17 luglio 2019

Ambizioso piano russo per sfruttare le risorse petrolifere dell’Artico

Igor′ Sečin, che è a capo di Rosneft, la grande compagnia petrolifera russa, in buona parte pubblica, ha chiesto al governo agevolazioni fiscali allo scopo di investire una cifra pari a 120 miliardi di euro nell’esplorazione dei giacimenti petroliferi dell’Artico. L’obiettivo sarebbe quello di estrarre nella sola regione artica 100 milioni di tonnellate di greggio entro il 2030. Il presidente Vladimir Putin starebbe valutando forme di sostegno da parte del governo per favorire questo disegno; del resto già nella situazione attuale le risorse che vengono ricavate dallo sfruttamento dell’Artico rappresentano circa il 20% del PIL russo. Inoltre, il cambiamento climatico che sta fortemente preoccupando gli ambientalisti e larghe fasce dell’opinione pubblica, favorisce le attività estrattive della Russia poiché consente, a causa dello scioglimento dei ghiacci, un più facile accesso alle risorse naturali. Anche gli Stati Uniti intendono approfittare dell’ambivalenza della situazione climatica incrementando l’estrazione di risorse naturali nelle regioni artiche, ma essendo tradizionalmente meno legati della Russia allo sfruttamento delle materie prime si trovano in questa corsa in posizione di svantaggio, dal punto di vista degli investimenti e delle infrastrutture. Ci sono quaranta navi rompighiaccio russe in azione nell’area e soltanto due americane; la presenza russa, economica e militare, è sempre più massiccia. L’amministrazione Trump esprime la sua preoccupazione per l’attivismo russo, non solo in termini di contesa per le risorse, ma anche dal punto di vista della sicurezza nazionale. Infatti, il ghiaccio rappresentava una sorta di barriera difensiva che rischia ora di scomparire. Lassù i confini tra l’Est e l’Ovest sono veramente labili e il rischio di una nuova guerra fredda (in tutti i sensi) è molto vicino. Mentre si confrontano le ambizioni, gli appetiti e le paure delle grandi potenze, la situazione ambientale dell’Artico rischia di precipitare: dall’inizio di giugno fino alla seconda settimana di luglio, sono stati monitorati cento incendi nel Circolo polare artico, soprattutto in aree dell’Alaska e della Siberia. Non è possibile ricostruire un legame sicuro fra l’innestarsi degli incendi e il cambiamento climatico: numero e intensità sono però senza precedenti e sicuramente l’assenza inedita di ghiaccio e neve e le alte temperature hanno favorito il propagarsi delle fiamme.


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