18 aprile 2017

Il "punto più basso di sempre" delle relazioni USA-Russia

Una NATO non più ‘obsoleta’ come invece era stata definita nei mesi di campagna elettorale, una Russia con cui le relazioni potrebbero essere «al punto più basso di sempre» e un inquilino del Cremlino – Vladimir Putin – che sostiene «una persona veramente malvagia» come il presidente siriano Bashar al-Assad, danneggiando così la Russia e l’intera umanità. È questa l’ultima, significativa evoluzione del pensiero del presidente statunitense Donald Trump in merito alle relazioni tra Washington e Mosca, inaspritesi dopo il recente attacco chimico del 4 aprile a Khan Shaykhun nella provincia di Idlib, in Siria. A quell’operazione, che gli USA imputano al regime di Damasco, la potenza a stelle e strisce ha deciso di rispondere con un’iniziativa mirata, il lancio di 59 missili Tomahawk contro la base di Shayrat da cui l’attacco chimico sarebbe partito. Mosca – che nel conflitto civile sta dalla parte delle autorità di Damasco – ovviamente non ha gradito, e non ha esitato a definire quanto accaduto ‘un atto di aggressione’. In questo quadro, reso di per sé già complesso dalla spinosa questione della presunta interferenza della Russia nel processo elettorale statunitense lo scorso anno, 12 aprile il segretario di Stato Rex Tillerson si è recato a Mosca per discutere con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, nell’ambito di una visita che – aveva reso noto il dipartimento di Stato – rientrava negli sforzi dell’amministrazione USA per «mantenere linee dirette di comunicazione con le alte autorità russe e assicurare che il punto di vista statunitense sia chiaramente trasmesso». Gli interlocutori hanno continuato a esprimere la volontà di mantenere aperti i canali del dialogo, ma le tensioni sono comunque emerse. Durante la conferenza stampa, Tillerson non si è nascosto, osservando che le relazioni USA-Russia sono a un punto molto basso e che altrettanto ridotta è la reciproca fiducia, condizione certamente non ideale per quelle che rimangono le due principali potenze nucleari del pianeta. Sul caldo dossier siriano, il segretario di Stato ha ribadito la posizione di Washington: in primis, gli Stati Uniti sono certi delle responsabilità del regime di Damasco nell’attacco chimico a Khan Shaykhun; quanto invece al futuro di Assad, gli USA sono convinti che la sua parabola politica sia giunta al termine. Rispetto alla crisi ucraina poi, Tillerson ha dichiarato che non si è discusso di alcuna variazione delle sanzioni imposte da Washington nei confronti di Mosca, mentre la questione dell’interferenza russa nel processo elettorale statunitense è stata etichettata dal segretario di Stato come ‘seria’. Dall’altra parte, anche Lavrov – che già prima del vertice aveva puntato il dito contro una politica estera statunitense ‘ambigua’ e ‘contraddittoria’ – è stato deciso nelle sue considerazioni: in merito a quanto accaduto a Khan Shaykhun, il ministro degli Esteri russo ha sottolineato l’esigenza di procedere a un’indagine internazionale imparziale e approfondita, mentre sul futuro politico di Assad non ha mancato di fare riferimento al passato citando alcuni casi – da Milošević, a Saddam Hussein, a Gheddafi – di asserita ‘ossessione’ dei Paesi occidentali e dei Paesi NATO per la rimozione di alcuni dittatori. In merito all’Ucraina, la singola posizione condivisa si ricollega alla necessità di garantire il pieno rispetto dell’accordo di Minsk del 2015, mentre sulle presunte interferenze elettorali Mosca chiede che siano esibite le prove del misfatto. Dunque i problemi ci sono e le divergenze restano profonde, anche perché – in numerosi contesti – gli interessi geopolitici di Washington e Mosca appaiono diversi quando non apertamente confliggenti. Dopo le prime settimane di apparente idillio sulla scia delle notevoli aperture di Trump alla Russia in campagna elettorale, l’impressione è che le frizioni siano tornate prepotentemente in campo, probabilmente anche per il peso determinante che nell’amministrazione statunitense hanno forze come l’intelligence o il Pentagono, decisamente meno aperte verso il Cremlino di quanto non sembrasse il neo-eletto presidente. Tuttavia, alcuni analisti hanno osservato come – su determinati punti – non siano mancate posizioni condivise: in merito all’incandescente situazione in Corea ad esempio, Lavrov ha confermato l’impegno di Mosca per la denuclearizzazione della penisola, e sulla stessa Siria Tillerson e il suo omologo russo hanno rimarcato l’importanza di garantire l’unità e la stabilità del Paese, mantenendo fermo l’obiettivo di una lotta senza quartiere contro il terrorismo. Nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa, alcuni spunti sembrano invitare alla riflessione: in merito al futuro politico di Assad, Tillerson ha infatti dichiarato che la fine del regime deve – secondo Washington – avvenire ordinatamente, di modo che tanto i gruppi quanto gli interessi che il presidente siriano rappresenta possano percepire di aver avuto un loro ruolo nel tavolo politico delle trattative di pace. In questo modo, la Casa bianca sembra dunque voler dimostrare che – pur ritenendo la permanenza di Assad un ostacolo alla risoluzione del conflitto – non intende impegnarsi in un violento rovesciamento del regime di Damasco. Dall’altra parte invece, Lavrov ha rimarcato che la posizione di Mosca non è da intendersi come una difesa aprioristica di Assad, quanto piuttosto come l’affermazione del principio che tutti debbano sedersi attorno al tavolo delle trattative. La Russia – ha evidenziato il direttore del Carnegie Moscow Center Dmitri Trenin in un suo articolo sul Financial Times pubblicato prima del vertice Tillerson-Lavrov – ha infatti bisogno di una soluzione eminentemente politica in Siria per tutelare i suoi interessi, e sa che tale soluzione potrà essere raggiunta solo attraverso un accordo con gli USA. Pertanto – questo è il ragionamento degli analisti – se l’unico ostacolo al raggiungimento di un’intesa comunque soddisfacente per Mosca dovesse essere Assad, il Cremlino potrebbe non opporsi al suo allontanamento dal potere. Inoltre, la Russia ha espresso la sua intenzione di riattivare il memorandum con gli USA – sospeso dopo il lancio dei Tomahawk – per evitare collisioni nei cieli siriani tra le rispettive aviazioni. La distensione su cui Trump intendeva in un primo momento accelerare sembra dunque ancora molto lontana, e le parti paiono esserne consapevoli. Tillerson e Lavrov hanno confermato che il momento è estremamente difficile, ma nonostante le evoluzioni sul fronte siriano, l’incontro non è stato annullato. E soprattutto, alla fine Putin ha deciso ugualmente di incontrare egli stesso il segretario di Stato, nonostante i dubbi della vigilia. Washington e Mosca restano distanti, ma la porta del dialogo non è ancora chiusa.  

 


0