11 marzo 2021

La profonda crisi della Tunisia a 10 anni dalla sua primavera

 

È cominciato male per la Tunisia l’anno che segna il decimo anniversario della Rivoluzione dei gelsomini e sembra continuare peggio. A gennaio, e senza soluzione di continuità, è esplosa la rabbia della popolazione, che, proprio come 10 anni esatti prima, è scesa in piazza urlando slogan praticamente identici a quelli gridati nel 2011, “lavoro, dignità, libertà”, o facendo risuonare il noto degage, fatevi da parte, che infiammò le strade di Tunisi e di tante altre città del Paese. A scatenare l’ira della gente, una crisi economica gravissima acuita dalla pandemia e una sostanziale incapacità della classe politica di restituire stabilità e mostrare concentrazione sui temi vitali per il Paese, travolta com’è da liti, risse partitiche e scandali. Nel frattempo dilaga la disoccupazione che supera il 15% con punte superiori al 30% in alcune aree e tra i giovani. Un quinto della popolazione, poi, vive sotto la soglia di povertà. 

Un’ulteriore spina nel fianco dell’esecutivo sono le rivendicazioni partite in forma pubblica sul finire del 2020 dell’associazione dei martiri e dei feriti della rivoluzione. L’organismo, che raccoglie un numero enorme di tunisini che hanno pagato con la vita o con menomazioni l’opposizione al regime, chiede al governo la pubblicazione della lista definitiva dei nomi sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica e il successivo sblocco dei benefici previsti tra cui le urgentissime cure mediche e gli indennizzi. La situazione, che attende una soluzione da oltre 10 anni, riapre un fronte caldissimo e aggrava la tensione generale.

Sullo sfondo, una crisi politico-istituzionale che non sembra avere fine e che tiene la cosiddetta ‘primavera migliore’, costantemente in bilico tra rilancio democratico ed economico e definitivo crollo nel caos. L’ultima puntata della saga politica che dalla caduta di Ben Ali a oggi ha visto alternarsi sullo scranno di comando del governo ben nove primi ministri, alcuni dei quali, come il penultimo, Elyes Fakhfakh, rimasti in carica solo alcuni mesi (27 febbraio - 2 settembre 2020), riguarda il contenzioso innescato lo scorso gennaio tra il presidente della Repubblica  Kaïs Saïed e il primo ministro Hichem Mechichi. I due, una volta alleati – fu proprio Saïed a indicare e sostenere Mechichi, ex ministro dell’Interno nel precedente esecutivo, quale premier nella crisi dell’autunno scorso – ora si guardano in cagnesco. La crisi è scoppiata quando, a metà gennaio, a neanche quattro mesi dal giuramento, il capo del governo ha annunciato un corposo rimpasto e scaricato tutti i ministri in qualche modo vicini al presidente della Repubblica. Il reshuffle ha potuto godere dell’appoggio incondizionato dei due partiti più forti in Parlamento cioè l’islamico Ennahda e il laico Qalb Tounes a cui capo c’è Nabil Karoui, il magnate che sfidò Saïed alle elezioni presidenziali del 2019 dal carcere (alla fine di agosto l’imprenditore e proprietario del canale televisivo tunisino Nessma, venne imprigionato con l’accusa di frode fiscale e riciclaggio). Ma Saïed non ha mai accettato la mossa politica e continua a opporsi all’insediamento ufficiale del nuovo governo rimandando la palla nel campo del suo ex sodale politico a cui chiede di ritirare quattro degli undici ministri accusati di conflitto di interesse e corruzione. «Io non mi dimetto – ha tuonato Mechichi al termine della cerimonia tenutasi a un anno dalla morte del maggiore Taoufik Missaoui, ucciso nell’agguato terroristico del 6 marzo 2020 di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti a Tunisi ‒ il Paese ha bisogno di stabilità e di un esecutivo in grado di soddisfare i bisogni dei suoi cittadini. Le liti non mi interessano. Il governo si sta attualmente concentrando su questioni economiche, sociali e sanitarie. Non voglio essere coinvolto nella bagarre politica e nelle battaglie contro i mulini a vento». Nel frattempo, migliaia di simpatizzanti di Ennahdha sono sfilati nella capitale domenica 7 marzo per manifestare il proprio supporto al premier e ai ministri. Tra gli slogan, molti richiedevano unità e democrazia più che supporto ai partiti. Il leader di Ennahdha Rashid Ghannushi, ha provato a smorzare i toni durante il suo intervento davanti alla folla riunita a Tunisi chiedendo dialogo e unità tra tutte le forze politiche. Ma Saïed, stizzito anche per la mancata informazione previa del cambio di governo, sembra fare orecchie da mercante. «Non abiurerò ai miei principi – ha dichiarato – ho giurato davanti a Dio ponendo la mano destra sul Corano e rispetterò la Costituzione fino all’ultimo». Va segnalato che, a differenza di molte altre democrazie, la Costituzione tunisina non richiede approvazioni parlamentari per un rimpasto di governo.

L’impasse è senza dubbio aggravata dalla mancanza ormai decennale di una Corte costituzionale che resta incompleta dalla Rivoluzione proprio a causa delle continue crisi politiche.

Tra i ministri che Saïed rifiuta di approvare, inoltre, ci sono quelli dell’Interno, della Giustizia e della Salute, tre dicasteri chiave senza le azioni urgentissime dei quali, la paralisi è totale.

Tutto ciò avviene in un periodo caratterizzato dalla pandemia che, a differenza di molti alti Stati africani, ha visto la Tunisia duramente colpita. Secondo un rapporto del Fondo monetario internazionale (FMI) «l’emergenza legata al Covid-19 sta esacerbando le fragilità socio-economiche della Tunisia e sta conducendo verso una crisi economica senza precedenti». Il capo della missione dell’FMI Chris Geiregat, come riportato da Agenzia Nova, ha dichiarato che «il futuro economico della Tunisia dipenderà dallo sviluppo e dall’adozione di un ambizioso piano di riforme». Ma per innescarle, oltre che di un progetto serio e stabile, c’è bisogno di unità. Esattamente ciò che manca alla Tunisia.

 

Immagine: Organizzazioni e partiti politici chiedono il rilascio immediato delle persone arrestate durante le proteste, Tunisi, Tunisia (6 marzo 2021). Crediti: Hasan Mrad / Shutterstock.com

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