16 aprile 2021

Il precario equilibrio del rapporto tra Cina e UE

Il rapporto tra Cina e Unione Europea (UE) è storicamente altalenante, caratterizzato da strappi repentini e successivi riavvicinamenti che non hanno permesso il consolidamento di un legame importante per entrambi. Nel mese di marzo, all’approfondirsi del dibattito sul più grande accordo economico tra le parti, si è assistito a uno dei più violenti strappi degli ultimi 30 anni.

Seguendo l’esempio tracciato da Stati Uniti, Canada e Regno Unito, l’UE ha deciso di estendere le sanzioni nei confronti di quattro individui e un’entità cinesi, accusati di violazione dei diritti umani nei confronti della minoranza uigura, in riferimento specifico ai loro interessi e partecipazioni nei centri di detenzione forzata nello Xinjiang. Gli interessati sono Zhu Hailun, ex segretario della Commissione affari legali e politici dello Xinjiang; Wang Junzheng, capo della Commissione affari politici e legali dello Xinjiang ed ex segretario del PCC a Changchun; Wang Mingshan, membro del comitato permanente del PCC nello Xinjiang; Chen Mingguo, direttore dell’ufficio di sicurezza pubblica dello Xinjiang. L’entità sanzionata dall’Unione è, invece, l’ufficio di sicurezza pubblica della Xinjiang Production and Construction Corps. Le precedenti sanzioni imposte dall’Unione Europea risalgono al 1989, anno del massacro di piazza Tienanmen.

Pechino ha prontamente richiesto chiarimenti, ricordando come il ricorso ad azioni di questo tipo verso ufficiali e aziende di Stato potrebbe peggiorare notevolmente i rapporti bilaterali. Inoltre Qin Gang, viceministro degli Esteri cinese, ha convocato in rapida successione Nicolas Chapuis e Caroline Wilson, rispettivamente ambasciatore dell’UE e ambasciatrice britannica.

La risposta cinese è stata tanto attesa quanto prevedibile, con la decisione di sanzionare dieci individui e quattro enti istituzionali europei, accusati di aver messo a repentaglio la sovranità e gli interessi della Cina e di aver diffuso false informazioni alla stampa. Tra gli accusati, troviamo cinque parlamentari europei (Reinhard Butikofer, Michael Gahler, Raphael Glucksmann, Ilhan Kyuchyuk e Miriam Lexmann), il parlamentare olandese Sjoerd Wiemer Sjoerdsma, il parlamentare belga Samuel Cogolati, il parlamentare lituano Dovile Šakaliene, e gli accademici Adrian Zenz e Björn Jerdén. Le istituzioni colpite sono invece la commissione politica del Consiglio europeo, la sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo, il Mercator Institute for China Studies (MERICS) di Berlino e l’Alliance of Democracies Foundation (AoD) di Copenaghen. Le persone sopracitate, così come le loro famiglie, non potranno più entrare in Cina, incluse Hong Kong e Macao, sino a nuovo ordine, così come enti ed aziende a loro affiliati non potranno operare nel territorio cinese.

Di conseguenza, molti osservatori pensavano che il Comprehensive Agreement on Investment (CAI), il più grande accordo economico bilaterale tra Cina e Unione Europea, sarebbe stato velocemente messo in discussione, se non addirittura annullato. Ma questa non era di certo l’intenzione di Pechino, e le parole di Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri, l’hanno confermato. Hua ha infatti risposto che intaccare gli accordi economici racchiusi nel CAI sarebbe irragionevole e immotivato. Ha poi dichiarato che l’Unione «non può parlare di cooperazione da un lato, e dall’altro imporre delle sanzioni che danneggiano gravemente gli interessi cinesi. Dovrebbe bensì riflettere con attenzione sul suo operato e concludere il confronto, in modo da contribuire allo stabile sviluppo dei rapporti bilaterali».

La Cina cercherà di lasciare separate le due situazioni, e non intende permettere che la questione dei diritti umani intacchi la cooperazione economica. Il CAI è un accordo troppo importante per Pechino, che è ormai il primo partner commerciale dell’Unione, e non intende restituire lo scettro agli Stati Uniti. Le sanzioni al momento, per quanto gravi, riguardano principalmente rappresentanti politici e istituzioni ad essi collegate, ma non è assolutamente da escludere un’escalation che possa includere azioni di tipo economico. In questo senso, è bene ricordare che il CAI deve ancora passare il vaglio del Consiglio e del Parlamento europeo, dove il fronte dei contrari si è progressivamente ampliato dopo le ritorsioni cinesi.

Il Partito popolare europeo (PPE), il più grande raggruppamento continentale, è segnato da una profonda divisione interna, e una parte consistente del partito chiede di riconsiderare l’accordo. Manfred Weber, presidente del PPE, ha apertamente accusato la Cina di intimidire e cercare di zittire i parlamentari europei che denunciano gli abusi e le violazioni dei diritti umani perpetrate dal Partito comunista ai danni degli Uiguri. Nel mentre, l’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, Renew Europe e Verdi/Alleanza libera per l’Europa, hanno espresso la volontà di votare contro la ratifica dell’accordo, che dovrebbe essere discusso al Parlamento europeo il prossimo anno. In termini più pragmatici, tanto cari alla Cina, circa 500 dei 705 deputati europei voterebbero contro il CAI, salvo una retromarcia cinese sulle recenti sanzioni, soprattutto per quanto riguarda gli europarlamentari accusati di diffondere fake news.

La disputa ha causato un forte malcontento in Cina, incanalato nella consueta pratica del boicottaggio. Tra i principali obiettivi della campagna, partita il giorno dopo l’annuncio delle sanzioni europee, la multinazionale svedese H&M, un colosso del retail con oltre 500 punti vendita nel Paese, colpevole di aver bloccato l’acquisto di cotone prodotto nello Xinjiang. I prodotti dell’azienda son spariti dalle principali piattaforme di e-commerce (Taobao e Pinduoduo), hanno iniziato a circolare in rete le foto dei punti vendita completamente deserti e le testimonianze di alcuni dipendenti che hanno deciso di dimettersi. Alla lista delle aziende boicottate si sono poi aggiunte Nike, Adidas, Burberry, Converse, Calvin Klein, tutte colpevoli dello stesso peccato.

L’estrema conflittualità della situazione suggerisce uno stop alle negoziazioni, oltre a richiedere un delicato momento di riflessione strategica. L’Unione Europea si trova in una situazione molto delicata, potenzialmente schiacciata tra Stati Uniti e Cina e in bilico tra ragioni etiche e necessità economiche. Le trattative per la ratifica del CAI sono appena iniziate, ma l’Unione dovrà presto decidere quali sono le sue priorità e prepararsi ad affrontarne le conseguenze.

 

Immagine: La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (14 settembre 2020). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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