17 luglio 2013

Tre possibili scenari per la crisi in Egitto

In Egitto, dopo il colpo di stato che lo scorso 3 luglio ha deposto il presidente Morsi, continuano i disordini e le proteste di piazza. Lo scorso lunedì ci sono stati altri scontri fuori dalla Moschea di al Adawija e nei pressi dell’Università del Cairo tra sostenitori dei Fratelli Musulmani e l’esercito ora al potere. Secondo fonti del ministero della salute egiziano, riportate dal quotidiano arabo Ahramonline, a seguito di un lancio di lacrimogeni e pietre nella notte tra lunedì e martedì vi sarebbero stati 7 morti e oltre 260 feriti. Le proteste della Fratellanza Musulmana sono iniziate per le dichiarazioni del vicesegretario di stato americano William Burns che, dopo aver incontrato nella giornata il presidente ad interim Adli Mansour, il primo ministro Hazem al-Beblawi e il generale Al Sisi, capo dell’esercito che ha deposto il leader dei Fratelli Musulmani Morsi, ha parlato di una seconda possibilità per la democrazia egiziana.

Domenica 14 luglio il New York Times ha riportato la notizia secondo cui il nuovo governo ha congelato i beni, bloccandone l’accesso, a 14 imprenditori e uomini influenti molto vicini ai Fratelli Musulmani. Tra le vittime delle misure sanzionatorie vi sarebbe anche Khairat el-Shater, un miliardario egiziano considerato la “mente finanziaria” dei Fratelli musulmani. Il governo ha difeso le misure sanzionatorie, parlando di una manovra necessaria per costringere i Fratelli Musulmani a sedersi al tavolo delle trattative con i militari e definire una road map condivisa per far uscire il paese fuori dalla crisi.

Secondo le dichiarazioni ufficiali del nuovo presidente ad interim Mansour entro una settimana circa dovrebbe essere nominata una commissione che si occuperà di preparare le proposte per emendare l’attuale costituzione che è stata sospesa al momento della deposizione di Morsi. Le modifiche dovranno essere ratificate da un successivo referendum che si terrà entro 4 mesi. Solo dopo il referendum si terranno, entro il febbraio 2014 le elezioni parlamentari e subito dopo le nuove elezioni presidenziali.

 

L’importanza dei militari. Il cammino di transizione è osservato con apprensione dagli Stati Uniti, paese che ogni anno elargisce all’Egitto circa 1,3 miliardi di dollari in aiuti economici in cambio di garanzie di stabilità politica e il rispetto degli accordi di Camp David del 1978. Una parte consistente di questi aiuti economici, dal 1979, finisce nelle mani dei militari tramite il programma statunitense “Foreign Military Financing” (FMF).  Gli aiuti all’Egitto sono ripartiti con Israele (l’altro paese assieme agli Stati Uniti che ha firmato gli accordi del 1978) secondo proporzioni di 3:2. Su 100 milioni erogati dagli Stati Uniti, 60 vanno a Israele e 40 all’Egitto, e ad ogni misura di sostegno a un paese corrispondono precise garanzie. Dal 1979 ad oggi gli aiuti militari sono andati aumentando di due milioni l’anno ogni anno circa. Questi aiuti vengono indirizzati al  ”Supreme Council of the Armed Forces”  egiziano (SCAF), l’organo più importante della catena di comando militare che oggi è tornata al potere.

Nel dicembre 2011, a seguito dell’arresto di 43 operatori di ONG statunitensi attive in Egitto, una grave crisi diplomatica tra Stati Uniti e Egitto sembrò poter interrompere il flusso monetario. Tra gli arrestati c’era anche Sam LaHood, figlio dell’ex ministro dei trasporti americano e Morsi si era trovato sospeso tra le pressioni dei militari per appianare la crisi con gli Stati Uniti e non interrompere gli aiuti e i conservatori salafiti che spingevano per alzare ancora di più i toni con l’amministrazione americana a costo di interrompere le sovvenzioni americane. La vicenda si è conclusa lo scorso 4 giugno con la condanna da parte di una corte egiziana dei 43 lavoratori alla prigione, anche se i condannati hanno già abbandonato il paese.

Secondo l’analista statunitense Ian Bremmer, il potere dei militari non è stato mai realmente scalfito dai Fratelli Musulamani, se si esclude la rimozione del potentissimo ex capo delle forze armate Mohammed Tantawi da parte di Morsi, nell’agosto del 2012. Mentre molti analisti sul mensile americano Foreign Policy si chiedono se quello del 3 luglio scorso possa considerarsi un colpo di stato, secondo Bremmer è più corretto chiedersi se quella che ha portato al potere Morsi è stata davvero una rivoluzione, dato che il potere della casta militare non è mai stato realmente intaccato.

 

Tre scenari per il futuro. Secondo Bloomberg il futuro dell’Egitto dipenderà molto dalle prossime mosse dei militari guidati dal generale al Sisi e dalle reazioni che seguiranno soprattutto da parte dei Fratelli Musulmani. Il primo scenario, il più ottimista, prevede che i militari assumano un ruolo più defilato da qui alle prossime elezioni, candidando un politico che non sembri troppo un “fantoccio” nelle loro mani. Le elezioni, secondo questa previsione, dovrebbero concludersi con una sconfitta dei Fratelli Musulmani senza ripercussioni violente. La seconda ipotesi è che l’esercito egiziano decida di ripetere un’esperienza analoga a quella sperimentata in Turchia nel 1997, quando un gruppo di generali inviarono un memorandum al primo ministro Necmettin Erbakan intimandogli le dimissioni. Erbakan fu arrestato e il partito islamista Welfare Party fu chiuso favorendo l’ascesa di Recep Tayyip Erdoğan, attuale primo ministro turco. Non vi fu alcun carro armato nelle strade e gli stessi generali favorirono la transizione dei voti islamisti del Welfare Party verso nuovi soggetti politici come il Partito per la Giuistizia e lo Sviluppo dello stesso Erdogan. Un modello di transizione politica passata alla storia come “colpo di stato post-moderno“. La terza possibilità è che l’esercito egiziano continui a considerare i sostenitori di Morsi e dei Fratelli Musulmani come degli insorti, creando così le condizioni per uno scenario da guerra civile sul modello di quella scoppiata in Algeria dopo il colpo di stato del 1992 con cui i militari deposero il partito islamista che aveva appena vinto le elezioni.

 

Troppo grande per fallire. La stabilità dell’Egitto non interessa solo gli Stati Uniti per cui Il Cairo rappresenta un paese chiave per la sicurezza in Medio Oriente, ma anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi che hanno recentemente inviato 8 miliardi di aiuti dopo la presa del potere da parte dei militari, una chiara manifestazione di fiducia nei confronti del ruolo assunto dai militari. Barack Obama fin dall’inizio della crisi si è detto “molto turbato” dai disordini, ma allo stesso tempo ha chiesto ai militari un ritorno quanto più rapido a libere elezioni senza l’esclusione di alcuna componente politica dal voto. Il vero argine ad una svolta autoritaria da parte dei militari egiziani è rappresentato, secondo Bremmer, più che dai Fratelli Musulmani, dalla presenza di una componente di popolazione civile attiva, influente, poco disposta a farsi mettere a tacere da un giro di vite degli uomini di al Sisi.

 

Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali


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