10 maggio 2019

Il Guardian denuncia la distruzione delle moschee nello Xinjiang

Una nuova inchiesta del Guardian riporta l’attenzione sulla distruzione delle moschee in Cina, in particolare nella zona nord-orientale dello Xinjiang. Le accuse nei confronti di Pechino non sono nuove e sicuramente i rapporti con la minoranza musulmana, costituita principalmente da Uiguri, si presentano difficili; la lotta contro il fondamentalismo islamico rischia però di coprire processi di omologazione e di negazione dei diritti delle minoranze. 

Attraverso l’analisi e la comparazione delle immagini satellitari di 100 siti di moschee e altri luoghi sacri o di culto il Guardian e il sito indipendente di news open source Bellingcat hanno rilevato che, tra il 2016 e il 2018, 31 moschee e altri 2 luoghi sacri hanno subito danni rilevanti; di questi, 15 moschee e i 2 luoghi sacri, tra cui il complesso di Imam Asim, che era meta ogni anno di milioni di pellegrini, sono stati completamente o quasi completamente rasi a suolo, mentre le altre mosche sono state private di cupole, minareti e portali o hanno subito comunque importanti danneggiamenti. Altri 9 edifici identificati dalla popolazione locale come moschee, ma che non portavano particolari segni distintivi della loro funzione sono stati anch’essi eliminati. Si tratta dunque di un ulteriore colpo all’identità culturale delle minoranze musulmane, già oggetto di discusse campagne di ‘rieducazione’, che alcuni osservatori e studiosi hanno definito una sorta di genocidio culturale, uno sradicamento della loro cultura attraverso la scissione del legame con il loro territorio e con i tradizionali luoghi sacri che rappresentano i punti di riferimento della loro storia.

 

Immagine: Grande moschea di Tongxin, Cina. Crediti: Caaat [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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