01 agosto 2013

La scomparsa del futuro in Occidente

Da sempre sappiamo di abitare, di volta in volta, in una certa idea di mondo. E con una certa idea di mondo intendiamo un certa narrazione della realtà. Ora, nella narrazione odierna del reale, ciò che è più cambiato rispetto al passato è la concezione del divenire del tempo. Ed il tempo, in fin dei conti, non è nient’altro che il sostrato di un ideale di noi stessi. Quando parliamo di un Occidente in crisi, parliamo innanzitutto di una civiltà che ha perso la propria finalità: il futuro.

Ma andiamo per ordine. Nella culla dell’illuminismo, in cui è nato il nostro sistema di pensiero, la concezione del tempo era lineare e orientata ad un obiettivo; nel modernismo il tempo è progresso, è miglioramento, è il luogo dell’ottimismo storico in cui ciò che segue è comunque migliore di ciò che precede. Scriveva Mill nel 1843: “Io credo invero che la tendenza generale sia e continui ad essere, salvo eccezioni occasionali e temporanee, di miglioramento, cioè di tendenza verso uno stato migliore e più felice. Tuttavia questa non è una questione del metodo della scienza sociale, ma un teorema della scienza stessa”.

L’ultima frase di Mill è la più importante perché decreta quello che fu il passo fondamentale dell’Occidente di allora: progresso come fulcro e obiettivo stesso, non solo di una scienza, ma di un modo di concepire la vita umana. La domanda che segue, a questo punto, è semplice: “A quale idea di futuro e di progresso è legato l’Occidente odierno?” La maggior parte dei cittadini occidentali risponderebbe – di pancia – con un “Nessuna”. È però più complicato di così.

Ai nostri giorni il futuro è tendenzialmente usato come una sorta di spazio indefinito dove rinviare il maggior numero di problemi non risolvibili nel presente, ne sono un esempio le scorie prodotte dalle centrali atomiche, i debiti dei nostri Paesi o più semplicemente i mutui delle nostre famiglie. Se torniamo per un attimo a Mill, intuiamo che le categorie di pensiero costitutive dell’idea di futuro, ovverosia la progettualità e il progresso, sono pressoché decadute.

Ed è necessario non dimenticare che progettualità e progresso sono state tra le narrazioni di maggior successo su cui si costruiva il consenso nelle nostre società. Basti pensare al dopoguerra. Così per molte generazioni precedenti alla nostra, l’idea di futuro era quella secondo cui i loro figli sarebbero stati più ricchi, ovvero avrebbero goduto di maggior benessere rispetto a loro stessi. Che cosa l’attuale crisi economica declama se non il fatto che questa narrazione è finita?

Se seguiamo quest’ordine di ragionamento possiamo sostenere – a buon diritto – che l’idea di progresso, idea che aveva guidato l’Occidente nella sua concezione temporale e finalistica per tutto il modernismo, è la stessa che ci vede più distaccati al suo riguardo. Essa, de facto, resiste solo in particolari campi, come ad esempio negli ambiti tecnologici, dalla medicina ai personal computer dove, effettivamente, possiamo notare grazie ad essa un reale cambiamento della nostra vita o del nostro stile di vita.

Detto questo rimane da capire che cosa ha preso il posto del futuro nell’Occidente post-moderno. È accaduto che, incapaci di progettare il futuro, la nostra civiltà l’ha simulato attraverso la categoria del nuovo. E il nuovo per definizione non produce nulla di radicalmente diverso dal presente o dal passato: è, come sappiamo, un categoria “commerciale”. Obama, nella sua prima campagna per le presidenziali, ne fu un esempio.

La Repubblica usciva il giorno del Suo insediamento, titolando “il mondo è cambiato”. La percezione era quella della venuta di un messia col compito di traghettare il suo Paese e l’Occidente tutto verso un avvenire migliore. Quello che si osservava da un attenta lettura del suo programma politico era però in buona sostanza un contenitore di importanti rivisitazioni di concetti e idee che avevano ben poco a che fare con il futuro. Nulla di drasticamente e radicalmente differente dal passato.

Se può essere fastidioso pensare ad Obama come all’ultimo forno a microonde lanciato sul mercato, Baricco e Salmon, analogamente, dimostrano la scomparsa del futuro e l’avvento del nuovo attraverso l’analisi della forma di narrazione delle serie televisive e cioè le narrazioni di più grande successo che oggi esistano in Occidente. Non è casuale il fatto che l’invenzione e lo sviluppo massimo di questa forma narrativa sia statunitense; ovverosia di coloro che pretendono di essere alla guida del mondo.

Pensiamo ora alla serie di maggior successo quali Dr. House, Lost o C.S.I: queste non hanno un fine. Nell’analizzarle non è possibile focalizzare il perché di quello che accade e difficilmente è possibile rispondere a quando e per quanto tempo questo accada. In altre parole le serie televisive appaiono come piccoli mondi in una dimensione temporale immobile nel presente al cui interno si sviluppa un divenire continuo e sempre uguale a sé stesso. Manca la finalità, lo scopo di tutto questo.

Se pensiamo al viaggio romantico dell’eroe che parte da un punto per arrivare in un altro punto nel futuro in cui il mondo è cambiato e lui stesso è cambiato, appare chiaro che lo spirito della serie è invece quello di poter riprodurre in maniera infinita le avventure di un eroe che è sempre uguale a sé stesso nel medesimo spazio temporale. Nessuna via di fuga, nessuna vittoria, nessuna redenzione.

A questo punto se è vero che noi siamo quello che scriviamo e raccontiamo, non possiamo non definirci come una civiltà alla fine della propria storia. Perché se il tempo presente ha inglobato passato e futuro divenendo un accadimento circolare e narcisistico che esclude la possibilità che ci sia un prima e un dopo, allora non c’è possibilità per l’essere umano di cambiare la propria condizione.

Una civiltà che si ritiene, o a cui viene ripetuto, di essere la migliore, a cui viene ripetuto di vivere già nel migliore dei mondi possibili, è in ultima istanza una civiltà che non si può permettere di avere a che fare con una categoria temporale e di pensiero rivoluzionaria e pericolosa come il futuro. L’Occidente odierno necessita di una categoria più tranquillizzante e più addomesticabile come il nuovo. Così come gli occidentali di oggi si potrebbero definire addomesticati a loro stessi.

 

Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali


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