17 maggio 2021

L’urgenza di porsi domande di pace

La guerra come continuazione della guerra. È una diffusa disposizione verso questo assurdo presupposto di condotta – dichiarato o implicito – che sembra segnare la fase attuale del lungo conflitto arabo-israeliano-palestinese, rinvigorito da un’ondata di violenza letale. La recrudescenza della «lunga guerra» in Medio Oriente forse non sorprende, data la precaria fragilità dell’ordine regionale. È proprio questa recrudescenza, però, che fa assumere alla guerra il carattere di un gorgo in cui la politica tende a soccombere. Quale sarà il tempo della pace? Come lo si immagina? Cosa ci sarà dopo la guerra che non sia lo stesso che ha rigenerato la guerra?

A queste domande mancano concrete risposte per un compromesso almeno reciprocamente comprensibile se non proprio plausibile. Manca, nello scontro violento, un minimo riscontro negoziale possibile se non anche condivisibile. In effetti la guerra sembra riempire con sangue e macerie un vuoto politico notevole. Sembra il surrogato venefico di una politica incapace d’esprimersi altrimenti, se non trasfigurandosi nel segno stesso della guerra che ancora una volta si ripresenta. Proprio la sua costante presenza tende a naturalizzarla, a renderla oggettiva o imperscrutabile. Scriveva Luigi Sturzo che «la guerra non è fatale, non è necessaria, ma è volontaria, sono gli uomini, determinati uomini, pochi o molti, i responsabili della guerra, d’ogni guerra, anche quando dicono di non volerla» (La comunità internazionale e il diritto di guerra). Il primo ministro Netanyahu d’altronde considera questa guerra «giusta e morale» e il presidente dell’Ufficio politico di Hamas Ismail Haniyya ne parla come «un onore per il nostro popolo e la nostra nazione».

Alla contrapposta e reciproca volontà di combattersi s’accompagna oggi il vuoto del contesto politico negoziale generale. Le vetuste formule di pace negoziata, sostenute o ripudiate che siano («due Stati, due popoli», «Stato unico», «Stato binazionale»), sono sbiadite nell’agenda politica se non proprio cancellate. Lo sono perché da tempo, ormai, non esiste più un’agenda politica plausibile per la pace di compromesso in Palestina; non esiste in loco e non esiste altrove. Il tempo della pace coincide con la durata di ogni tregua, la sospensione temporanea della guerra. Pace impossibile, guerra infinita: sembra questa la formula dominante calcoli politici senza l’ombra di un futuro che non si presenti identico al passato, cioè a quel tempo che, a intervalli più o meno regolari, riporta sempre la guerra nel presente.

In questo senso nulla hanno evidentemente risolto i calcoli politici verso la pace d’egemonia cercata dal presidente Trump e dal primo ministro Netanyahu, fondata, tra l’altro, sulla rafforzata legittimazione dell’uso sproporzionato della forza militare, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale unica e indivisibile di Israele, nonché il riconoscimento territoriale delle alture del Golan occupate. Alla guerra riconduce d’altronde, con altrettanta evidenza, il dominio di Hamas sulla «causa palestinese» e il suo monopolio sulla «resistenza» legato a una condotta che porta sempre nello stesso vicolo cieco a senso unico nel quale, in fondo, c’è ancora e sempre la guerra.

Oggi ci s’interroga perciò non sulle prospettive di pace ma sulle prospettive di guerra. Ci si domanda cosa accadrà nello scontro tra Tsahal e Hamas, sull’esito temibile di violenze orribili tra cittadini d’Israele che non si riconoscono reciprocamente; sulle incognite della politica di potenze esterne che alimentano il conflitto e sul suo possibile allargamento; soprattutto, ci s’interroga sull’incubo collettivo mortifero di chi subisce bombardamenti e attacchi militari e di chi teme lanci di missili e attentati.

Di fronte a tali e tante domande di guerra varrebbe la pena porsi anche alcune domande di pace, ossia domande legate alla coesistenza, cioè l’esistere insieme. Per porsi queste domande occorre riportare la questione palestinese al centro di un processo di pace, non di guerra. L’eclisse della questione palestinese dall’agenda della politica internazionale comporta difatti, semplicemente, il suo riproporsi in modo radicale e violento con la guerra. Si tratta di una questione alla quale occorre rispondere con necessaria urgenza.

Questo senso d’urgenza è oggi però tutt’altro che acclarato e anzi frenato da un senso d’inerzia politica. Basti a testimoniarlo l’impasse nella quale si è trovato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riunitosi con plateale ritardo e tra numerose difficoltà a causa delle ritrosie statunitensi. Si è trattato, da parte degli Stati Uniti, del tentativo di procrastinare non solo il tempo delle domande, ma anche quello delle risposte. Cosicché è stato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi a rivendicare l’inefficacia delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza in merito alla questione palestinese e la sterilità del diritto internazionale. S’attende dunque, con grande urgenza, l’esito della diplomazia, a partire da quella americana del presidente Biden e del suo inviato Hady Amr, perché ogni vuoto politico può essere riempito ma tutto dipende dal modo.

 

Immagine: Il fumo sale dalle macerie dopo gli attacchi aerei israeliani su Gaza City, nella Striscia di Gaza, Palestina (12 maggio 2021). Crediti: Nick_ John_07 / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0