16 ottobre 2012

Non un Nobel politico

Arriva in Cina, per la prima volta, il premio Nobel per la Letteratura e, come accade quasi sempre per ogni cosa che succede in questa parte di Universo, assume una connotazione politica. A vincere il prestigioso riconoscimento è stato Guan Moye, conosciuto con il suo pseudonimo di Mo Yan “Colui che non parla”. Il 57nne ex membro dell’esercito popolare cinese, nato nella provincia nord occidentale cinese dello Shandong dove risiede tutt’ora e dalla quale si è allontanato poco, è stato premiato dall’accademia di Svezia perché, tra l’altro, "con il suo realismo allucinatorio forgia racconti popolari, di storia e contemporanei".  Mo Yan è l'autore, oltre a una serie di novelle, tra l'altro di "Sorgo Rosso", "Rossa Radice Cristallina", "Grande seno fianchi larghi"e "La Rana", quest’ultimo uscirà in Italia nel 2013. Il premio è stato dato ad uno scrittore di grande valore, molto conosciuto anche fuori dai confini dalla Cina. Ma nonostante questo, ha scatenato polemiche. In molti hanno parlato di una compensazione alla Cina contro quelle che Pechino ha vissuto come schiaffi e “interferenze negli affari interni del paese” da parte dei diversi comitati che assegnano i premi Nobel. Sia quelli svedesi, ma soprattutto il norvegese, hanno fatto arrabbiare non poco il governo cinese da almeno 23 anni, con l’assegnazione di tre Nobel molto contestati. Il primo risale al 1989. Pochi mesi dopo i fatti di piazza Tiananmen, il comitato norvegese del Nobel assegna il premio per la Pace al Dalai Lama, “il lupo vestito d’agnello”, il “secessionista”, come Pechino lo definisce. Passano pochi anni, siamo nel 2000, e il Nobel per la letteratura viene assegnato a Gao Xingjian, dissidente cinese in esilio in Francia (paese del quale ha ricevuto la nazionalità nel 1997). Due anni fa l’ultimo schiaffo, quando da Oslo giunge la notizia che il premio Nobel per la pace è stato assegnato a Liu Xiaobo, attivista cinese che ha partecipato ai moti di Tiananmen ed è autore, insieme ad altri, del documento “Cartha 08” che chiedeva un sistema democratico in Cina. La notizia della vittoria del Nobel raggiunge Liu in carcere, dove è ristretto dal 2009 per una condanna ad 11 anni per sovversione dei poteri dello stato. La sua sedia ad Oslo, il giorno della premiazione, resterà tristemente, ma molto simbolicamente, vuota. Sua moglie, Liu Xia, è ancora ristretta in una sorta di arresti domiciliari nella sua casa di Pechino, senza alcuna condanna formale. A causa di queste assegnazioni, i rapporti tra il comitato del Nobel e Pechino non sono molto buoni, tant’è vero che il governo cinese da un paio di anni ha istituito il suo Nobel, il “premio Confucio”, assegnato anche a Vladimir Putin ma le cui premiazioni vanno desolatamente mancate dai vincitori, tanto che la stessa stampa “di regime” qualche mese fa si è chiesta l’utilità del premio. Il Nobel a Liu ha portato ad un livello bassissimo i rapporti tra la Cina e la Norvegia: la prima arrivò a vietare l’importazione finanche del salmone norvegese, limitando gli accessi dei cittadini norvegesi in alcune aree del paese. L’assegnazione del Nobel a Mo, ad una prima lettura, è quindi sembrato proprio una sorta di ricompensa per quelli che la Cina riteneva fossero stati dei torti. Anche importanti dissidenti, come Ai Weiwei (l’artista che si è fatto 8 mesi di carcere per reati finanziari) hanno criticato la mossa di Stoccolma, ricordando come Mo sia organico al partito. Lo scrittore, infatti, oltre ad essere stato nell’esercito fino ad una decina di anni fa (occupandosi sempre di letteratura, dal momento che nell’esercito di liberazione del popolo ci sono sezioni culturali e artistiche), è anche il vicepresidente dell’associazione degli scrittori, che opera sotto l’egida (e il controllo) del partito. Lo stesso Mo, inoltre, è stato tra il centinaio di artisti che lo scorso giugno hanno commemorato dei discorsi di Mao Zedong considerati all’origine della produzione letteraria e artistica cinese, ricopiandoli a mano. Aveva preferito il silenzio quando gli furono chiesti commenti sull’assegnazione del Nobel per la Pace a Liu Xiaobo e si era ritirato dal festival della letteratura di Francoforte quando scoprì che nella sezione cinese erano ospitati anche gli scritti degli autori dissidenti Dai Qing e Bei Ling. Per lui ha espresso parole di orgoglio anche il capo della propaganda cinese. La rete cinese è impazzita, soprattutto perché Mo “ha vinto” nei confronti di uno scrittore giapponese e, in questi giorni di contese fra i due paesi, la cosa ha scatenato l’orgoglio nazionale. Ma è bastato un giorno per fugare ogni dubbio. Mo Yan, nella prima apparizione pubblica nella sua Gaomi, in una conferenza stampa, ha detto di augurarsi che Liu Xiaobo possa uscire presto dal carcere, “per potersi dare completamente alla sua ricerca sul sistema sociale e politico”. Non ha smentito l’ammirazione per alcuni scritti del Grande Timoniere, aggiungendo che alcune affermazioni di Mao Zedong, in particolare quelle relative al controllo degli artisti da parte del partito, "sono ragionevoli", ma ha rispedito al mittente le accuse che il suo premio fosse stato dato per ragioni politiche. “Non si tratta di un premio politico. Coloro che hanno criticato i miei libri non li hanno letti. Se lo avessero fatto, avrebbero capito che i miei scritti a quel tempo rappresentavano un grave rischio. Chi mi ha criticato è membro del partito, sono all'interno del sistema e del sistema hanno beneficiato”. Parlando poi della libertà di stampa in Cina, Mo ha detto che “è vero che negli anni passati alcuni libri sono stati criticati dai funzionari di partito, e ne è stata persino vietata la pubblicazione. Ma se si leggono i libri pubblicati oggigiorno, e poi si mettono a confronto con quelli degli anni '50 e '60, si noterà che si sono allargate un po' le maglie". Da “Colui che non parla” a colui che le cose le dice chiaramente, il passo è stato breve. Forse la scelta di Mo Yan sullo pseudonimo andava più nel senso di colui che non poteva parlare piuttosto che di colui che non voleva. Bisogna però evitare di passare ora da una considerazione di Mo Yan come organico del partito ad una come dissidente. È uno scrittore che esprime le proprie idee attraverso i libri che scrive e lo fa nel linguaggio che ritiene più giusto. Il suo “Le Rane” tratta la questione del figlio unico. È vero che è un argomento che anche la stampa di partito ha sdoganato, chiedendosi più volte se non sia il caso di rivedere la normativa, ma è pur sempre vero che parliamo di un tema sensibile per il governo, soprattutto per le implicazioni sociali che comporta. Non credo che Mo Yan sia cambiato, diventando apertamente critico al governo, anche se alcuni dissidenti lo credono o, almeno, lo sperano. Gli stessi che l’avevano criticano si meravigliano ora delle sue parole, specie quelle pronunciate a favore di Liu Xiaobo. ''È un segnale veramente buono - ha detto l'artista e dissidente Ai Weiwei - Mo ha dimostrato di aver coraggio a fare quel tipo di commento in questo momento. Qualsiasi pronunciamento a favore di Liu è estremamente importante''.  ''Cosa è successo nelle ultime 24 ore che lo ha cambiato?  - ha aggiunto Hu Jia, l'attivista che ha aiutato il dissidente cieco Chen Guangcheng a fuggire dalla sua casa-prigione - un premio Nobel conferisce a una persona il senso di cosa è giusto e cosa è sbagliato''. Una cosa è certa: Mo Yan è un grande scrittore. Il riconoscimento a lui è sacrosanto, forse finanche tardivo, perché sdogana al grande pubblico, semmai ce ne fosse stato bisogno, un movimento letterario, quello cinese, troppo, colpevolmente, poco conosciuto.


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