28 febbraio 2021

Un futuro post petrolifero per il Golfo Persico

 

I recenti fatti nella Repubblica Democratica del Congo hanno riportato in auge un antico quesito: “come può un Paese ricco di risorse naturali essere al contempo povero e instabile?”. Per un Paese come l’Italia, storicamente privo di risorse naturali significative, appare inspiegabile un tale “spreco”. Si tratta di una visione semplicistica dettata da un falso assioma, ovvero che alla ricchezza di risorse naturali corrisponda forza economica. La storia recente di molte aree un tempo assoggettate ai Paesi europei mostra, invece, una situazione molto diversa. La presenza di risorse preziose può costituire un grosso problema per un Paese sia dal punto di vista interno (speculazione e corruzione) sia esterno (ingerenza di potenze straniere interessate alle risorse). In assenza di ulteriori fattori, politici, economici, infrastrutturali e sociali fondamentali per gestire autonomamente queste risorse, qualunque stato si ritroverà ad essere vittima della propria stessa ricchezza.

Per quanto riguarda le risorse energetiche e in particolar modo gli idrocarburi, la capacità da parte dei principali Paesi estrattivi di creare gruppi di lobbying quali l’OPEC per il petrolio, cartello nato proprio in risposta al modello di sfruttamento coloniale dettato dalle principali compagnie petrolifere note come “sette sorelle”, ha senza dubbio aiutato a preservare una certa autonomia decisionale a livello internazionale. I casi della Libia e del Venezuela, tuttavia, hanno dimostrato che avere le spalle coperte verso l’esterno non basta se l’organizzazione interna resta instabile.

Per questa serie di ragioni, i Paesi arabi del Golfo, spesso definiti “petromonarchie” per via della loro nota ricchezza di idrocarburi, sono sempre di più impegnati ad accelerare il processo di diversificazione delle proprie economie. Si tratta di una vera corsa contro il tempo, dai ritmi sempre più serrati. Il progredire dell’evoluzione tecnologica fa sì che il valore dato dal mercato globale a queste risorse sia sempre più imprevedibile: un materiale che oggi è considerato fondamentale per diversi settori industriali, ad esempio il coltan, nel giro di pochi anni potrebbe diventare di poco valore per via dell’obsolescenza tecnologica. Gli idrocarburi non sono affatto esenti da tali logiche, anzi, l’aumento delle preoccupazioni legate al cambiamento climatico sta portando molti stati ad accelerare l’utilizzo di risorse energetiche alternative. Inoltre, eventi del tutto imprevedibili quali la pandemia di Coronavirus e il conseguente crollo di mercati collegati all’estrazione di idrocarburi (si pensi al settore automobilistico) rendono ancora più evidenti le fragilità di un modello economico incentrato sull’esportazione di petrolio e gas naturale.

Le agende politiche dei Paesi arabi del Golfo sono tutte sincronizzate verso un anno ben preciso, il 2030. Tutte queste nazioni hanno pubblicato nel corso degli ultimi anni dei documenti programmatici noti come “Vision 2030”. Al netto delle differenze specifiche di ogni Paese, l’obiettivo principale resta lo stesso per tutti questi governi: affrancarsi da un modello economico dipendente dall’estrazione di idrocarburi.

Se questo obiettivo può apparire troppo ambizioso per essere raggiunto, occorre innanzitutto sottolineare che le “Vision 2030” sono l’atto conclusivo di una strategia lunga decenni e nata sostanzialmente a partire dal 1971, ossia con l’indipendenza ottenuta da quasi tutti i Paesi arabi del Golfo. A indirizzarli verso tale percorso è stato proprio il peso della loro storia nel Novecento prima degli anni ’70. La dipendenza politica dall’Impero britannico e il predominio economico sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi da parte delle sette sorelle costituivano due facce della stessa medaglia.

Il raggiungimento e la conservazione dell’indipendenza per questi Paesi è il risultato di una congiunzione favorevole di fattori economici e politici. Da un lato, gas naturale e soprattutto petrolio erano risorse sempre più richieste a livello globale per un gran numero di settori economici chiave (si pensi all’utilizzo massiccio delle materie plastiche nella manifattura), elemento che ha conferito a questi Paesi freschi d’indipendenza un enorme vantaggio competitivo e potere contrattuale anche verso stati molto più grandi di loro. Dall’altro lato, l’ordine internazionale rigidamente bipolare della Guerra Fredda ha consentito a questi Paesi e agli altri fondatori dell’OPEC di ritagliarsi un proprio spazio autonomo.

I Paesi arabi del Golfo sono perfettamente consapevoli di vivere in una parentesi destinata a chiudersi non appena i fattori che hanno portato all’autonomia cominceranno a venire meno. Proprio per cercare di scongiurare questo scenario, i loro governi hanno fin dall’indipendenza investito una larga fetta degli introiti derivati dalle esportazioni di idrocarburi in programmi per trasformare radicalmente queste zone e renderle in grado di progredire ancora una volta terminato il flusso di denaro garantito da petrolio e gas naturale. I primi grattacieli di Dubai negli anni’80, i mondiali di calcio del 2022 in Qatar, la creazione di compagnie aeree capaci, nel giro di pochi anni, di diventare un punto di riferimento per i voli di lunga percorrenza sono solo tra i più noti investimenti volti a garantirsi un futuro nell’era post petrolifera.

La diminuzione degli interessi delle principali potenze globali verso la regione mediorientale sta andando di pari passo con la diminuzione dell’importanza strategica di petrolio e gas naturale. Questa non è affatto una buona notizia per i piccoli ma prosperi Paesi arabi del Golfo. Senza la copertura garantita da superpotenze come gli Stati Uniti una delle più ovvie conseguenze riguarda l’aumentare della pressione da parte di potenze regionali. È quanto sta già avvenendo con la Turchia e l’Iran. L’efficacia della resistenza a tali pressioni sarà necessariamente correlata all’esito delle Vision 2030.

La consapevolezza di questi Paesi che la loro prosperità e autonomia possa svanire da un momento all’altro è riassunta dalle parole dello sceicco di Dubai Rashid bin Said Al Maktum, uno dei padri fondatori, assieme all’allora sceicco di Abu Dhabi degli Emirati Arabi Uniti: “mio nonno cavalcava un cammello, mio padre pure, io guido una Mercedes, mio figlio guida una Land Rover, suo figlio pure, ma suo figlio cavalcherà un cammello”.  

 

Immagine: Pompa per l'estrazione petrolifera. Crediti: Dabarti CGI / Shutterstock.com

 


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