08 maggio 2012

Il cile sta cambiando

Si è concluso domenica a Roma il tour europeo dei rappresentanti del movimento cileno che da ormai più di sei mesi sta facendo parlare di sé. Nel corso di un incontro quasi amichevole tra ragazzi che vogliono scambiarsi storie e opinioni. Per prima ha preso la parola Karol, Segretario Generale della Joventud Comunista de Chile, seguita a ruota da Camila Vallejo, la famosissima Camila, che tra il 2010 e il 2011 è diventata Presidente della FECh, nonché icona dell’intero movimento. Infine si è passati a Jorge Murua, membro del direttivo sindacale del CUT, così da completare il quadro. Con grinta da vendere, Karol ha ripercorso le tappe fondamentali del movimento, spiegando come la situazione legata all’istruzione non sia altro che la punta di un iceberg ben più pericoloso. Il Cile è infatti utilizzato, da ormai 30 anni, come laboratorio del capitalismo. Tutto ciò venne reso possibile negli anni della dittatura e da una riforma costituzionale aberrante che limitava, o troncava del tutto, alcuni diritti fondamentali dei lavoratori e sovvertendo il sistema scolastico. Gli ultimi anni hanno visto l’inizio di un’inversione di tendenza, ma il processo è ancora lunghissimo. Quello che è certo è che tutta la risonanza mediatica che il movimento cileno sta riscuotendo non sarebbe stata possibile se i tre fronti (studenti, sindacati e lavoratori) non avessero operato come blocco unico e unito. La ragazza ha terminato il suo intervento riportando alcuni esempi di come gli studenti si siano organizzati e abbiano agito in modo totalmente non violento, anche se il Governo cileno ha diffuso ben altre informazioni: spettacoli teatrali in strada, flash-mob, marce, 5000 ragazzi travestiti da zombie per sottolineare come il diritto all’istruzione stesse morendo. Quello che però arrivava oltre le Ande era invece uno spettacolo fatto di fuoco e lanci di oggetti, cariche e fughe. La Vallejo ha poi approfondito l’aspetto numerico di quelle riforme che misero in ginocchio il Paese, come ad esempio la percentuale delle spese per l’istruzione coperte dallo Stato: appena il 15%; o anche come quell’88% di famiglie che si devono indebitare per mandare a scuola i figli. Numeri da capogiro, che rientrano in quella logica secondo cui l’educazione è un bene di consumo e deve creare profitto. Corsi come storia, musica, arte, ossia materie che non formano una classe dirigente, sono stati tolti. Addirittura la Facoltà di Economia si chiama oggi Facoltà di Ingegneria Commerciale. Il bene sociale, schiacciato da quello economico, viene reso superfluo. L’individualismo diviene un concetto fin troppo familiare a ragazzi di nemmeno 20 anni che di lì a poco dovranno scegliere cosa fare da grandi. Il movimento pretende una riforma costituzionale e un sovvertimento del modello politico (che non significa passare da destra a sinistra o viceversa). Il microfono passa a Jorge, che ha posto molto l’attenzione su due concetti essenziali: la storia di oggi è la diretta conseguenza delle scelte di ieri e l’unione di queste tre “falangi” del movimento sono l’unica chiave verso il successo. Puntualmente, diceva, finita una marcia se ne deve organizzare subito un’altra. Come fu il 24-25 agosto: in un primo momento raccogliendosi fuori dalla città, quindi riversandosi in piazza dai 4 punti cardinali, così da rendere difficile la risposta dell’esercito. Per certi versi questo racconto mi ha fatto pensare alle tattiche di guerriglia utilizzate in diversi paesi centro e sud americani proprio per far fronte a problemi analoghi, la differenza sostanziale sta nel non utilizzo della violenza, almeno non sempre. Questa gira per l’Europa è servita moltissimo, hanno affermato i tre ospiti. Le varie tappe che li hanno condotti dalla Francia alla Germania, dalla Svizzera alla Svezia e infine da noi, ha fatto sì che la loro storia potesse essere toccata con mano da migliaia di persone del cosiddetto primo mondo. Prima di iniziare a raccontare, gli ospiti ci avevano spiegato come la loro presenza non dovesse essere vista solo come un momento di botta e risposta, quanto invece come un dibattito, una chiacchiera. E così è uscito inevitabilmente il confronto con la Grecia, con l’Italia post-berlusconiana, con situazioni che si ripetono matematicamente che sia al di sopra o al di sotto dell’Equatore e la morale forse sta proprio in questa somiglianza quasi spaventosa: se loro, piano piano, stanno muovendo i primi passi verso il cambiamento, chissà che non debba succedere anche qui.


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