20 agosto 2020

La rinnovata strategia USA nel Mar Cinese Meridionale

Le contese acque del Mar Cinese Meridionale ritornano a scaldarsi, dopo il comunicato stampa rilasciato dal segretario di Stato americano Mike Pompeo in data 13 luglio. Infatti, nonostante la più che ovvia avversione verso le mire egemoniche di Pechino nella regione, Washington non era mai andata oltre alcuni generici riferimenti alla tutela della libertà di navigazione e al sostegno verso i propri alleati in Asia sud-orientale. Oltre a ribadire la necessità di un Indo-Pacifico libero, la principale rottura rispetto alla linea dell’ex segretario di Stato Leon Panetta riguarda l’approccio verso le rivendicazioni territoriali cinesi: la dichiarazione di Pompeo le affronta in maniera molto diretta, definendole «illegittime, così come il bullismo che ha contraddistinto la strategia per mantenerne il controllo». A sostegno di questa posizione Pompeo cita l’ex ministro degli Esteri cinese, Yang Jiechi, che nel 2010 affermò che il fatto che «la Cina è un grande paese e gli altri sono piccoli paesi, è semplicemente la realtà dei fatti», e ufficializza l’allineamento statunitense alla sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aja, che nel 2016 giudicò le rivendicazioni cinesi prive di qualsiasi fondamento giuridico. Il comunicato si chiude in maniera molto forte, annunciando che «il mondo non permetterà a Pechino di trattare il Mar Cinese Meridionale come se fosse il suo impero marittimo».

Le decise parole del Dipartimento di Stato portano in dote molte chiavi di lettura e interpretazione: come suggerito da diversi analisti, questa è sì una decisione che può inserirsi nel più ampio confronto tra Stati Uniti e Repubblica Popolare, ma ha alla base questioni già navigate e rappresenta più una prosecuzione dello scontro tra due vision diverse nella regione dell’Asia Pacifico. Libertà di navigazione o ingerenza negli affari domestici di uno Stato sovrano? Il pomo della discordia, non solo concettuale, è sempre ascrivibile alle diverse gradazioni di egemonia che i due Stati pongono su se stessi e sul contendente: cosa si può e cosa si vorrebbe controllare. In questo senso, una delle principali preoccupazioni americane riguarda la presunta volontà cinese di appropriarsi di giacimenti e risorse offshore rilevati nell’area contesa. Basti pensare alla crescente assertività cinese verso il Vietnam vista l’anno scorso, o quella più recente nei confronti del piccolo Brunei, che ha di fatto convinto un contendente altrimenti silenzioso ad unirsi al coro di denuncia verso il bullismo cinese.

Ma la reale portata innovativa del riposizionamento marittimo di Washington sta nella scelta di legarsi alla dimensione giuridica del contenzioso, solitamente prerogativa degli avversari regionali della Cina. Pompeo accusa Pechino di non avere nessun diritto di imporre unilateralmente la sua volontà nella regione, oltre a non aver mai fornito una coerente documentazione legale per giustificare la famigerata “linea a nove tratti” (U-shaped line) che racchiude il dominio marittimo cinese.

Sebbene rappresenti un’evoluzione nella postura regionale statunitense, ciò non significa che sia un passo risolutivo, e anzi si potrebbe parlare di mezzo passo avanti, dato che non risolve alcune ataviche questioni sul contenzioso. La Repubblica Popolare Cinese è indubbiamente il catalizzatore della vicenda e delle attenzioni degli altri attori internazionali, ma non è di certo l’unico Stato a porre delle rivendicazioni territoriali. E spesso viene tralasciato che gli altri contendenti non sono in contenzioso solo con Pechino, ma anche tra di loro. In questo senso, gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di entrare nel campo minato della sovranità territoriale: Washington si limita a ribadire che le rivendicazioni cinesi non hanno nessun fondamento giuridico, ma ciò non implica che quelle filippine, vietnamite, o malesi, acquisiscano automaticamente valore. Anzi, non vengono mai nominate. Quindi è più che plausibile che Washington manterrà questo storico agnosticismo su chi possa avanzare diritti di sovranità nel Mar Cinese Meridionale.

Come accennato in precedenza, tale decisione non risponde solamente alla tutela degli interessi statunitensi nella regione, ma è anche un ulteriore tassello del complesso confronto sino-americano portato avanti sia dall’amministrazione Trump che dalla leadership di Xi. Sarà quindi particolarmente interessante vedere la risposta cinese, oltre alle rituali lamentele, anche alla luce dei precedenti degli scorsi mesi. Il comunicato del Dipartimento di Stato, infatti, arriva poco dopo la prima esercitazione congiunta di due carrier strike group, la più completa formazione navale della Marina americana, nel Mar Cinese Meridionale. La somma delle parti potrebbe convincere la Cina a cambiare approccio nel gestire la presenza marittima e le attività militari degli Stati Uniti, già criticati e accusati di aver militarizzato la regione. Di conseguenza, la People’s Liberation Army Navy (PLAN) e la guardia costiera potrebbero presto ricevere ordini più aggressivi verso la libera navigazione delle imbarcazioni americane.

Alcuni analisti pensano che le parole di Pompeo porteranno ad un’escalation militare tra le due potenze, altri pensano che rappresentino l’ennesimo tentivo di Trump di usare il China bashing, a maggior ragione con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali. Entrambe le visioni sono forse estreme, soprattutto considerando l’intensità a cui ci ha abituato il contenzioso del Mar Cinese Meridionale. Ciò che appare chiaro è che questa dichiarazione non rappresenta un’estemporanea trovata di Pompeo e dei falchi dell’amministrazione Trump, ma è il risultato di una visione strategica che non potrà che perdurare nei prossimi anni, a prescindere da chi siederà alla Casa Bianca nel prossimo futuro.

 

Immagine: Navi della Marina nell’Oceano Pacifico durante un carrier strike group. Crediti: AlejandroCarnicero / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0