3 giugno 2021

Lo sviluppo necessario delle rinnovabili in Nord Africa

 

La crescita demografica degli Stati africani li rende sempre più bisognosi di energia. Per questo, negli ultimi anni, le grandi compagnie internazionali stanno puntando sullo sviluppo delle energie rinnovabili. Nonostante il potenziale fotovoltaico, eolico e idroelettrico del continente, solo il 2% della sua energia proviene da fonti rinnovabili. I limiti allo sviluppo di queste tecnologie in Africa sono legati sia a questioni di politica interna, sia alle relazioni con gli attori regionali e internazionali. Tuttavia, l’Agenzia internazionale dell’energia ritiene che la capacità delle rinnovabili nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa raddoppierà nei prossimi quattro anni, guidata dal solare fotovoltaico e stimolata dagli investimenti del settore privato. È dunque oramai appurato che, dinanzi a questo scenario, lo sviluppo delle energie rinnovabili, unito a quello delle infrastrutture è destinato a crescere, contribuendo anche allo sviluppo e a una maggiore stabilità in molte aree, a iniziare dal Nord Africa.

 

In Libia, ad esempio, la mancanza di elettricità, che si protrae per molte ore al giorno, è divenuta una delle cause scatenanti delle recenti proteste che hanno interessato tanto l’Est quanto l’Ovest. Oggi il problema dell’assenza di elettricità è uno dei punti focali che il nuovo premier Dbeibah dovrà risolvere per contribuire a portare la stabilità nel Paese. Parlando, invece, di attori stranieri, è evidente che chi riuscirà a supportare lo sviluppo energetico in Libia, oltre a contribuire alla sua stabilizzazione, avrà un ruolo fondamentale nel futuro economico dell’area.

 

C’è poi la Tunisia. Anche Tunisi non è autosufficiente dal punto di vista energetico; tema centrale per lo sviluppo economico e la crescita del Paese. Per questo, oramai da qualche anno, il governo si sta muovendo per ridurre il deficit energetico nazionale e la dipendenza da altri Paesi, come per esempio l’Algeria. Anche nel Paese della Rivoluzione dei gelsomini, l’assenza di energia ha causato non poche proteste. Nel febbraio scorso è stato approvato un decreto per favorire l’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Già nel marzo 2019, il precedente governo aveva dichiarato l’obiettivo di arrivare a produrre, entro il 2030, 3.500 megawatt di energia elettrica da fonti rinnovabili. I problemi, però, restano. Se nella capitale quasi tutti gli abitanti hanno elettricità, acqua potabile e infrastrutture adeguate, nelle città periferiche, come ad esempio Kasserine o Sfax, la percentuale scende notevolmente. Senza elettricità e senza le necessarie infrastrutture il settore produttivo nelle periferie è in forte crisi, il che determina come conseguenza un’ampia disoccupazione giovanile e il conseguente tentativo di molti ragazzi di emigrare. Ecco un alto esempio di come lo sviluppo energetico, unito a quello infrastrutturale, potrebbe supportare la crescita del Paese e la sua stabilità. Per farlo sarà necessario garantire la distribuzione dell’energia non solo nelle aree dove si concentra la maggior parte della popolazione, ma anche nelle periferie.

 

Un problema simile riguarda l’Egitto. Il Cairo, a fronte di un generale incremento del consumo di energia dovuto alla crescita del fabbisogno industriale ma anche della popolazione urbana, ha aumentato la sua domanda di energia elettrica del 233% tra il 1996 e il 2016. Tuttavia, la maggior parte della popolazione si concentra lungo la costa, marginalizzando dalla distribuzione dell’elettricità territori di larghe dimensioni. Anche qui l’assenza di energia ha creato non poche proteste, a volte “cavalcate” da organizzazioni criminali e jihadiste, specie nel Sinai. Tuttavia, l’Egitto nutre progetti particolarmente ambiziosi: diventare un hub energetico con l’obiettivo di passare, entro il 2035, al 42% dell’energia elettrica prodotta tramite fonti rinnovabili, per poi consolidare e implementare i propri scambi di risorse energetiche con i “vicini di casa”: Sudan, Arabia Saudita e Giordania.

 

In questo contesto in costante evoluzione, molte aree del Mediterraneo necessitano di ingenti investimenti per sbloccare il potenziale del rinnovabile. L’investimento privato gioca un ruolo fondamentale nel coprire questo gap. L’Italia, in questo contesto, è uno degli attori di punta in ambito regionale. Basti citare realtà come Eni, Enel, Snam, Terna, Edison ecc. A solo titolo esemplificativo ricordiamo che Terna è coinvolta nella realizzazione di due interconnessioni sottomarine, tra cui una tra Sicilia e Tunisia, volta a promuovere una rete elettrica euromediterranea in grado di collegare i mercati nordafricani con quelli europei. Si tratta di un progetto particolarmente interessante nell’ottica della decarbonizzazione sull’asse nord-sud che ha giocato e continua a giocare un ruolo chiave nella partita energetica del Mediterraneo. Una partita caratterizzata dalla centralità dell’energia nelle relazioni politiche che potrebbe rendere il nostro Paese un player di primo piano nelle economie del Mediterraneo. Per farlo al meglio, l’Italia dovrà utilizzare un approccio diverso rispetto a quello top down seguito da altri Paesi, promuovendo relazioni meno “aggressive”, più eque e dinamiche e benefici condivisi. «Non entrare più come degli estranei», disse Enrico Mattei in una celebre intervista. Mai come oggi questa frase è di grande attualità e dovrebbe essere la “stella polare” per qualunque iniziativa italiana con i Paesi del Nord Africa nell’ambito delle energie rinnovabili.

 

Immagine: Tramonto sullo sfondo del parco eolico di Bizerte, Tunisia. Crediti: SAMY SNOUSSI / Shutterstock.com

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