10 settembre 2012

Stragi e politica. India 2002-2012

La storia di una terribile serie di massacri. Tutto prese il via la mattina del 27 febbraio 2002. 58 pellegrini hindù, tra cui 25 donne e 15 bambini, morirono nella stazione di Godhra, nello stato indiano del Gujarat, vittime delle fiamme appiccate ad un vagone – così ha concluso il processo che nel 2011 ha emanato 11 condanne a morte e 20 all’ergastolo – da una folla musulmana che contestava il viaggio compiuto da quella gente ad Ayodhya, nel decennale della distruzione di una moschea (http://www.youtube.com/watch?v=h_zXGXMzQxo&feature=related) costruita sul supposto luogo di nascita del dio Rama (episodio che nel 1992 aveva attizzato lo scontro tra comunità religiose provocando terribili eccidi e atti di terrorismo). Subito si scatenò la reazione hindù che provocò morte e devastazione nella comunità musulmana del Gujarat, che soffrì violenze efferate, distruzioni, espropriazioni (il cinema indiano ha trattato questi eventi in due splendidi lungometraggi, Parzania http://en.wikipedia.org/wiki/Parzania e Firaaq http://en.wikipedia.org/wiki/Firaaq). Solo l’intervento dell’esercito, data l’insufficienza dell’azione delle forze di polizia locali, pose fine alle violenze all’inizio di marzo. Le cifre ufficiali parlano di 1044 morti, di cui 790 musulmani, di diverse migliaia di feriti e mutilati, di più di sessantamila individui cacciati con la forza dalle loro abitazioni; altri dicono di più di 5000 morti. Il massacro più grave avvenne a Naroda, un sobborgo di Ahmedabad, la più grande città gujarata. I fanatici hindù sterminarono 97 tra uomini, donne, bambini. Gli spaventosi avvenimenti cui si è fatto cenno alimentarono da subito sospetti e polemiche. Il rogo del vagone era davvero frutto di un piano premeditato, o non era stato invece un incidente generatosi anche a causa dalle provocazioni dei pellegrini? (il tribunale ha accolto in pieno la prima ipotesi e la sentenza è stata da molti criticata http://www.countercurrents.org/kheta270211.htm ); le autorità pubbliche fecero il dovuto per contenere l’esplosione di violenza e questa stessa fu davvero spontanea o non fu invece pilotata? Capo del governo locale era, ed è, un uomo del partito hindù BJP, Narendra Modi. Determinato e decisionista, efficiente, fautore della straordinaria esplosione economica del suo stato, Modi (questo il suo sito web http://www.narendramodi.in/index.php) costruì proprio su quell’ondata di violenze la propria figura di uomo ambizioso, difensore puro della causa hindù, una immagine che sembra poterlo proiettare a divenire leader della coalizione opposta a quella a guida Congress nella tornata elettorale generale che impegnerà l’India nel 2014. È dal 2002 che l’India si chiede quale parte abbia avuto Narendra Modi in quegli avvenimenti. Le diverse inchieste giudiziarie e quelle promosse dal parlamento iniziarono subito un percorso faticoso, insufficiente a ricostruire anche brandelli di verità. A ostacolare gli accertamenti era anche il fatto che il BJP, partito dell’identità hindù, sia stato fino al 2004 (e dal 1998) la principale forza di governo nella complessa scena politica indiana. Polemiche e inchieste si susseguirono, eppure per lungo tempo non accadde nulla, poi, all’improvviso, nel 2007, una coraggiosa inchiesta giornalistica riaprì clamorosamente il caso. Merita ricostruire come ciò avvenne perché la storia porta in evidenza molti temi che fanno parte anche del dibattito interno di molte altre democrazie: la distrazione e la faziosità dell’opinione pubblica, le tattiche dei “potenti” per difendere se stessi dalle inchieste giudiziarie, la strumentalizzazione infine che la politica tende a operare, in modo anche sorprendente, si vedrà, pure a fronte di casi così terribili come quelli descritti. Sul settimanale indiano Tehelka che fece riaprire il caso, l’indagine viene ricostruita nei dettagli da chi coraggiosamente la condusse (http://www.tehelka.com/story_main35.asp?filename=Ne031107ReportersDiary.asp ). Il giornalista Ashish Khetan scrive di come nel 2007 riuscì ad infiltrarsi tra fanatici hindù gujarati di cui conquistò la fiducia, pure senza troppe difficoltà. Una missione assai rischiosa che lo condusse infine ad un colloquio, che egli riuscì a riprendere con una telecamera nascosta, con il capo del Bajrang Dal, gruppo della destra hindù, il cui nome è Babu Bajrangi (http://en.wikipedia.org/wiki/Babu_Bajrangi), il quale si vantò spudoratamente della spedizione punitiva a Naroda e spiegò di quali coperture, tra cui quella di Narendra Modi, si era potuto avvalere per sfuggire ad indagini che pure dall’inizio si erano rivolte ad indagare sul suo ruolo nella vicenda (qui il video della conversazione http://www.youtube.com/watch?v=mfnTl_Fwvbo e qui la trascrizione di quanto rivelato nell’incontro http://www.tehelka.com/story_main35.asp?filename=Ne031107After_killing.asp). Babu Bajrangi oltre a raccontare come e con chi aveva organizzato la missione diceva con orgoglio che quella di cercare di assassinare quanti più musulmani possibile era la missione della sua vita e della sua organizzazione. Nell’ottobre 2007 la ripresa venne diffusa in India in una trasmissione che durò 5 ore e che conquistò il giorno successivo le prime pagine di tutti i quotidiani. Poi non accadde nulla, o quasi (come del resto avviene di frequente anche da noi, ove inchieste anche molto forti televisive o sulla carta stampata – ad esempio quelle di Report, di Riccardo Jacona, di Fabrizio Gatti, spesso simili nella modalità a quelle di Tehelka – generano non altro che breve scandalo venendo ben presto sorprendentemente dimenticate o diventando semmai solo un chiacchiericcio). Ashish Khetan spiega (http://www.tehelka.com/story_main53.asp?filename=Ne080912Coverstory.asp) come l’avvicinarsi delle elezioni nel Gujarat creò la singolare situazione per cui nessuno trovò conveniente amplificare le clamorose rivelazioni. Taluni leaders musulmani, attivisti nel campo dei diritti umani, politici del Congress, ipotizzarono addirittura che tale campagna fosse stata orchestrata dallo stesso Narendra Modi per motivare e mobilitare le fazioni radicali hindù. Due mesi dopo effettivamente egli vinse in modo trionfale le elezioni. E questo parve porre fine allo scandalo. Una giornalista e attivista sociale, Teesta Setalvad (http://en.wikipedia.org/wiki/Teesta_Setalvad), però non si arrese e fece istanza alla Corte Suprema perché il caso rivelato dall’attività di Khetan e Tehelka non venisse insabbiato. Fece pure appello alla Commissione nazionale per i diritti umani (NHRC) che chiese a Narendra Modi di autorizzare, in quanto chief minister del Gujarat, una indagine del Central Bureau of Investigation (CBI, la FBI indiana). Modi negò il permesso sostenendo che indagini nonché alcuni procedimenti giudiziari erano già in corso. Aggirando allora il governo localed, la NHRC chiese autonomamente alla CBI di condurre un’inchiesta sull’autenticità delle registrazioni di Tehelka. Sei mesi più tardi l’inchiesta decretò la veridicità dei nastri. Tale acquisizione spinse la Corte Suprema ad istituire una squadra speciale investigativa di alto livello affinché riesaminasse i nove casi più gravi accaduti in occasione dei disordini del 2002, incluso l’incidente del treno a Godhra e il massacro di Naroda. Le cose andarono avanti con fatica. Nella squadra investigativa, scrive Ahish Khetan, erano molti gli investigatori legati alle faccende interne del Gujarat e anche il potere giudiziario in molti casi parve ostacolare le procedure (il processo – che ancora deve chiudersi – sul massacro di 69 musulmani alla Gulbarg Society http://en.wikipedia.org/wiki/Gulbarg_Society_massacre, ove sono coinvolti uomini di vertice della polizia del Gujarat fu a lungo bloccato da un giudice ostruzionista che fu infine trasferito). Solo un procedimento è giunto al termine. Il processo per la strage di Naroda, come detto, la più grave per costi umani, si è chiuso senza ostacoli sotto la guida della giudice Jyotsnabehn Yagnik. Il 31 agosto 2012 la Corte ha comminato pene carcerarie durissime a 32 uomini (e una donna, Maya Kodnani, già ministro per la condizione femminile e per lo sviluppo minorile del governo del Gujarat, condannata a 28 anni di carcere) anche assai vicini a Narendra Modi. Babu Bajranji, dalla cui spudoratezza tutto era nato, finirà in carcere la sua esistenza. La pubblica accusa aveva invece chiesto la pena di morte per decine di imputati. Un giudizio definito storico in India, perché per la prima volta dietro quegli eventi viene accertata una pianificazione “politica” (qui l’annuncio della sentenza su uno dei principali canali informativi indiani http://www.youtube.com/watch?v=rbuzladHK0M&feature=related). Il dispositivo di condanna (http://www.outlookindia.com/article.aspx?282159) specifica come il secolarismo sia principio costituzionale vitale e che in un paese come l’India ogni discriminazione religiosa nonché il coltivare l’odio sulla base della confessione professata costituisca un reato gravissimo di per sé. La prima sentenza costituisce soltanto comunque l’inizio del disvelamento della verità, importante soprattutto perché ha mostrato come anche uomini – e donne – che si sentivano protetti e intoccabili possano essere chiamati a pagare per quanto commesso. Ma tante sono le domande che devono trovare risposta. I condannati per Naroda avevano agito perché spinti da una regia dall’alto e se sì, a che livello? Quali associazioni hindù furono coinvolte? Come può essere spiegata l’inattività della polizia? Quale il ruolo di Narendra Modi in quei giorni cruciali e in seguito (qui il suo appello televisivo dopo il rogo del vagone http://www.youtube.com/watch?v=4CiuBBKJ30Q&feature=related)? E, infine, la domanda più importante tra tutte: può un uomo sospettato di complicità – almeno –, in tali crimini, riproporsi nel 2013 per guidare lo stato di nascita del Mahatma Gandhi e, ancor più, candidarsi nelle elezioni generali del 2014 per guidare la grande democrazia indiana? Si tratta di un tema essenziale. Oggi tutta l’attenzione è posta sull’economia, ma è la questione religiosa, ovvero, meglio lo scontro identitario e tutto politico – strumento elettorale per eccellenza – tra comunità, che rischia di disintegrare la grande nazione asiatica. La candidatura di Modi – che non a caso si sforza in questi giorni di proporre di sé una nuova immagine “laica” e tollerante – potrebbe far saltare i difficili equilibri che tengono assieme la complessa realtà dell’India.


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