e coglie la sostanza di un problema politico, ripresentatosi con una questione di forma protocollare. In effetti, constatare la subdola facilità con la quale è possibile incrinare la tenuta diplomatica dell’esecutivo comunitario, offrendo banalmente una poltrona per due, dovrebbe stimolare una riflessione realistica sui due, non sulla poltrona o il suo proprietario. Se è così, la forma dell’affaire turco induce a meditarne la sostanza.

Nei vertici bilaterali tra capi di Stato le poltrone sono due perché i capi di Stato sono due, uno per ogni Stato. Così va ancora il mondo delle relazioni internazionali e ad Ankara lo si è visto per ciò che è nella sua attuale configurazione di potere: un mondo di Stati monocefali, con una testa sola. Il fatto che l’Unione Europea sia solita disporre di due poltrone per sé, anche quando si rappresenta all’estero, non cambia la sostanza della questione: se manca una poltrona, l’Unione tentenna.

L’Unione Europea ha un esecutivo bicefalo – Commissione/Consiglio europeo – che in politica estera produce una fatica insostenibile perché, giocoforza, perde simmetria istituzionale e, con ciò, la sua specifica struttura diventa un deficit. Osservare come una semplice poltrona – perché una poltrona c’era – possa separare il governo dell’Unione Europea, dividendone politicamente i rappresentanti, dovrebbe indurre a considerare seriamente il significato simbolico di tale evento, collocandolo nel suo contesto politico.

Simboli e politica, si sa, non sono universi separati e tutta l’attività politica è eminentemente simbolica. La poltrona mancante simboleggia l’assenza di una politica estera adeguata alle sfide che si presentano di fronte – letteralmente davanti – all’Europa. Sono le sfide della politica estera, quella in cui l’Unione è disunita a suo rischio e pericolo. Il problema è più urgente di quel che può sembrare. Lo è perché interno ed esterno non sono ambienti politici separati, bensì collegati. Non c’è alcun bisogno di teorizzare la supremazia della politica estera su quella interna per capirne l’importanza: basta assegnare ad entrambe pari importanza. Le difficoltà nella politica esterna si riversano, presto o tardi, sulla dimensione interna della politica: è solo una questione di tempo. La politica non è divisibile, la politica è un tutt’uno.

Vale dunque la pena considerare che questo tema riguarda lo sviluppo sostenibile dell’Europa, ancor prima della transizione ecologica che – bontà sua – assorbe la gran parte dell’attenzione europea (pandemia esclusa, naturalmente). Da questo punto di vista l’affaire turco è solo il segnale più chiaro del fatto che l’introversione della politica dell’Unione Europea non è più sostenibile. Non lo è di fronte ai problemi posti dalla politica del suo primo ex membro secessionista (Regno Unito); non lo è rispetto alla guerra che si combatte nei confini di un suo Stato associato (Ucraina); non lo è, insomma, nei confronti delle prove esistenziali che investono tutti i governi nazionali che all’Unione si sono rivolti per affrontare i compiti che li hanno divisi, li dividono e li divideranno.

Se la politica estera appartiene ad un’unica sfera unitaria della politica, che non è separabile in sfere diverse, allora la ripartizione dell’azione esterna dell’Unione Europea tra Commissione e Consiglio è surreale. In tal caso l’affaire turco ripropone almeno una domanda, se non proprio un dilemma: chi rappresenta la politica dell’Unione Europea fuori dai suoi confini? Per offrire una risposta forse non basta più aggiungere una poltrona.

 

Immagine: Il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio dell’UE Charles Michel (26 febbraio 2021). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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