20 febbraio 2012

Una lacerazione che divide Israele

Il 2011 si è concluso in Israele nel segno di una rinnovata contrapposizione tra laici ed ebrei ortodossi, gli haredim (che significa «coloro che tremano davanti alla parola di Dio»). Naama Margolese, bambina di otto anni di origine americana, è stata aggredita da ebrei osservanti mentre andava a scuola, nella cittadina di Beit Shemesh, perché il suo abbigliamento non era ritenuto consono. Analoghe aggressioni contro donne, in nome della decenza, hanno provocato dure reazioni del mondo politico e intellettuale. «Israele è una democrazia occidentale e liberale e non tollereremo altri episodi del genere» ha detto Netanyahu. Gli haredim si sentono a loro volta perseguitati. Sabato 31 dicembre, a Gerusalemme, un gruppo di ultra-ortodossi si è riunito per protestare contro la «discriminazione da parte della maggioranza laica». Alcuni di loro avevano cucito sui propri vestiti una stella di stoffa gialla con la scritta Jude («ebreo»), il distintivo che gli ebrei erano costretti a indossare sotto il regime di Adolf Hitler. Questa forma di provocazione ha suscitato amarezza e indignazione. Gli haredim non vanno confusi con i coloni o con i sionisti oltranzisti; la loro intransigenza è religiosa e non politica. Peraltro la loro adesione allo stato di Israele è tiepida e assumono spesso atteggiamenti poco patriottici, che scandalizzano i militari e i nazionalisti. Inoltre, gli studenti delle yeshivot (le scuole religiose) sono esentati dal servizio militare e ricevono dei contributi dallo Stato. Una condizione privilegiata che le componenti laiche faticano ad accettare; soprattutto in presenza del crescente peso degli haredim che rappresentano ormai il 15% della popolazione. I rischi di una duratura lacerazione della società israeliana sono forti.


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