23 aprile 2021

Perché il potere nei Paesi arabi del Golfo è una questione di famiglia

 

La recente crisi politica in Giordania tra il re Abd Allah e suo fratello, accusato di aver guidato un tentativo di golpe, ha risollevato l’attenzione su un aspetto peculiare delle monarchie arabe della regione, ossia l’approccio familistico nella gestione degli affari di Stato. La decisa presa di posizione da parte dei Paesi occidentali a favore del sovrano giordano, considerato un alleato fondamentale nella lotta all’islamismo politico, è un esempio di come le dinamiche della dinastia reale si riflettano sull’andamento del Paese.

Le origini di questa struttura politica risalgono alla prima importante figura politica del mondo islamico, ossia quella del califfo, il quale era al contempo sovrano e guida della comunità dei fedeli. Sebbene il passaggio tra un califfo e un altro non fosse legato a concetti di ereditarietà padre-figlio, ogni elezione di un nuovo califfo era il risultato di complesse relazioni tra le famiglie più potenti, in particolar modo quelle in grado di dimostrare un intenso legame di discendenza con il Profeta. La rottura tra sunniti e sciiti è stata, per prima cosa, una rottura familiare. Ancora oggi reclamare un legame di sangue che risale a Muhammad costituisce un’importante fonte di legittimità, come nel caso del Regno del Marocco.

La stessa genesi contemporanea di questi Stati è stata, innanzitutto, il frutto di un confitto tra grandi famiglie. Nella fattispecie, le origini moderne di Giordania e Arabia Saudita alla fine della Prima guerra mondiale risalgono al conflitto tra Hashemiti (gli attuali sovrani di Giordania) e Saud. La sconfitta dei primi in Hegiaz, la regione araba costiera che ospita le due grandi città sante dell’Islam, Medina e La Mecca, ha consentito alla dinastia saudita di fondare l’omonimo Paese.

Per le altre monarchie del Golfo, l’ottenimento dell’indipendenza negli anni Settanta è stato, di fatto, la conclusione di un pieno passaggio di consegne del potere a dinastie che già lo gestivano per conto dell’Impero britannico. Nel caso del Qatar (così come per Bahrain, Kuwait e Oman), il potere è rimasto in mano a un’unica grande famiglia, mentre per gli Emirati Arabi Uniti, come suggerisce il nome stesso del Paese, le sette dinastie già al potere sui loro rispettivi territori hanno deciso di associarsi in unica compagine, conservando un’ampia autonomia nei loro affari interni.

Da un punto di vista “occidentalocentrico” quest’approccio al potere basato su dinamiche familistiche (che sia una sola o un insieme di grandi famiglie) può sembrare arretrato. Si tratta, d’altra parte, di un’analisi a dir poco limitata e che si scontra con la storia recente. Elementi quali il nazionalismo politico, creazioni recenti all’interno del mondo arabo, appaiono già sul viale del tramonto (si pensi, per esempio, movimento Ba’ath).

Se ci si concentra sulla penisola arabica, il solo Paese che non ha seguito una logica familistica del potere è stato lo Yemen, diventato una repubblica nel 1962. Gli anni che seguirono furono caratterizzati dalla divisione in due Paesi, una lunga serie di sanguinosi conflitti politici interni e, attualmente, una guerra civile ancora in corso.

Al netto, pertanto, del biasimo internazionale per la gestione autocratica del potere da parte di questi Paesi e dei conseguenti problemi legati al rispetto dei diritti umani, l’approccio familistico sembra confermarsi come un fattore di stabilità a cui nessuno intende rinunciare. La cittadinanza stessa apprezza il fatto di ricevere, in cambio della propria fedeltà alla dinastia al potere, vantaggi di varia natura attraverso una dinamica nota come “welfare petrolifero”. Il solo Paese che può costituire un’eccezione è il Bahrain, in cui la maggioranza della popolazione, sciita, da tempo è in uno stato di conflitto con la dinastia reale locale, gli al-Khalifa di fede sunnita.

Comprendere l’elemento familistico nella gestione del potere nei Paesi arabi del Golfo è fondamentale per riuscire a leggere la loro agenda di politica estera. Basti pensare ai fondi sovrani di questi Paesi, oggetto di attrazione e al contempo timore da parte dei Paesi europei nei più disparati settori, dall’edilizia allo sport. Spesso i media, gli analisti e gli stessi organi politici occidentali tendono a considerare con sufficienza il fatto che le casse di questi Stati sono al tempo stesso le casse della dinastia al comando, alimentando, nell’opinione pubblica, lo stereotipo dello sceicco capriccioso e spendaccione. Un errore di valutazione che solo ultimamente si sta cominciando a notare. Il caso più recente è quello della tentata creazione della Super Lega di calcio.

La decisione da parte degli al-Thani di non coinvolgere il loro Paris Saint-Germain nel progetto, in virtù innanzitutto degli ottimi rapporti intrecciati negli anni con UEFA e FIFA (l’anno prossimo, va ricordato, il Qatar ospiterà i mondiali di calcio) ha senz’altro giocato un ruolo importante nel fallimento del progetto. Ciò potrebbe aver ulteriormente consolidato l’ascendente di al-Thani e del Qatar all’interno del mondo calcistico, con opportunità in termini economici e, soprattutto, di visibilità a dir poco enormi. Per il Qatar rilanciare la propria immagine a livello mondiale è fondamentale in quanto essa è stata offuscata dai rapporti ambigui verso diversi movimenti islamisti mal visti dagli occidentali, da Hamas ai Fratelli musulmani. La vittoria della dinastia qatariota coincide con la sconfitta degli al-Nayan emiratini, alla guida del Manchester City, una delle squadre “scissioniste” che nel giro di pochi giorni ha revocato la propria decisione. Pertanto, al di là delle proteste dei tifosi, al di là degli stessi conflitti interni al mondo del calcio, si staglia una competizione tra queste due dinastie, che coincide con la competizione tra i due rispettivi governi.

 

Immagine: I grattacieli gemelli Alfardan Towers con le immagini dell’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani e di suo padre, West Bay di Doha, Qatar (22 dicembre 2016). Crediti: EQRoy / Shutterstock.com

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