19 aprile 2017

E ora chi potrà fermare Erdoğan?

Che qualcosa fosse cambiato, in Turchia, era già chiaro prima che venisse confermata la vittoria di Erdoğan nel referendum costituzionale, anzi dal modo stesso in cui arrivavano i risultati del voto. Se un tempo, non lontano, seguire lo scrutinio in diretta sui media turchi era il modo migliore per assicurarsi le notizie più aggiornate, questa volta è apparso subito una perdita di tempo: quello che facevano non era altro che riportare i lanci dell'agenzia di stampa ufficiale, Anadolu, che proponeva notizie quantomeno dubbie. Così, già a metà pomeriggio i media turchi annunciavano la vittoria del "sì" a conteggio quasi terminato, quando in effetti gli osservatori internazionali assicuravano che lo scrutinio avesse superato appena la metà delle schede. Quando l'unico modo per avere notizie obiettive, anche su questioni apparentemente semplici come quelle numeriche, sono le fonti straniere, è di solito un brutto segnale per la salute di una democrazia. La macchina dei festeggiamenti dei sostenitori di Erdoğan era comunque ormai in movimento: già riversati in piazza, come la notte del tentato golpe dell'anno scorso. E con la stessa efficacia nel chiudere ogni spazio alle alternative. A poco servirà, allora, la contestazione dei risultati da parte dei partiti di opposizione, che chiedono il riconteggio di un terzo delle schede. Così come la denuncia degli osservatori OSCE, che confermano l'uso irregolare di milioni di schede prive dei timbri necessari. Comunque vada, è irrealistico pensare che l'annunciata vittoria venga ormai messa in discussione nei fatti. In generale, ci si può chiedere se sia possibile avere un'elezione democratica in un paese in cui sia in vigore lo "Stato di emergenza" (attivato all'indomani del tentativo di colpo di stato del 2016 e del quale si attende a questo punto la riconferma). E indubbiamente la campagna è stata a senso unico, come scontato in un clima che vede qualunque opposizione a rischio di denuncia per tradimento. Numerosi leader politici si trovano già in carcere, la quasi totalità delle amministrazioni locali in mano alla minoranza curda sono state commissariate, i media stanno attenti a non fare la fine di quello che era il più diffuso e autorevole quotidiano turco: Zaman, chiuso da oltre un anno per essersi allontanato dalla linea dell'AKP, il partito di Erdoğan. Comunque sia, l'analisi della distribuzione geografica del voto conferma lo stesso paese spaccato che già conoscevamo, ma in maniera ancora più netta. Le grandi città (Istanbul, Ankara, Smirne), la fascia costiera e le zone a maggioranza curda hanno visto prevalere il "no". Ma a garantire la vittoria del "sì" è bastato il sostegno ad Erdoğan da parte dell'Anatolia profonda. Al di là delle architetture costituzionali in gioco, per questi fedelissimi si trattava essenzialmente di continuare la rivincita della propria periferia (in senso spaziale, ma soprattutto sociale) verso le élite intellettuali e secolarizzate, al potere dalla nascita della Repubblica kemalista fino all'arrivo di Erdoğan. La reazione al tentato golpe non ha fatto che rafforzare lo storico sostegno dovuto all'efficace mix tra il rilancio economico garantito dall'AKP in queste aree a lungo depresse (nel frattempo smorzato e sempre più a rischio, ma senza che ve ne sia ancora sufficiente percezione a livello locale) e la restituzione dell'orgoglio religioso a lungo tenuto sopito dai tutori della repubblica. Tra le prime conseguenze di questa riforma, come già discusso prima del voto, ci sarà un generale aumento dei poteri del presidente, la conferma delle sue politiche muscolari nei confronti di ogni opposizione, l'ulteriore stretta nei confronti delle minoranze (soprattutto curda). Ciascuna di queste ha una funzione prevalentemente locale, ma effetti che vanno ben oltre i confini turchi. Già nei discorsi di celebrazione, ad esempio, Erdoğan ha annunciato la volontà di reintrodurre la pena di morte, la cui abolizione aveva segnato simbolicamente l'inizio del percorso di avvicinamento all'Unione Europea. E nel mirino di Erdoğan entra ora proprio l'accesso all'UE, che procede con straziante lentezza da oltre dieci anni, e che il rafforzato presidente intenderebbe sottoporre a un nuovo referendum. La minaccia è di rinunciarvi del tutto, tanto è sempre meno attraente agli occhi dell'AKP e del proprio popolo. Prima di questo, però, toccherà alla probabile revisione dell'accordo con Bruxelles sulla gestione dei profughi siriani. Meno chiare sono proprio le conseguenze del voto sulle politiche di Erdoğan sul fronte orientale. Secondo alcuni osservatori, però, non è un bel segnale il fatto che nel lungo elenco delle minacce alla Turchia, declamato da Erdoğan durante la sua recente visita alla "capitale curda" di Diyarbakir, fossero presenti tutti i suoi oppositori personali, ma mancasse cospicuamente l'ISIS. Le uniche certezze che abbiamo, per il momento, sono la conferma della spaccatura (almeno) in due del paese, la sostanziale fine della Repubblica per come era stata concepita da Atatürk (e difesa per decenni dalle forze armate) e i rischi dell'ulteriore deriva autocratica per la cosiddetta “porta dell'oriente”. Una combinazione che teoricamente dovrebbe davvero garantire che Erdoğan possa rimanere al suo posto almeno fino al 2024, se non oltre, oltrepassando lo stesso fondatore della Repubblica per longevità politica (e puntando a superarlo anche nell'impatto sulla società turca). Ma, nonostante la crescente ininfluenza di oppositori esterni, è davvero così? Paradossalmente la principale minaccia a questo disegno è forse proprio all'interno dello stesso partito di Erdoğan. Il prevalere del "no" in zone che fino alle ultime elezioni erano considerati capisaldi dell'AKP, lascia intendere che alcuni suoi elettori possano essere scettici sulla necessità di questi maggiori poteri per il presidente (o sulla sua capacità di utilizzarli, al di là della retorica, viste le crescenti difficoltà economiche). Curioso, da questo punto di vista, il commento a caldo del vicepremier Veysi Kaynak, che ha rotto la narrazione celebrativa del successo personale del presidente, lamentando “risultati non all'altezza delle aspettative”.

Una scelta coraggiosa, che apre scenari inediti di contestazione della leadership di Erdoğan, proprio nel momento del suo apparente maggiore successo. La prova che una pagina della storia della Turchia potrà essersi chiusa, ma cosa sarà scritto nelle prossime pagine è ancora tutto da decidere.

 

 


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