3 maggio 2021

Gli scontri a Gerusalemme e il rinvio delle elezioni palestinesi

 

Nelle scorse settimane Gerusalemme Est è stata teatro di scontri tra la componente palestinese e quella israeliana. Le proteste sono scoppiate il 13 aprile, data di inizio del mese sacro del ramadan, in risposta alle limitazioni imposte a causa della pandemia da Israele all’accesso alla moschea al-Aqsa e al divieto di sedersi sulla scalinata della Porta di Damasco. Le autorità israeliane hanno poi sospeso quest’ultima restrizione per evitare un’ulteriore escalation, segnando un’importante vittoria per i movimenti di protesta palestinesi. Nonostante ciò, le limitazioni imposte da Israele hanno contribuito ad infiammare gli animi dopo una serie di episodi di violenza che hanno visto coinvolti sia arabi che ebrei.

 

Nei giorni scorsi è stato pubblicato su TikTok un video in cui un palestinese colpisce un passeggero ultraortodosso di un tram leggero, mentre in un secondo filmato si vede un ragazzo, sempre palestinese, aggredire un passante ebreo. Episodi che sono coincisi con diversi atti di aggressione ed intimidazione da parte di giovani ebrei contro i palestinesi.

 

Un momento di particolare tensione si è registrato nella serata di giovedì 22 aprile, quando il gruppo di estrema destra Lehava ha organizzato una marcia per manifestare contro la presenza palestinese a Gerusalemme, scandendo slogan come “Morte agli arabi” e attaccando i passanti. La polizia ha inizialmente cercato di separare il gruppo estremista dai palestinesi che erano scesi nuovamente in strada per protestare, ma alla fine la repressione delle forze dell’ordine si è diretta unicamente contro la componente araba. La risposta della polizia è stata ancora una volta dura: gli agenti del reparto antisommossa hanno usato granate stordenti, cannoni ad acqua e proiettili di gomma contro i palestinesi, ferendone più di cento.

 

La tensione tra la componente araba e quella ebraica a Gerusalemme non è certo una novità: la divisione della città tra una parte israeliana e una palestinese, quest’ultima militarmente occupata dal 1967 da Israele che rivendica Gerusalemme quale capitale del suo Stato, contribuisce a creare un clima di ostilità costante. Ma il corteo di Lehava e l’impunità di cui il gruppo ha goduto mettono in luce l’aumento dell’estremismo tra la popolazione ebraica, già sancito dalla recente vittoria elettorale della formazione Sionismo religioso, di cui fa parte anche il partito erede del movimento razzista Kach.

 

Ad oggi la situazione a Gerusalemme è tornata relativamente calma, ma la decisione del presidente dell’Autorità nazionale palestinese (ANP), Mahmud Abbas, di posticipare le elezioni previste per maggio ha creato terreno fertile per una nuova escalation. Il leader dell’ANP ha addossato la responsabilità del rinvio delle consultazioni su Israele, che si rifiuta di garantire ai palestinesi di Gerusalemme Est il diritto di votare. Lo Stato ebraico, così come Egitto, Giordania e USA, teme certamente i risultati delle urne, che dovrebbero sancire la vittoria di Hamas  alle legislative e di Marwan Barghouti alle presidenziali, ma la concreta possibilità di sconfitta preoccupa soprattutto Abbas. Secondo diversi analisti il presidente palestinese ha deciso di giocare la carta di Gerusalemme Est per conservare il suo potere, ma la posticipazione delle elezioni rischia di indebolire ulteriormente Fatah e l’attuale leadership, in carica ormai da 15 anni. La notizia della sospensione del voto ha infatti dato vita a diverse proteste tra Gaza e la Cisgiordania, segno di una crescente insofferenza tra i palestinesi nei confronti dell’immobilismo politico in cui sono costretti tanto da Abbas quanto da Israele.

 

Eppure proprio un aumento delle violenze potrebbe fare il gioco del premier israeliano incaricato, Benjamin Netanyahu, ancora privo di una maggioranza in Parlamento. I ritardi nella formazione del Governo incidono infatti sulle capacità di risposta di Israele in tema di sicurezza, rendendo quindi ancora più necessario il superamento dell’impasse politica nel più breve tempo possibile.

A destare maggiore preoccupazione è la possibile risposta di Hamas alla posticipazione di elezioni che davano il movimento per vincente. Già nelle scorse settimane si è assistito al lancio di alcuni razzi da Gaza, a cui Israele ha risposto bombardando diverse postazioni di Hamas. Il movimento però sembra poco interessato ad una reale escalation con Israele, potendo già contare su un ampio sostegno tra la popolazione palestinese.

 

La tensione in Israele e Palestina resta quindi alta e le prossime settimane saranno determinanti per capire quale sarà la risposta dei palestinesi al rinvio delle elezioni e se ci saranno nuove proteste, con conseguenze non solo sociali, ma anche politiche. 

 

Immagine: Manifestazione dei palestinesi contro Israele, che impedisce loro di raggiungere le aree intorno alla Porta di Damasco nella città vecchia di Gerusalemme (25 aprile 2021). Crediti: Abed Rahim Khatib / Shutterstock.com

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