15 luglio 2020

Una nuova fase del terrorismo on-line

 

Internet e terrorismo costituiscono un binomio consolidato ormai da decenni. Fin dai suoi albori, la rete ha rappresentato uno strumento prezioso per consentire comunicazioni lontane da sguardi indiscreti rendendo possibile l’esecuzione di attacchi coordinati da parte di membri situati anche a migliaia di chilometri di distanza gli uni dagli altri. Nel corso del XXI secolo, inoltre, Internet è stato un viatico cruciale sia per la propaganda volta a trovare nuovi “affiliati”, sia come cassa di risonanza mediatica per le azioni compiute; in tempi recenti l’ISIS si è distinta proprio per questi comportamenti di fronte all’opinione pubblica mondiale. Al di là delle modalità più note, attraverso il Deep web è possibile procurarsi armi e tutto ciò che serve per la produzione di esplosivi, oltre che costituire un importante snodo di contatti, propaganda e informazioni in alternativa agli spazi web “visibili” sempre più monitorati dalle autorità e dai fornitori di servizi informatici. Recentemente, con la diffusione delle criptovalute, la rete è diventata anche una piattaforma privilegiata per il reperimento di fondi.

Tutti questi fattori sono ben noti ai governi e alle organizzazioni di sicurezza internazionale di tutto il mondo. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha recentemente dichiarato che il caos generato dalla pandemia di Covid-19 potrebbe garantire opportunità d’azione da parte di gruppi terroristici, soprattutto a livello di propaganda, favoriti anche dal maggiore utilizzo della rete a causa delle diverse misure di quarantena messe in campo dai vari Paesi.

La crescente centralità che Internet gioca nella quotidianità di sempre più persone sta facendo emergere nuove tipologie di azioni di natura terroristica. Se lo spazio virtuale ha, fino ad ora, costituito un mezzo per facilitare la realizzazione di atti terroristici, oggi appare sempre più evidente come tale spazio possa anche diventarne il palcoscenico ultimo. Un terrorismo, pertanto, che agisce interamente o comunque prevalentemente sulla rete, ma non per questo meno pericoloso.

Nel mese di giugno si sarebbe potuto verificare un inquietante caso esemplificativo. Giugno è il mese del Pride per la comunità LGBTQIA+ (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Queer, Intersex, Asexual) e in questo periodo emergono una miriade d’iniziative on-line dedicate. Negli ultimi giorni di maggio c’è stata una certa tensione tra le varie comunità mondiali. Si era infatti diffusa la notizia che ambienti di estrema destra legati a portali come 4chan/8chan (ora 8kun) fossero in procinto di organizzare “l’operazione Pridefall”. Stando a quanto riportato dal manifesto diffuso su 4chan lo scopo dell’operazione era quello di combattere contro “la degenerazione dell’attivismo LGBT” e scoraggiare le aziende a mostrare il proprio supporto alle tematiche LGBTQIA+ (per esempio pubblicando il proprio logo con i colori dell’arcobaleno). La strategia proposta per l’operazione sarebbe consistita nella pubblicazione massiva di contenuti disturbanti negli spazi on-line sensibili alle tematiche LGBTQIA+ con l’obiettivo di scoraggiare il lavoro di attivisti o semplici appartenenti alla comunità. Nel manifesto si suggeriva di colpire spazi “piccoli”, sia per rendere i commenti con contenuti omobitransfobici più visibili, sia e soprattutto per instillare un senso di timore e apprensione da parte dei proprietari degli account bersaglio.

I “raid” di contenuti disturbanti inviati massivamente dagli utenti delle varie board di 4chan costituiscono uno dei marchi di fabbrica della comunità; per ultimo, durante il lockdown sono diventati tristemente noti gli “Zoombombing” che hanno visto l’infiltrazione all’interno di varie videoconferenze, soprattutto legate all’ambito scolastico, e la pubblicazione di materiale pornografico estremo (se non addirittura pedopornografico) o semplici insulti nei commenti. Azioni che hanno finito per attirare l’attenzione da parte di forze di polizia come l’FBI.

Pridefall, d’altra parte, avrebbe potuto rappresentare un’ulteriore svolta, data la natura in questo caso interamente legata a un aspetto politico (i raid precedenti, pur con tutte le inclinazioni verso dinamiche e messaggi tipici dell’estrema destra e del suprematismo bianco, si sono coscientemente manifestati in modo ambiguo, come semplice “trolling” da parte degli utenti di 4chan). Il condizionale in questo caso è d’obbligo in quanto, alla fine, sembra che il Pridefall non si sia tenuto. Le ragioni possono essere diverse; giugno è stato caratterizzato dalle proteste contro la brutalità della polizia e il razzismo sistematico, elementi che hanno spostato l’attenzione sia mediatica, sia da parte delle comunità di estrema destra legate a 4chan, dalle questioni sollevate dal Pride a quelle razziali esacerbate dopo l’uccisione di George Floyd. Un’altra possibile spiegazione potrebbe derivare dal fatto che la gran parte delle manifestazioni del Pride non si sono tenute a causa delle misure di contenimento, venendo quindi a mancare l’esposizione mediatica e i tipici elementi di polemica sociale che queste manifestazioni portano sempre con sé, fattori su cui probabilmente i fautori del Pridefall facevano affidamento per gettare ulteriore benzina sul fuoco.

Il fatto che non si sia concretizzato d’altra parte non significa che non abbia lasciato alcun tipo di conseguenze. Nei giorni a cavallo tra maggio e giugno infatti la comunità LGBTQIA+ on-line era in fermento in merito alla possibilità di un attacco coordinato che avrebbe potuto colpire chiunque e in qualunque momento. Sono stati lanciati diversi appelli con indicazioni su cosa fare per mettersi al sicuro; spesso i consigli erano incentrati sul tenere un basso profilo, evitare l’uso di espressioni tradizionalmente oggetto delle mire da parte dell’estrema destra come l’uso di pronomi a genere neutro e, naturalmente, fare attenzione a non fornire on-line dati o elementi che possano far ricondurre a dati personali (in molti erano sicuri che il Pridefall si sarebbe declinato anche in azioni di doxing, ossia la messa on-line a fini malevoli dei propri dati personali).

Appare molto probabile che il Pridefall non sia stato messo in atto per via della portata del progetto, che avrebbe dovuto impegnare numerosi membri della comunità alt-right di 4chan nell’arco di un intero mese; considerata la natura polverizzata e fluida che caratterizza le board di 4chan era difficile immaginare che una tale chiamata alle armi avesse potuto avere seguito (non a caso i raid solitamente durano non più di un paio di giorni). Ciò nonostante occorre segnalare che è stata sufficiente la possibilità che un attacco del genere prendesse piede per spingere molti membri delle comunità LGBTQIA+ a modificare i loro comportamenti on-line per tutelarsi. Sotto questo punto di vista, si tratta di un risultato del tutto equiparabile a quello che spesso si cerca di ottenere con il terrorismo ossia commettere azioni plateali di deliberata violenza volte a modificare mentalità e comportamenti. L’operazione Pridefall potrebbe costituire quindi un caso da imitare e replicare, stavolta però portandolo a compimento da parte di comunità più organizzate e motivate rispetto agli alt-right di 4chan.

Lo stato di allerta che ha caratterizzato le comunità LGBTQIA+ di tutto il mondo di fronte alle voci del Pridefall è il risultato anche di recenti attacchi condotti on-line volti a minacciarne la tranquillità e, a volte, persino la sicurezza personale. Durante il periodo di lockdown ha destato molta preoccupazione la campagna omofoba lanciata su Instagram da parte della una modella e influencer marocchina Sofia Taloni che ha chiesto ai propri follower d’inondare dating app quali Grindr, PlanetRomeo e Hornet di account fake con l’obiettivo di esporre l’identità di uomini gay residenti in Marocco rivelandone i dati personali in un Paese in cui l’omosessualità è fortemente osteggiata a livello sociale oltre ad essere illegale dal punto di vista giuridico. Non è ancora chiaro se l’intento fosse solo provocare o se ci fosse davvero l’intenzione di lanciare una vera e propria caccia all’uomo, ma il risultato è stato che un centinaio di gay marocchini si son ritrovati i propri dati personali diffusi on-line. Alcuni di loro, con le famiglie messe al corrente del loro orientamento sessuale, sono stati allontanati dalle proprie dimore.

Non sempre è facile distinguere quale possa essere la linea di demarcazione tra l’azione criminale e il terrorismo. La stessa definizione di questo termine, introdotto con la Rivoluzione francese ma asseribile a dinamiche vecchie quanto la storia, ha subito nel tempo rimaneggiamenti e ancora oggi è oggetto di dibattito. Al netto del classico gioco speculativo per cui “ciò che per qualcuno è terrorismo per qualcun altro è resistenza” ancora oggi molto diffuso a livello internazionale (si pensi alle rispettive accuse di terrorismo lanciate da Paesi tra loro rivali quali India e Pakistan o Stati Uniti e Cina), il terrorismo può essere identificato da alcuni elementi chiave. Il primo elemento, già indicato, è la volontà di influenzare e manipolare azioni e comportamenti da parte dei bersagli. Il secondo elemento tipico del terrorismo è il suo costituire uno strumento d’azione per conflitti di natura asimmetrica; l’azione terroristica in altre parole è l’arma a disposizione di chi è più “debole” sul campo, appannaggio di chi, in un contesto bellico tradizionale, non avendo a disposizione aviazione, carri armati e una struttura militare organizzata, ricorre all’azione terroristica per infliggere comunque gravi danni all’avversario.

Anche il cyberterrorismo segue questa dinamica, declinata nell’ambito virtuale. In particolar modo i movimenti di estrema destra in Occidente sembrano essere tra i primi a codificare le stesse dinamiche di conflitto asimmetrico attraverso azioni terroristiche in un contesto prettamente virtuale. Questo per una serie di fattori; innanzitutto i gruppi di estrema destra da decenni dimostrano una grande capacità nell’utilizzo delle nuove tecnologie, spesso anticipando le istituzioni governative e di polizia garantendosi così ampi spazi di discussione, propaganda e affiliazione. In virtù di ciò, è attualmente in corso un intenso sforzo da parte di aziende e governi volto a perseguire le attività degli estremisti di destra on-line, soprattutto sulle principali piattaforme social. Uno dei casi più importanti ed eclatanti avvenuti di recente è stato quando, a seguito della sparatoria di El Paso, annunciata dallo stesso attentatore sulla piattaforma 8chan (uno spin-off di 4chan creato proprio perché quest’ultima piattaforma era considerata da alcuni utenti troppo “controllata”), l’azienda che gestisce l’hosting del sito ha deciso di sospendere il servizio, portano allo spostamento della community sul Deep web sotto il nome di 8kun.

La pressione esercitata nel monitorare e bloccare gli spazi in rete dei gruppi di estrema destra di fatto crea uno scenario non troppo diverso dal gruppo messo alle strette da un esercito organizzato e per questo tentato di ricorrere all’azione terroristica. Non solo, le azioni di polizia e controllo in qualche modo favoriscono la narrazione che da anni caratterizza questo tipo di associazioni intenzionate a mostrarsi come “vittime dei poteri forti”. Considerata tutta questa serie di fattori, è probabile che gruppi sociali osteggiati dalle autorità on-line considerino l’azione terroristica come il modo migliore per darsi voce e, soprattutto, mostrare la propria forza. Ad oggi, un caso di volontà politica ben delineata unita a capacità di scardinare le maglie del controllo in rete è quello della teoria del complotto QAnon, recentemente definita dall’FBI come “terrorismo domestico”. QAnon è una teoria emersa su 4chan: le redini del potere politico, economico e sociale negli Stati Uniti sarebbero in mano a corrotte e depravate élite liberali dedite a rituali satanici e al traffico di bambini e che Trump in questi anni starebbe portando avanti una lotta interna agli uffici del potere governativo per scardinare questa rete. QAnon è una teoria ormai presente dal 2017, ma in questi ultimi mesi sta nuovamente ottenendo un enorme successo in termini di pubblico, con milioni di utenti che in maniera più o meno consapevole replicano messaggi e codici tipici di questa teoria. Il concetto di “prosciugare la palude”, che allude alla presunta opera di Trump contro l’élite liberal è ormai molto diffuso all’interno della sua base elettorale. Sono già emersi casi di violenze e minacce da parte di soggetti “ispirati” dalla teoria QAnon. La medesima cosa accadde con la teoria del complotto denominata Pizzagate, ormai risalente ad alcuni anni fa. Ci si può aspettare che nei prossimi mesi, con la campagna elettorale americana sempre più nel vivo, QAnon possa andare a giocare un importante ruolo destabilizzante se non addirittura cruciale nel decretare chi sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti. Un risultato che per i movimenti di estrema destra americana andrebbe oltre ogni più rosea aspettativa e, soprattutto, che realisticamente non sarebbe altrettanto perseguibile ricorrendo esclusivamente a metodi terroristici “tradizionali”.

La dimensione virtuale e la crescente importanza che questa riveste nella vita di tutti i giorni sono elementi assolutamente compatibili con i criteri che caratterizzano il terrorismo. A fronte di un impegno molto meno gravoso in termini di fondi e strumenti i risultati sperati in riferimento al timore e al panico suscitati oltre che alla manipolazione delle dinamiche sociali possono essere gli stessi o addirittura superiori. Basti pensare all’attentato di Orlando del 2016 che uccise una cinquantina di persone all’interno di un locale LGBT+. In quell’occasione la comunità LGBTQIA+ a livello globale espresse la volontà di non mostrare timore organizzando manifestazioni di commemorazione e cordoglio. Considerato che il terrorismo ha obiettivi e scopi di natura strettamente politica, può sorprendere che un attacco violento come quello ad Orlando non sia riuscito ad ottenere quel senso di preoccupazione, ansia e persino volontà di modificare il proprio comportamento per tutelarsi come invece avvenuto con la minaccia del Pridefall. La differenza di percezione della distanza da un pericolo, del tutto annullata nel cyberspazio, certamente aiuta a comprendere le ragioni per cui avremo sempre più timore verso ciò che accade on-line, soprattutto quando viene colpita una comunità di cui ci sentiamo parte. Un ulteriore elemento che dovrebbe indurci a riflettere su come lo spazio virtuale stia modificando i paradigmi che caratterizzano il terrorismo, esaltandone diversi aspetti e ampliandoli verso scenari tanto inediti quanto inquietanti.

 

Crediti immagine: Maksim Shmeljov / Shutterstock.com

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