7 settembre 2020

L’ipotesi di una ‘NATO orientale’

Sta riprendendo corpo l’ipotesi di una più stretta collaborazione fra Australia, Giappone, India e Stati Uniti nel campo della difesa, per contrastare le ambizioni egemoniche della Cina. Gli Stati Uniti pensano a una sorta di ‘NATO orientale’, indopacifica, paradossalmente proprio nel momento di massima crisi dei rapporti fra i tradizionali alleati atlantici. Il 31 agosto Stephen Biegun, vicesegretario di Stato, nell’ambito di un evento organizzato dallo US-India Strategic partnership forum ha rilanciato l’idea di sviluppare e formalizzare la flebile cooperazione già esistente dal 2007 in materia di difesa fra i Paesi del cosiddetto Quad (Quadrilateral security dialogue), facendola evolvere in un patto stabile, simile all’Alleanza atlantica. Il progetto sta a cuore agli Stati Uniti, ma incontra notevoli difficoltà a svilupparsi pienamente; infatti, se i tre partner hanno tutto l’interesse a contenere Pechino e a coordinarsi in termini economici, politici e militari, non vogliono però aumentare le tensioni e rischiare di far precipitare la situazione. Una preoccupazione che l’India non ha mai nascosto. Dal 1992 le forze navali di Stati Uniti e India conducono esercitazioni militari congiunte, i Malabar games. Nel 2007 aveva partecipato anche l’Australia, causando la reazione di Pechino; negli anni successivi l’invito all’Australia non era stato rinnovato, mentre dal 2015, anche il Giappone si è unito alle esercitazioni. Con il tentativo di rilancio del Quad in corso dal 2017, è di nuovo in discussione un allargamento della partecipazione all’Australia.

I rapporti bilaterali con Pechino dei singoli Paesi del quadrilatero non sono affatto semplici. In particolare la tensione fra Pechino e Canberra - già piuttosto elevata a causa delle polemiche sulla gestione della pandemia che hanno influenzato negativamente i rapporti commerciali - si è molto accentuata nelle ultime settimane a causa dell’arresto in Cina della giornalista Peng Lei, che conduceva un programma in inglese sul canale CGTN, che fa parte della televisione nazionale cinese, CCTV. Peng Lei ha una doppia nazionalità, cinese e australiana, e si trova in una condizione di ‘sorveglianza residenziale in un luogo designato’, senza che le si stata rivolta una specifica accusa; molti osservatori ritengono che la causa del suo arresto siano le critiche al governo di Pechino.

La situazione più difficile rimane però quella dei rapporti fra India e Cina, logorati dalle dispute sui confini. Contrasti degenerati il 15 giugno in uno scontro armato nella Valle di Galwan, nei pressi della Linea di controllo effettivo (LAC), il confine tra i due Paesi, nell’area dell’Himalaya. Un episodio in cui hanno perso la vita venti soldati indiani e secondo Nuova Delhi anche soldati cinesi. Venerdì 4 settembre i ministri della Difesa cinese e indiano, Wei Fenghe e Rajanath Singh, si sono incontrati a Mosca, ai margini di un meeting dei Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Sui contenuti del dialogo, durato più di due ore, non si sa molto, a parte una generica disponibilità a cercare una via diplomatica alla risoluzione dei conflitti; nondimeno l’incontro in sé è un indizio di distensione e della volontà comune di evitare nuove violenze sui confini contesi.

In questo contesto così delicato, la prospettiva indicata da Stephen Biegun, che implicherebbe una sorta di accerchiamento della Cina, suscita l’attenzione di Tokyo, Camberra e Nuova Delhi, ma viene affrontata con grande cautela, per non far precipitare le cose in quell’area strategica dell’economia mondiale, che si regge però su un fragile equilibrio geopolitico.

 

Immagine: Da sinistra, Narendra Modi  e Donald Trump (26 agosto 2019). Crediti: The White House from Washington, DC [Public domain], Wikimedia Commons

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