9 luglio 2020

La faida tra jihadisti in Siria e il “terrorismo” in Medio Oriente

 

I recenti avvenimenti nell’enclave di Idlib, l’ultima zona nel Nord-Ovest della Siria fuori dal controllo delle forze fedeli al regime di Bashar al-Assad, dimostrano chiaramente un fatto: dietro categorie come “jihadisti” o “terroristi” sovente si celano realtà molto complesse e stratificate. Spesso in contrasto le une con le altre o, addirittura, in guerra aperta per il predominio sul territorio. Il cartello di milizie che domina l’area di Idlib è Hay’at Tahrir Al-Sham (HTS), nato dalle ceneri di Jabhat al-Nusra (quella che fu la costola siriana di al-Qaida). A giugno 2020, però, una serie di gruppi armati più oltranzisti ha dato il via ad una nuova coalizione per le operazioni militari a Idlib, denominata Stand Firm. La nuova realtà, stando all’atto di fondazione diffuso on-line, comprende tra gli altri il gruppo Coordinamento del Jihad, la Brigata Ansar, che il 7 aprile ha annunciato la sua defezione da HTS, il Fronte Ansar al-Din e l’organizzazione Hurras al-Din, formata a sua volta da centinaia di disertori di HTS.

Si tratta di nomi e sigle perlopiù sconosciuti al grande pubblico, ma restituire anche forse un minimo quadro della complessa rete militare che opera a Idlib è utile a far luce su un dato molto importante quando si parla di Medio Oriente: quando entra in gioco la categoria del “terrorismo” occorre tener presente che si tratta quasi sempre di “un’eterodefinizione”. Ossia, detto in altri termini, bisogna sempre tener presente chi dà del terrorista a chi. Nel caso della coalizione Stand Firm, ad esempio, parliamo di “terroristi che combattono altri terroristi”, se si analizza la cosa dal punto di vista del regime di Damasco e dei russi (che considerano terrorista ogni forma di opposizione, anche la più pacifica). Cioè di ex qaidisti che combattono contro la milizia, HTS, che di al-Qaida è in pratica l’erede diretto.

Dal punto di vista degli osservatori occidentali, spesso si considera l’islam militante di matrice sunnita come una realtà monolitica e indistinta. Al contrario, nel contesto siriano e non solo, molte volte ci si ritrova di fronte a un mosaico di piccoli gruppi che seguono necessità strategiche e belliche peculiari, più che un unico grande framework ideologico.

La nascita dell’operazione Stand Firm è frutto dell’ostilità emersa pubblicamente tra le fazioni più oltranziste e violente del jihadismo siriano che vedono nella milizia dominante HTS un gruppo che ha abbandonato i suoi principi, diventando ostaggio degli accordi internazionali dopo aver permesso alle forze russe di penetrare l’autostrada M4 nell’ambito dei pattugliamenti congiunti turco-russi sanciti durante l’ultimo accordo per il cessate il fuoco. La Turchia, che spesso viene accusata di sostenere indistintamente tutti i gruppi ribelli che controllano Idlib, si è spesa molto invece per contenere le operazioni di Stand Firm, specialmente sfruttando le brigate di ribelli cooptate e armate da Ankara in questi anni come il cosiddetto Fronte di liberazione nazionale (NLF), forse l’erede più diretto di quello che fu l’Esercito libero siriano (FSA). Da questo dissidio tra le formazioni jihadiste di Idlib sono scaturiti scontri aperti, attentati, rappresaglie e, a seconda dei casi e delle località, accordi e tregue concretizzatisi a cavallo tra giugno e luglio 2020.

Facendo tesoro del minimo di complessità restituito dagli ultimi fatti di Idlib, si può tornare sulla questione del “terrorismo” e sull’importanza di contestualizzarla, specialmente nel mondo arabo-islamico. Prendiamo il caso della Libia, dove a contendersi la partita ci sono il Governo di accordo nazionale (GNA) – riconosciuto dalle Nazioni Unite e presieduto da Fayez al-Sarraj – e l’autoproclamato Esercito nazionale libico (LNA) del generale Khalifa Haftar. I due attori libici, come vedremo, si scambiano reciprocamente accuse di supporto al terrorismo.

Il GNA rientra nella sfera d’influenza di Turchia e Qatar, Paesi che sono i numi tutelari della Fratellanza musulmana. Questa organizzazione è considerata un gruppo terrorista da Stati come Arabia Saudita, Bahrain, Egitto, Russia, Siria ed Emirati Arabi Uniti. Paesi che, non a caso, supportano invece l’LNA di Haftar. Quest’ultimo, ad aprile 2019, ha lanciato un’offensiva militare verso la capitale libica Tripoli per strapparla alle forze del GNA. Lo ha fatto, però, utilizzando come pezza d’appoggio ideologica la “lotta al terrorismo”, additando come terroriste – appunto – alcune delle milizie che sostengono l’esecutivo di al-Sarraj (compresi alcuni combattenti siriani filoturchi portati appositamente in Libia da Idlib).

D’altro canto, però, l’LNA di Haftar è considerato vicino all’asse “autoritario” di sauditi, emiratini ed egiziani e nell’esercito di Bengasi figurano anche combattenti legati al movimento madkhalista. Si tratta di una realtà politico-militante vicina all’Arabia Saudita che promuove un islam radicale ma fedele al potere secolare (quello di Haftar in questo caso). In poche parole, anche tra le fila dell’LNA ci sono elementi vicini all’islam radicale. Un altro tipo di islam politico rispetto a quello della Fratellanza, ma comunque radicale.

Tornando in Medio Oriente, poi, lo Stato di Israele considera organizzazioni terroristiche Hamas (gruppo sunnita palestinese nato da una costola della Fratellanza musulmana), il gruppo Jihad islamico (filoiraniano), Hezbollah (partito-milizia libanese e sciita) e tutte le forze legate in qualche modo a Teheran in Libano, Siria e Iraq. Lo Stato ebraico, a sua volta, è definito terrorista in ogni occasione possibile dai vertici iraniani. La Turchia, dal canto suo, considera gruppi terroristici le YPG curde (Yekîneyên Parastina Gel, Unità di protezione popolare), che assieme alla coalizione internazionale a guida USA hanno avuto un ruolo decisivo nella lotta al sedicente Stato islamico. Anche in questo caso, per intenderci, parliamo di “terroristi” – dal punto di vista di Ankara – che combattono altri terroristi (quelli dell’ISIS)?

Come già detto, l’unico modo per affrontare coerentemente il tema del “terrorismo” quando si parla di Medio Oriente è tener presente quanto tale categoria sia molto spesso una semplificazione marchiana della situazione, in cui spesso chi definisce terrorista qualcun altro lo fa per delegittimare e portare avanti la propria agenda politica.

 

Immagine: Un combattente ribelle siriano durante la battaglia contro le forze del regime siriano sostenute dall'esercito russo, Idlib, Siria  (7 giugno 2017). Crediti:  MuscleMan29 / Shutterstock.com

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