11 giugno 2021

Un modello solidaristico per una strategia vaccinale globale

 

In un mondo che cresce “a più velocità” anche le crisi sanitarie globali sono state finora affrontate nell’ottica di un “doppio binario”, con un approccio che è stato tradizionalmente caratterizzato da un criterio di preferenza ‒ e precedenza ‒ per le zone più ricche del pianeta.

Tale sistema, in particolare, si basa sulla premessa secondo la quale sarebbe più conveniente mettere in sicurezza prima di tutto i Paesi più sviluppati, attuando una scelta che si tramuterebbe inevitabilmente in un vantaggio per tutti; non solo dal punto di vista (utilitaristico) delle imprese coinvolte; ma anche, si è detto, per il necessario mantenimento di un certo target di crescita dell’intera economia mondiale; target che, d’altra parte, dovrebbe poi permettere anche alle regioni meno sviluppate di seguire “a stretto giro”. Questo approccio è stato adottato anche nei casi in cui, a fronte di epidemie a carattere virale, si è reso necessario lo sviluppo di vaccini efficaci e sicuri, da distribuire ad un numero più alto possibile di persone per debellare il virus, indebolendone progressivamente la spinta infettiva.

Ad esempio, con riguardo ai vaccini contro la difterite, il morbillo, la pertosse ed il tetano, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) segnala che un bambino su dieci risulta a tutt’oggi non vaccinato. Ciò avviene nonostante il fatto che, nel mondo lato sensu occidentale, si sia ormai da tempo raggiunta una immunità di massa. La grande maggioranza delle persone non ancora vaccinate si trova, appunto, in Paesi ancora in fase di sviluppo. Sempre l’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che un bambino africano su cinque non ha ancora accesso a tutti i vaccini salvavita raccomandati.

Una conseguenza diretta di quanto detto finora è che malattie considerate da tempo sconfitte “a casa nostra”, altrove continuano a causare un grande numero di decessi. Si stima al riguardo che nel solo 2012, a causa di tali mancanze, siano morti 1,5 milioni di bambini. Questi numeri drammatici risentono evidentemente del fatto che proprio i Paesi più poveri sarebbero quelli più bisognosi di copertura a causa di una cronica inadeguatezza dei loro sistemi sanitari.

La strategia seguita finora nel contrasto alle pandemie si basa quindi essenzialmente su tre pilastri: una (chiara) preferenza nei confronti dei Paesi economicamente più sviluppati per il raggiungimento di un’immunità di massa in tempi relativamente brevi; l’accettazione del rischio di un grande numero di morti nelle regioni meno sviluppate del pianeta; sempre con riguardo a queste ultime, un completamento della copertura vaccinale all’esito di processi di lungo periodo, talvolta tuttora in corso.

Questo meccanismo, già di per sé criticabile per il criterio anti-solidaristico posto alla base del suo funzionamento, di fronte alle sfide sanitarie attuali appare anche del tutto inefficace. Infatti, l’attuale emergenza Covid-19 sta mettendo in discussione ciascuno dei termini della equazione summenzionata.

In primo luogo, e si tratta di un dato evidentemente positivo, è stato stimato che all’8 giugno del 2021, l’Africa intera contasse circa quattro milioni e ottocentomila di contagi a fronte di 129.000 decessi legati al Covid, con un tasso di mortalità del 2,4 per cento. Al netto di considerazioni circa il rischio di una stima al ribasso, si tratta di un dato molto al di sotto della media globale (3,5%).

Alcune ricerche correlano tali dati a variabili ambientali o sociali, quali il basso tasso di inquinamento o l’età media molto bassa della popolazione dei Paesi africani.

Altre peculiarità del Covid rispetto allo schema ‒  finora ‒ “classico” riguardano, da un lato, la mancanza di dati certi circa il tempo della copertura vaccinale (sia a causa dei tempi brevi nei quali è stato necessario produrre i vaccini che delle caratteristiche sostanziali del virus stesso); dall’altro lato, la presenza di interconnessioni molto più intense nel mondo attuale. Il combinato disposto di questi fattori rende impensabile riuscire a rendere immune l’intera popolazione del “mondo sviluppato” se nel frattempo questo continua a diffondersi nel resto del pianeta.

Alla luce di quanto detto, sarebbe sbagliato continuare a pensare ed agire secondo il vecchio modello “egoistico”, essendo preferibile, per la riuscita stessa della immunizzazione, un cambio di prospettiva.

In altre parole, la predisposizione di una campagna vaccinale di successo chiama ad una imprescindibile transizione solidale delle scelte poste alla base della stessa. Questo non significa soltanto che in tutto il mondo dovranno essere distribuiti i vaccini disponibili in misura proporzionale al fabbisogno di ciascun Stato, a prescindere dal tasso di prosperità economica. Infatti, sarà necessario affrontare anche altre barriere, dalla presenza sul mercato di vaccini non realmente efficaci alla scarsa capacità amministrativa di taluni Paesi in via di sviluppo, abbinata spesso ad un tasso di corruzione divenuto quasi endemico.

La inedita rapidità con la quale si è arrivati allo sviluppo dei vaccini, in particolare, ha portato alla produzione di vaccini variegati, non tutti efficaci al pari di quelli approvati dall’EMA ed attualmente in uso in Europa. In questo senso, l’impennata di morti e contagi della fine di marzo in Cile, quando già il 41% della popolazione era stata vaccinata, può trovare una spiegazione nel tipo di siero impiegato. Solo nel 10% dei casi, infatti, si tratta di uno di quelli utilizzati in Europa e Nord America. La ‒ solo apparente ‒ incongruenza che ha fatto parlare di “paradosso cileno” può quindi essere un monito per la – rapida ‒ predisposizione di meccanismi di distribuzione dei vaccini a livello internazionale; meccanismi che contemplino al proprio interno, a monte, un preventivo giudizio di qualità su questo o quel vaccino da parte di reti di organismi nazionali e/o internazionali.

Tali reti amministrative dovranno anche essere capaci, a valle, di garantire una distribuzione di vaccini rapida ed improntata al criterio del “maggior rischio”: prima, cioè, a quelle fasce più esposte al rischio di un decorso compromettente della malattia. Inoltre, alla luce di quanto evidenziato circa il numero dei decessi annuali in Africa a causa della cronica mancanza di vaccini salvavita contro difterite, tetano e pertosse, è molto importante che la campagna di vaccinazione Covid non comprometta il prosieguo di quelle per le altre malattie.

In conclusione, come confermato dalla prestigiosa rivista scientifica internazionale The Lancet, non sembra che sarà possibile dare una priorità ai Paesi più ricchi, per poi completare la copertura vaccinale nel resto del mondo nel medio o addirittura lungo periodo. Al contrario, la situazione di fatto ci pone innanzi alla sfida di portare avanti una campagna vaccinale omogenea a livello globale, non solo sotto il profilo spaziale e temporale, ma anche della qualità dei sieri e delle capacità amministrative di stoccaggio e distribuzione delle dosi.

 

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Immagine: Il governo provinciale di Limpopo ha lanciato una campagna di registrazione per il vaccino contro il Covid-19 per le persone di età superiore ai 60 anni nel villaggio di Tooseng, Polokwane, Limpopo, Sudafrica (21 aprile 2021). Crediti: Mukurukuru Media / Shutterstock.com

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